Di recente, a Trento, lo scrittore calabrese Carmine Abate, insieme alla giornalista Fausta Slanzi, ha presentato il suo ultimo libro “L’olivo bianco”, dedicato a questo albero peculiare della sua regione.
Di Chiara Toscano
Mentor: Paulo Lima
Nella foto di copertina gli ulivi bianchi calabresi di cui parla Abate, foto di ig: @fab.alesss la nostra collaboratrice Alessandra Fabiano.
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Ne “L’olivo bianco” (Aboca Edizioni, 2024) si va in esplorazione della storia di Antonio e del misterioso ulivo ereditato da un certo Luca. Il romanzo è ambientato in Calabria e in esso si intrecciano radici culturali, memoria e natura. L’albero d’ulivo diventa simbolo di legami familiari, del passato e dell’avvenire al contempo. Abate, di origini arbëreshë, in questo libro unisce tradizione e universalità, valorizzando il territorio e trasmettendo messaggi profondi con uno stile solido ma evocativo.

L’ambientazione
Il romanzo ha un’ambientazione molto precisa nello spazio, la Calabria, e più precisamente il paese di Carfizzi, dove un ulivo speciale cattura l’attenzione del protagonista e magnetizza anche quella dei lettori. Tra i rami di questo ulivo così radicato si snoda una storia dal carattere universale: parla di legami profondi, radici, e giovani emozioni.
La storia racconta specialmente le relazioni filiali ed evoca l’indissolubile legame che noi tutti, in un modo o nell’altro, costruiamo con il luogo natale. Che si arrivi dalla Calabria o dal Giappone, il breve romanzo di Abate riesce a toccare le corde dell’anima sia di giovani lettori e lettrici sia quelle dei più adulti. Non è nemmeno un caso se L’olivo bianco è stato tradotto persino in Giappone, e viaggia tra le librerie del mondo insieme agli altri romanzi di Carmine Abate.
La trama
Antonio è un ragazzo che si trova alle prese con le scelte future. Mentre pensa a cosa vorrebbe fare da grande, vive la sua quotidianità intessendo relazioni con le persone del posto, a stretto contatto con gli anziani del paese che si incontrano in luoghi ad oggi insoliti per socializzare, come ad esempio la bottega del ciabattino. Dal fascino per i racconti tramandati dagli anziani al fascino per la figura misteriosa dell’ex proprietario dell’ulivo bianco, Carmine Abate approda in questo modo alla storia di Antonio, a cui la nonna racconta spesso di avere ricevuto in eredità un ulivo. Ad averglielo lasciato è un certo Luca, che dicono sia strano, un po’ pazzo, e che è andato via dal paese.
La fidanzata, una nonna amorevole e forte e un padre severo ma presente compongono la costellazione affettiva che guida Antonio nelle scelte che farà. Tuttavia, c’è anche questa presenza più misteriosa che vive nei racconti della nonna, e non solo: Luca, appunto, un lontano cugino. Sono le stesse radici dell’albero a ricordarci di lui. Intorno all’ulivo di Luca, giunto in eredità fino ad Antonio, si svilupperà quindi l’intrigante essenza della narrazione.
Natura, memoria, e scelte future
Il libro fa parte della collana “Il bosco degli scrittori” di Aboca Edizioni, che vuole promuovere la biodiversità e il rispetto della natura.
Il romanzo si propone infatti di preservare tanto la natura quanto la memoria, che è una presenza ricorrente nelle opere di Carmine Abate. La memoria passata è ritenuta fondamentale per affrontare il presente, con consapevolezza e coraggio, come dimostra il protagonista de L’olivo bianco. L’attualità dei suoi valori, pertanto, va al di là di un’ambientazione in tempi passati o in un luogo piccolo e recondito.
“La memoria, che sia quella di un popolo o di una famiglia”, dice l’autore, “ va tramandata ai giovani perché possano utilizzarla nel loro presente. Così Antonio, giovane appena diplomato, studioso ma anche fragile come tanti giovani, con la storia di Luca rafforza le sue spalle, ha più strumenti per affrontare la sua estate fatta di scelte per il futuro”. Il giallo attorno all’ulivo bianco di Luca recupera la memoria familiare di Antonio, ma allo stesso tempo, dice l’autore: “Più la storia va avanti, più Antonio capisce cosa ha fatto questo Luca, e più cresce in lui il rispetto per la natura”.
L’universalità de “L’ulivo bianco”
Ci si potrebbe chiedere come mai un autore tanto legato alle radici locali possa avere un così ampio respiro emozionando i più. Questo autore, scrivendo, parte dai suoi luoghi del cuore, lo fa con il cuore e lascia scorrere la sua penna con coraggio, che letteralmente, come etimologia vuole, altro non è che lanciarsi nell’ impresa “con il cuore”.
