La Moka e le ombre del colonialismo: eredità nascosta del caffè

Di Carolina Picot
Mentorship Angela Nardelli
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Il caffè, emblema dello stile di vita italiano, rappresenta un rituale quotidiano che unisce generazioni. Tuttavia, pochi si interrogano sulle sue origini, intrecciate con la storia coloniale europea e il contesto economico fascista. 

Il caffè, emblema dello stile di vita italiano, rappresenta un rituale quotidiano che unisce generazioni. Tuttavia, pochi si interrogano sulle sue origini, intrecciate con la storia coloniale europea e il contesto economico fascista. 

Di Carolina Picot
Mentor: Angela Nardelli

Così come il caffè è oggi un rituale emblematico tutto italiano, le origini di questa tradizione raccontano una storia che trova le sue radici in Sudamerica. Questa bevanda fece il suo ingresso in Europa durante il periodo del commercio triangolare, con la sua produzione e importazione inizialmente concentrata nelle piantagioni brasiliane. Dopo l’abolizione della schiavitù nel 1888, il Brasile accolse un numero significativo di braccianti italiani, che emigrarono dalle regioni più povere per lavorare nelle piantagioni di caffè. 

Con l’ascesa del fascismo, il regime iniziò a immaginare un caffè “tutto italiano”, puntando sulla varietà arabica etiope, ritenuta più pregiata, e legando questa visione all’autarchia economica e alla crescente produzione della Moka. Jeffrey Schnapp, teorico culturale, descrive il ruolo del caffè nell’Italia fascista come “la storia d’amore tra caffeina e alluminio”: due industrie domestiche complementari che davano vita a tazze di caffè fumanti e alle iconiche macchine Moka, entrambe impregnate di un’energia dal sapore futurista.

La Moka, simbolo dell’autarchia fascista

Durante il periodo fascista, l’iconica Moka Bialetti, con la sua forma ottagonale, è diventata il simbolo per eccellenza del caffè italiano. Questo oggetto, progettato nel 1933 da Alfonso Bialetti, nacque in un periodo storico segnato dagli sforzi del regime fascista per affermarsi in qualità di potenza economica autosufficiente, facendo dell’acciaio uno dei materiali emblematici della propria ideologia.

Nonostante il passato coloniale italiano venga spesso descritto come un fallimento e marginalizzato nella memoria collettiva, esso rappresentò un periodo di intensa influenza militare ed economica sui territori d’oltremare, durato quasi trent’anni (dal 1882 al 1960). Durante il ventennio fascista (1922-1943), il regime instaurò una campagna militare repressiva in quella che veniva definita “Africa Orientale Italiana”. Benito Mussolini desiderava trasformare il suo impero africano nel “granaio d’Italia”.

Il suo progetto prevedeva l’invasione territoriale e il trapianto di interi nuclei familiari di contadini al fine di far fronte all’ampia disoccupazione bracciantile, concentrandosi fin da subito sulla produzione di cereali. In un secondo tempo, caratterizzato da segregazione razziale e altre forme di violenza e repressione, l’economia fascista trasformò poi prodotti “esotici” in “italiani”, il che portò a superare lo stigma antipatriottico legato all’uso di prodotti di lusso, come il caffè e le banane, importati dall’estero. In particolare, il caffè fascista di varietà Arabica proveniente dall’Etiopia fu individuato come una risorsa di qualità pregiata.

L’eredità del sogno fascista

Come ogni influenza coloniale, il caffè porta con sé un’eredità tra storia, cultura ed economia. Per l’Italia, questa eredità si lega profondamente all’Etiopia e alla varietà Arabica, originaria delle foreste degli altopiani etiopi. Non a caso, il caffè deve il suo nome alla provincia di Kaffa, dove la pianta germogliò per la prima volta. L’Etiopia, considerata la culla del caffè, ospita ancora oggi piante di Coffea Arabica che crescono selvatiche. Sebbene le origini precise dell’uso del caffè come bevanda restino avvolte nel mistero, si ritiene che la sua coltivazione e il suo consumo risalgano all’Etiopia del IX secolo. 

Tuttavia, questa eredità si intreccia anche con le ambizioni fallite dell’Italia fascista. Mussolini sognava di trasformare l’Etiopia in una risorsa per il suo popolo, coltivando terre, sviluppando industrie – come quella dell’acciaio – e incrementando il commercio. Questo sogno, costantemente ribadito dalla stampa, si scontrò con una realtà ben diversa. La resistenza armata ed economica del popolo etiope, spesso trascurata dai libri di storia, rese impossibile consolidare il dominio italiano, trasformando l’Etiopia in un territorio ostile alla presenza militare fascista.

Come spiega la storica Diana Garvin in un’intervista di Eat This Podcast, il caffè non è intrinsecamente una bevanda fascista, ma i fascisti lo consideravano tale. Nel loro immaginario, il caffè rappresentava energia extra e questo avrebbe fatto muovere il corpo più velocemente, rendendo il lavoro più produttivo ed efficiente. In sostanza, prometteva di rendere le persone “meno simili ad animali e più simili a macchine”. È in questo contesto che si inserisce la produzione in ampia scala della Moka Bialetti nel periodo fascista condivide le radici coloniali della produzione di alluminio, che insieme all’elettricità e al petrolio sono stati le risorse principali del ventesimo secolo.

L’obiettivo di Benito Mussolini era trasformare l’impero africano in una risorsa per sostenere l’autosufficienza del Paese, concentrandosi inizialmente sulla produzione di cereali per poi includere prodotti “esotici” come il caffè.

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Carolina Picot

Professionista nell’integrazione e attivista sociale con esperienza nel coordinamento di progetti internazionali e una laurea magistrale in affari umanitari. Promuove l’inclusione sociale, con un focus su antirazzismo, partecipazione comunitaria e decolonizzazione. Dedica parte del suo tempo a scrivere e condividere prospettive su questi temi per sensibilizzare e creare spazi di dialogo.

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