Il conflitto tra Palestina e Israele si configura, ormai, non più semplicemente come uno scontro tra Stati ma come una vera e propria guerra di civiltà, inscritta, purtroppo nel più ampio groviglio di scontri culturali nell’area del Medio Oriente, ma rischia perennemente di coinvolgere anche il resto del mondo, considerando il valore strategico dell’area come linea di frontiera tra mondo occidentale e mondo orientale.
Schieramenti
Palestina
Intesa al momento in senso geografico ma non politico, la Palestina, è una regione inscritta tra Mar Morto e Mar Mediterraneo, al confine Nord Est con l’Egitto. Storicamente conosciuta per essere culla del Cristianesimo, i primissimi riferimenti alla denominazione “Palestina” esistono già nell’antica Grecia ma soltanto con l’Impero Romano la zona verrà definitivamente descritta “provincia di Palestina”.
Risultata, poi, nell’Impero Romano d’Oriente ed infine dal 1516-17 sotto il controllo dell’Impero Ottomano, la Palestina conoscerà, negli anni, una progressiva popolazione di matrice araba che definirà l’identità della zona fino al XX secolo. All’alba della Prima Guerra Mondiale, che prenderemo come punto di partenza per il nostro articolo, la Palestina si presenta quindi da esponente del mondo arabo affacciato sul Mediterraneo, politicamente controllato da un Impero Ottomano in decadenza.
Israele
Più giovane e di recente formazione è, invece, lo Stato di Israele. Diversamente dalla Palestina, Israele non può vantare una vera e propria storia geografica ma si riferisce ad una tradizione culturale altrettanto significativa: la tradizione ebraica. In senso puramente culturale la storia di Israele affonda le radici nel libro della Genesi. Comune a Ebrei e Cattolici il libro della Genesi descrive minuziosamente i confini geografici della Terra Promessa, ovvero la terra riservata da Dio alla discendenza del patriarca Abramo.
Le terre tra Nilo ed Eufrate, dunque, sono parte integrante della cultura ebraica e di una precisa visione del mondo e della Storia ma anche terra d’origine e patria abbandonata. Dalla deportazione in Egitto fino alle persecuzioni naziste, passando per i Pogrom russi, gli Ebrei hanno sperimentato negli anni un movimento di esodo più o meno forzato dalla propria terra natale che ha sviluppato e rafforzato il mito della Terra Promessa.
La Diaspora, ovvero l’esodo dalla Terra Promessa, ha tuttavia alimentato, negli anni, un costante movimento di micro migrazione ed insediamento da parte delle popolazioni ebraiche in Palestina e la nascita del Sionismo, una corrente di pensiero a sostegno della costituzione di un vero e proprio stato indipendente ebraico, in risposta all’ antisemitismo dilagante e sulla scia dell’illuminismo nazionalista nel XIX secolo.La differenza tra geografia, politica e cultura è puramente indicativa, ma utile a distinguere la condizione degli schieramenti all’alba della Prima Guerra Mondiale: una Palestina di maggioranza araba, demograficamente unita e geograficamente definita si contrappone ad una popolazione ebraica dispersa nel mondo ma culturalmente unita e ben decisa.
Il nuovo ordine mondiale
Il Mandato britannico della Palestina
All’indomani della Prima Guerra Mondiale l’Impero Ottomano viene sconfitto e smembrato tra le potenze vincitrici. L’area del Vicino Oriente, in particolare, viene spartita tra Francia e Regno Unito. Sul palco politico globale, tuttavia, si affaccia un nuovo attore: la Società delle Nazioni.
Organo sovranazionale con il compito di vegliare sulla pace e dirimere le condizioni di potenziale conflitto nel mondo la Società assume l’incarico di gestire gli sconfitti. Alla Gran Bretagna, in particolare, viene affidato (1920) un mandato di affiancamento al governo palestinese in quanto capace di autosostentarsi ma non ancora maturo per autodeterminarsi:
Certe comunità, già appartenenti all’Impero ottomano, hanno raggiunto un grado di sviluppo tale che la loro esistenza come nazioni indipendenti può essere riconosciuta provvisoriamente, a condizione che i consigli e l’aiuto di un Mandatario guidino la loro amministrazione fino al momento in cui saranno capaci di reggersi da soli. I voti di queste comunità devono esser presi innanzitutto in considerazione per la scelta del Mandatario. (Patto costitutivo della Società delle Nazioni. Art. 22.4. 1919)
La Società delle Nazioni, dunque, conferisce mandato alla Gran Bretagna di affiancare il governo palestinese per accompagnare la politica e l’amministrazione a piena maturazione.