Abate nei suoi romanzi mescola finzione e realtà, i suoi personaggi fittizi possono raccontare storie vere che lasciano un segno nella coscienza di chi le legge. Perciò, Abate parla di ambiente, di migrazioni, delle bellezze e delle ferite dei territori in cui ambienta le sue storie, comunicando valori universali e trasportandoci nel mondo a volte anche un po’ magico dei suoi personaggi, tra le pieghe della loro vissuto e della loro anima.
Le origini italo-albanesi
Carmine Abate è nato in Calabria ed è di origini albanesi. Per l’esattezza, appartiene alla comunità arbëreshë, cioè italo-albanese. Il suo paese natale, di cui spesso parla chiamandolo talvolta Carfizzi talvolta Hora, accoglie una tra le diverse comunità arbëreshë presenti nell’Italia meridionale. Purtroppo, come tanti piccoli paesini del sud, Carfizzi si svuota sempre più, lasciando spazio al silenzio e al ricordo nostalgico di anni passati più vivaci, animati dallo spirito di un numero decisamente maggiore di giovani. Ma questa è un’altra storia… Carfizzi nei racconti di Abate è sicuramente una sorta di cimelio, che regala paesaggi bellissimi e un patrimonio culturale che merita di essere protetto.
Lo scrittore sottolinea come l’attenzione posta verso una minoranza etno-linguistica significhi valorizzare la diversità, e quindi, la ricchezza di un territorio, insieme alla Storia di cui le comunità attuali sono testimoni, oramai indirette. La lingua, la musica, gli abiti tradizionali, i riti greco-bizantini degli arbëreshë risalgono alle emigrazioni dall’Albania, avvenute tra il XV e XVIII secolo con l’avanzata ottomana.
Il rapporto di Carmine Abate con l’arbëresh
In un’intervista del 1995, pubblicata successivamente online della Biblioteca Fondazione Bruno Kessler, Carmine Abate parla del suo rapporto con l’arbëresh, la sua lingua madre. Pur dichiarandosene un analfabeta, considera l’arbëresh “la lingua del cuore”, quella delle emozioni e dei sogni, quella in cui i pensieri gli giungono quando siede davanti al foglio bianco. Questi vengono quindi filtrati in italiano, la “lingua del pane”; d’altra parte è quella che lo ha portato tra i banchi di scuola come insegnante di lettere. Eppure, fino a sei anni, proprio in Calabria, a Carfizzi, Carmine Abate ha solo parlato arbëresh.
Vivendo in Trentino, lo scrittore non può non notare come le minoranze etno-linguistiche di questa regione abbiano il privilegio, e il diritto, di studiare le loro lingue a scuola – vedi il ladino – a differenza dell’arbëresh a cui non è stata data altrove questa stessa dignità. Nonostante ciò, in romanzi precedenti l’autore ha inserito alcune frasi trascritte in arbëresh. Quando gli viene chiesto se nella traduzione giapponese queste sono state mantenute, Abate ride dicendo che purtroppo non può decifrare la scrittura giapponese. Rimane un mistero quindi, se tra ideogrammi e caratteri giapponesi siano traslitterate anche frasi arbëresh.
Rapsodie e ritmi del cuore
Le sezioni arbëresh inserite lungo i testi italiani non vengono tradotte, poiché hanno il compito di trasmettere un tratto identitario, l’alterità. Queste mettono il lettore di fronte all’accettazione del non comprendere tutto, quasi ad allenarne la pazienza. Al contempo l’autore invita a notare il ritmo e ad apprezzare il suono. Lui stesso dice che le parti in arbëresh sono state inserite in funzione del ritmo.
Avendo una passione per le storie cantate, cosiddette rapsodie, legate alla tradizione letteraria orale dell’arbëresh, ogni volta che Carmine Abate ne inserisce una il suo stesso ritmo interiore viene risvegliato, quasi a scandire i battiti del suo cuore. Il legame con la lingua è viscerale, perciò, con la loro stessa musicalità le parole arbëresh si caricano per lo scrittore di un gran valore. Le rapsodie e il linguaggio ibrido dei romanzi di Abate delineano la cifra stilistica e la potenza narrativa della sua scrittura.
Nei suoi romanzi, in più, non manca quello che in passato aveva definito ‘germanese’, l’idioma ibrido degli emigrati italiani in Germania, che lui da figlio d’un emigrato in Germania, e avendoci dopo vissuto, ha direttamente conosciuto.
