Diritto all’aborto e violenza di genere: la stanza dell’ascolto dell’ospedale Sant’Anna di Torino

Di Alina Mancino
Mentorship Francesco Bevilacqua
Non una di meno movimento trasnfemminista
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Il movimento transfemminista Non Una Di Meno chiede la chiusura della “stanza dell’ascolto” che, all’interno di un ospedale pubblico, viene gestita da un’associazione antiabortista.

Il movimento transfemminista Non Una Di Meno chiede la chiusura della “stanza dell’ascolto” che, all’interno di un ospedale pubblico, viene gestita da un’associazione antiabortista. Ecco l’intervista all’attivista Vittoria.

di Alina Mancino
Mentor: Francesco Bevilacqua

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Il 9 settembre 2024, all’ospedale Sant’Anna di Torino, è stata aperta la “stanza dell’ascolto”, uno spazio gestito dal Movimento per la Vita, associazione antiabortista, tramite i fondi pubblici del “Fondo vita nascente”. In occasione del 25 novembre, Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza Contro le Donne, abbiamo intervistato Vittoria, attivista di Non Una Di Meno* Torino.

*Prendendo spunto dal movimento Ni Una Menos, nato il 3 giugno 2015 in Argentina, il movimento femminista e transfemminista Non Una Di Meno che lotta contro ogni forma di violenza di genere si forma a Roma nel 2016. Si tratta di una rete che si organizza a livello nazionale ed è composta da diversi nodi regionali, dove si lavora in molteplici tavoli tematici che si coordinano in assemblee plenarie.

La stanza dell’ascolto all’ospedale Sant’Anna

La Stanza dell’Ascolto nasce con una convenzione firmata a luglio 2023 tra l’azienda ospedaliera-universitaria della Città della Salute e della Scienza di Torino, la Federazione del Movimento per la Vita e il CAV (Centro di Aiuto alla Vita) di Rivoli.

Il Movimento per la Vita opera grazie al Fondo vita nascente, aperto ad associazioni che operano nel campo della maternità infantile e per la tutela della vita sin dal suo concepimento. Questo fondo ha stanziato oltre 400mila euro per il 2022-2023, più che raddoppiando poi la cifra a un milione di euro per i due anni successivi, tutto con fondi pubblici. Importante è sottolineare che il Movimento per la Vita dichiara nel proprio statuto l’opposizione alle legge 194, e lo si va ad inserire in un ospedale pubblico, in cui il rispetto di quella legge deve essere garantito. 

La stanza viene inaugurata a luglio 2024 e aperta il 9 settembre 2024, si trova nella parte amministrativa dell’ospedale e opera tramite il servizio di persone volontarie che vengono formate dal movimento. Vi si può accedere esclusivamente tramite appuntamento telefonico. Se una persona entra nell’ospedale e vuole interrompere volontariamente una gravidanza, il personale medico che conosce l’esistenza della stanza e vede la gestante particolarmente in crisi, può indicarle numero da chiamare; oppure si può contattare la Chat Sos Vita da fuori per prendere un appuntamento. Questo spazio quindi non è uno sportello attivo 24/24 o con dei giorni fissi, è una stanzetta che si trova anche vuota, per cui è facile anche per i giornali dire che la stanza è inattiva. 

Il tipo di servizio che viene offerto è tra l’altro già presente sul territorio con i Centri di Aiuto alla Vita, perciò inserire questo tipo di Associazione all’interno di un ospedale pubblico è una scelta politica e di propaganda. Il vero problema è questo: che si fa sempre propaganda su alcuni corpi, su quello che dovrebbe essere un diritto e una questione di salute, di sanità, non di morale.

Perchè, secondo Non Una Di Meno, è problematico utilizzare fondi pubblici per un’organizzazione antiabortista privata? Se ne aveste la possibilità, come li utilizzereste voi?

Nel primo anno sono stati destinati circa 400mila euro, quest’anno più di un milione: stiamo parlando di una bella cifra a fronte di anni in cui la sanità è in crisi, in cui assistiamo a una continua privatizzazione del settore. Da un lato quindi ci sono le problematiche legate alle difficoltà della sanità pubblica e dell’inefficienza del sistema sanitario nazionale, dall’altro se si usa questa retorica del voler tutelare la maternità infantile e la vita, allora piuttosto usiamo quei fondi pubblici veramente per tutelare la genitorialità, lavorare sui congedi parentali, asili nido…

Collegandoci anche al 25 novembre, sarebbe importante sostenere una vera indipendenza, un’autonomia delle donne e delle persone che si riconoscono come donne a livello di percorsi lavorativi, di vivibilità del lavoro, far fronte al problema delle molestie sui luoghi di lavoro, le situazioni di sfruttamento, il gap salariale tra uomini e donne. 