La Dichiarazione di Balfour
Già nel 1917, tuttavia, il ministro degli esteri britannico Arthur Balfour scrive, letteralmente, il primo capitolo del futuro conflitto. Nell’ambito degli accordi Sykes – Picot sulla spartizione delle spoglie, Balfour scrive a Lord Walter Rotschild, esponente e rappresentante del movimento sionista, di assistere con favore alla costituzione di una patria per gli ebrei in Palestina.
Naturalmente non si parla di stato o nazione ma il ministro britannico sottolinea ed evidenzia la ratifica del governo di Sua Maestà, sancendo il supporto, o almeno la non opposizione del governo mandatario britannico, alla costituzione di un nuovo stato. Pur salvando le apparenze, dunque, (la lettera raccomanda il rispetto delle popolazioni non ebree in Palestina) il Regno Unito dimostra solidarietà alla causa sionista ma dimostra anche di considerare la Palestina quasi alla stregua di una colonia da spartire a piacimento con alleati e compagni.
Bisogna ricordare, nell’ottica colonialista, che i primi sintomi di declino si ravviseranno soltanto tra gli anni trenta e quaranta (l’India otterrà indipendenza e costituzione soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale). All’indomani della Prima Guerra Mondiale, dunque, a maggior ragione della vittoria, il Regno Unito non aveva necessità di distinguere i concetti di colonia e mandato.

Tra le Guerre
Le dichiarazioni del ministro Balfour, il crescente antisemitismo delle dittature in Europa e il sostegno del movimento sionista contribuirono ad incrementare i movimenti di ritorno delle popolazioni ebraiche verso la Terra Promessa. Non solo: sostenuti dall’Agenzia Ebraica fondata nel 1923, gran parte della popolazione ebraica non si limita a migrare in Palestina ma acquista e rivendica terreni e proprietà.
Geograficamente parlando le proprietà ebraiche fiorite in Palestina nel periodo interbellico si possono definire il primo vero nucleo del futuro Stato di Israele e l’Agenzia Ebraica, in forma embrionale, una prima prova per il futuro governo d’Israele. Gli anni trenta e quaranta, in generale, si possono immaginare come un momento di quiete prima della tempesta.
Gli schieramenti si definiscono e concretizzano, soprattutto sul fronte ebraico: già dal 1920 si diffondono gruppi armati paramilitari a difesa degli insediamenti ebraici nella zona, sintomi di paura e diffidenza, ma anche nuclei armati più vicini alla matrice revisionista del sionismo, più estrema e meno disposta a compromessi con il mondo arabo e il mandato britannico.
Definizioni ed etichette, tuttavia, dipendono sempre dal punto di vista: per alcuni il sionismo revisionista di gruppi armati come l’Irgun si presenta, invece, come un movimento d’indipendentismo contro le dinamiche fondamentalmente colonialiste del mandato britannico. Sul fronte arabo, invece, l’intolleranza comincia a montare parallelamente alla nascita del sentimento panarabo. Libia, Siria, Egitto e Giordania (per citare soltanto i confini palestinesi) si stringono intorno ad una comune identità politica e culturale, alimentata soprattutto da una matrice indipendentista verso il controllo mandatario/ colonialista del Regno Unito.
La convivenza forzata con una crescente componente ebraica della popolazione, tuttavia, non aiuta; la diffidenza di entrambe le parti, i flussi migratori incontrollati e la nascita di gruppi armati conduce sempre più di frequente a scontri armati e vittime da ambo le parti che tendono ad esasperare ed aggravare la situazione. Fondamentalmente indifferente o inefficace, invece, il ruolo del Regno Unito nella situazione: tra il 1922 e il 1936 il governo di Sua Maestà tenta di arginare i movimenti migratori sancendo un limite massimo della popolazione ebraica in Palestina (i Libri Bianchi) ottenendo, però, di scontentare la parte più estremista del movimento sionista e non accontentare, di fatto, il mondo arabo, sempre più avverso all’ insediamento ebraico e al mandato britannico. Nel 1945, infine, il mondo arabo si unisce nel fronte comune della Lega Araba.
Il Dopoguerra
Le Ceneri della Società delle Nazioni
Il crescente movimento antibritannico, l’incapacità e l’inefficienza delle misure diplomatiche e il declino del colonialismo (oltre al fallimento del progetto Società delle Nazioni) confluiscono direttamente nel disimpegno britannico dal mandato in Palestina. Già nelle fasi precedenti alla Seconda Guerra Mondiale la Società delle Nazioni viene smantellata ma in virtù della bontà dell’esperimento, dalle ceneri della Società viene elaborata l’Organizzazione delle Nazioni Unite, una nuova organizzazione sovranazionale sulla base degli stessi propositi della Società.
Nel tentativo di sventare il conflitto e dimostrarsi più efficiente, le Nazioni Unite elaborano e ratificano, in Assemblea Generale, un piano di ripartizione della Palestina (Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale). Il piano prevedeva fondamentalmente la spartizione dell’oggetto del contendere fra i due contendenti, entrambi considerati “gruppi di considerevoli dimensioni”.
Le stime si aggirano intorno al milione per la popolazione araba e a più dimezzo milione per la popolazione ebraica, distribuite su un territorio definito “arido, limitato in estensione e povero di risorse essenziali.” (Commissione Speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina. Raccomandazioni all’Assemblea Generale, A/364. 1947)
La Risoluzione dell’Assemblea Generale rappresenta la prima formalizzazione di un vero e proprio Stato d’Israele, seppure auspicata più che ratificata, ma fornisce anche una prima traccia dell’attuale conformazione del conflitto.


Nella prima immagine distribuzione indicativa di insediamenti ebraici in Palestina nel 1945. Nella seconda immagine piano di ripartizione elaborato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Il piano di ripartizione affidava al controllo arabo l’area costiera intorno a Gaza ed una fascia di confine tra Palestina ed Egitto, otre ad un’area di frontiera tra Israele e Giordania. Soltanto la regione di Gerusalemme, città sacra per ebrei ed arabi, sarebbe ricaduta sotto autorità internazionale e quindi amministrata dalle Nazioni Unite in prima persona.
Il disimpegno britannico e la proclamazione di Israele
Nel 1947 la Gran Bretagna rinuncia ufficialmente al mandato sulla Palestina. Il vuoto di potere lasciato dal disimpegno britannico viene prontamente riempito dalla proclamazione dello Stato di Israele da parte dell’Agenzia Araba guidata da David Ben Gurion, di conseguenza Primo Ministro del nuovo Stato.
L’Agenzia si trasforma quindi nel primo nucleo del nuovo governo, le milizie paramilitari sciolte ed assimilate da un esercito regolare e gli insediamenti ebrei nell’area della Palestina si ritrovano da un giorno all’altro ad essere considerati Stato. Ma la risposta della Lega Araba non si lascia aspettare.
Rifiutando completamente il piano di ripartizione la Transgiordania marcia sull’area di Gerusalemme rivendicando il controllo della zona e la Lega Araba dichiarò l’intenzione di promuovere uno Stato Unitario di Palestina senza prospettive di spartizione. La rapida crescita delle forze armate ebraiche ha concesso ad Israele la vittoria del primo vero conflitto armato nella storia degli scontri ma gli armistizi e gli accordi firmati successivamente non furono in grado di sopravvivere alle ostilità ormai fiorite tra nuovo Stato di Israele e Palestina.
Secondo l’Armistizio di Rodi firmato nel 1949, la Lega araba avrebbe tollerato la ripartizione dell’Assemblea Generale ma Egitto e Giordania avrebbero ripreso rispettivamente una striscia di terra nella zona di Gaza (la Striscia di Gaza) e l’area di Gerusalemme Est e della Cisgiordania (dividendo, di fatto, la Città Santa in due).
Per saperne di più
Per conoscere la storia del conflitto puoi attingere informazioni anche da qui e, per approfondire, leggere gli articoli Intifada studentesca chiede la fine della cooperazione con Israele e Intifada a Bologna: intervista.