Il supporto alla genitorialità passa anche per la garanzia di avere un lavoro, non tappando i buchi con sostegni irrisori per pannolini, affitti, utenze, senza dare realmente al nucleo genitoriale gli strumenti per crescere i figli e le figlie in maniera autonoma. 

In questo senso la questione dell’aborto si inserisce in una questione di giustizia riproduttiva che tiene insieme il diritto all’abitare, alla sanità, al sostegno ai consultori che sono sotto organico. Insomma, i modi per usare quei fondi pubblici sarebbero tanti.

Che cosa si è fatto fino ad oggi per contrastare la scelta di inserire la stanza dell’ascolto all’ospedale Sant’Anna?

Ad ottobre 2023 il sindacato CGIL e il movimento Se Non Ora Quando Torino hanno presentato un ricorso al TAR perchè la stanzetta non rispetta alcun criterio di assegnazione sia in termini di rendicontazione che di attività. Al momento siamo ancora in attesa che il TAR si pronunci perchè inizialmente aveva riferito che, essendo la stanzetta inoperativa, non c’era bisogno dell’udienza. 

Il 28 settembre è la giornata internazionale per l’aborto sicuro e quest’anno Non Una Di Meno era davanti al Sant’Anna con tutti i nodi di NUDM del Piemonte. Questo perché sappiamo che Marrone, assessore alle Politiche Sociali della Regione, e altri esponenti politici stanno usando il Sant’Anna come laboratorio sperimentale per esportare questo modello in altre regioni e noi ci opponiamo. In quella giornata, infatti, erano presenti realtà diverse e reti che abbiamo costruito nel corso dei mesi con tante altre associazioni e movimenti di Torino, proprio perché il tema stava mobilitando molto.

C’era un clima teso quel giorno, con la celere già schierata al nostro arrivo. Il nostro obiettivo era entrare nella stanzetta e occupare simbolicamente l’ospedale, replicando la genealogia delle nostre precedenti, come la rete Più di 194 voci che partecipava quel giorno e con cui abbiamo costruito questo percorso. L’ultima occupazione del Sant’Anna è stata nel 1978 quindi occupando volevamo dare un segnale forte fuori, a dimostrazione del fatto che l’intera città si stesse mobilitando. 

Abbiamo occupato il cortile interno della parte amministrativa ed una parte di noi ha calato uno striscione dall’interno. Il nostro obiettivo era ottenere la chiusura immediata della stanza, con però l’obiettivo intermedio di chiedere un colloquio a Fiandra, direttore sanitario dell’ospedale, e a La Valle, direttore generale dell’azienda ospedaliera-universitaria Città della Salute. 

Abbiamo fatto un cerchio assembleare con loro. Il dialogo da parte nostra è stato molto preciso, rivendicativo e inamovibile, volevamo la chiusura della stanza dell’ascolto e portavamo una serie di dati, di punti precisi che fossero il ricorso al TAR e il rispetto della legge 194. Dall’altra parte ci siamo trovati di fronte da un lato Fiandra, che continuava a ripeterci che il diritto all’aborto all’interno del Sant’Anna è tutelato e garantito, dall’altra La Valle, che delegava la decisione alla Regione e rivendicava il fatto che loro si fossero limitati a firmare una delibera regionale, cosa che noi riteniamo molto problematica, anche confermando il fatto che si tratta di una scelta prima di tutto politica.

Abbiamo scelto di non prolungare l’occupazione perchè dal dialogo che abbiamo avuto con Fiandra e La Valle ci è parso chiaro che la responsabilità fosse stata scaricata sulla Regione, quindi il nostro prossimo obiettivo è stato fissato nel dialogo con Cirio, presidente della Regione Piemonte. 

Durante il Consiglio Regionale di ottobre, tre consigliere (Disabato per il M5S, Ravinale e Cera per AVS) hanno utilizzato i loro Question Time per chiedere che una delegazione di NUDM potesse partecipare al Consiglio per interloquire con la Regione. Ci è stato detto di sì a patto che ci dissociassimo dai fatti avvenuti qualche giorno prima al convegno di Federvita Piemonte dal titolo “Per una vera tutela sociale della maternità”, cosa che noi non abbiamo fatto. Abbiamo scelto di non dissociarci perché non volevamo stare su un piano ricattatorio, per cui nel momento in cui noi veniamo a chiedere la chiusura di una stanzetta perché si rispetti e attui un diritto sanitario, dobbiamo rinnegare un altro diritto, che è quello al dissentire, al manifestare. 

Al momento continuiamo a voler dialogare con Cirio e nel frattempo aspettiamo che il TAR si pronunci. Sicuramente i nostri sforzi continuano ad essere concentrati sulla chiusura di questa stanza. 

Per saperne di più

Per approfondire tematica ti invitiamo a leggere gli articoli Non tutti gli uomini e Perchè non ha urlato?

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