Spesso insieme ai luoghi, è anche il linguaggio a risiedere sulla stessa striscia di confine in cui convivono bellezza e dolore. Attraverso questi due strumenti, cioè, riusciamo a stabilire ciò che per noi è bellezza oppure sofferenza, o entrambe le cose. Luoghi e linguaggi dell’infanzia fanno parte di un bagaglio personale così profondo, che condizionano la stessa percezione del mondo e la lettura delle proprie personali emozioni rispetto al contesto in cui ci troviamo. Così, questi due elementi sono determinanti nella scrittura di Carmine Abate.
Un romanzo a sostegno della natura
Con L’olivo bianco Abate riabilita ancora una volta la Calabria a luogo di bellezza sia culturale che naturale. Egli sostiene che la natura debba essere centrale per tutti noi, per la società, e per chi fa politica: “questo io l’ho colto e l’ho apprezzato in Trentino, ma devo dire che anche qua iniziano a sfruttare, e sporcare…”
Per quanto riguarda la difesa dell’ambiente in questo romanzo si vede da una parte la storia di uno dei personaggi secondari, malato dopo anni di lavoro in fabbrica, a segnare la denuncia contro l’inquinamento e gli stabilimenti industriali che danneggiano gravemente persone e luoghi. Dall’altra parte vediamo l’ulivo, simbolo di tenacia, di diversità e di pace: “ecco perché”, dice, “la storia deve diventare simbolo di universalità.” L’ulivo bianco, ci spiega, è una tipologia di ulivo nota pure come leucolea.
Detto anche ulivo della Madonna, si poteva trovare attorno ai monasteri basiliani, e ancora prima nella Magna Grecia. Il suo olio veniva utilizzato nelle lampade delle chiese perché inodore, servendo per le estreme unzioni. Dato l’utilizzo nella chiesa, quindi, era considerato sacro. La nota di attualità è che adesso si è ricominciato a piantare l’ulivo bianco, e non di meno in Trentino.
D’altra parte, le storie di Carmine Abate sono sempre pregne di odori e di sapori: il mandorlo, la sulla, gli agrumi, il fico del romanzo precedente, che si noti, è il primo della collana sulla natura di Aboca Edizioni, L’albero della fortuna. Insomma sono elementi di una natura genuina e in qualche modo legati alla dolce spensieratezza di quell’infanzia in Calabria.
Un’educazione d’altri tempi
Nonna Sofia è una donna forte e ottimista, nonostante le fatiche quotidiane le gravino addosso. Più in generale, le figure femminili del romanzo hanno la capacità di vedere oltre e guidare il protagonista, mentre le figure maschili dei padri nella scrittura di Abate sono sempre un po’ burbere e severe. Sicuramente il padre di Antoniuzzo non è una persona che chiede al figlio diciannovenne cosa vuole fare o non fare da grande; gli impone di studiare e basta! Seppure difficilmente ammissibile, questo suo modo di fare rivendica in parte la necessità che l’adulto venga reinvestito di un’autorità che oggigiorno tende a liquefarsi e a lasciare i più giovani, piuttosto che liberi, privi di una guida savia.
L’autore confessa che nella prima versione la storia era ambientata più vicina ai nostri giorni, ma poi si è reso conto che i giovani di cui parlava erano diversi, più simili a lui da ragazzino: Antonio vorrebbe rispondere male al padre, ma poi annuisce; “c’è un rispetto reciproco importante che oggi forse manca” dice, e Antonio impara quel rispetto per la famiglia e non solo. L’autore non lo nega e ammette: ”sì, diciamo che è un libro fuori moda”, lasciando comunque trapelare un po’ di nostalgia per delle maniere che poi non hanno fatto così male al protagonista della storia, severe ma anche educative ed amorevoli.
Umiltà, struttura e fantasia
Annoverato all’estero, diciotto libri di narrativa e un premio Campiello nel 2012, Carmine Abate, sorride con modestia alla giornalista che sottolinea i suoi numerosi traguardi, dicendosi insicuro della riuscita ogni volta che intraprende una nuova avventura letteraria. “Sono un pignolo” dichiara, aggiungendo aforisticamente: “Il giorno in cui penserai di essere sicuro di scrivere un libro non sarai un vero scrittore”.
Forse l’elisir della sua scrittura è proprio questo servirsi dell’iniziale incertezza per giungere a farne qualcosa di più grande, una storia ben costruita. Ad ogni romanzo l’autore si prende tutto il tempo necessario perché possa risultare ben strutturato, laddove, però, la struttura non pesa nel fluire della lettura ma la supporta. Crede, infatti, che il motivo per cui certa letteratura tenda a scomparire dopo essere passata di tendenza è proprio la mancanza di una struttura forte. Ne L’olivo bianco, ad esempio, identifica quest’ultima nella scelta di iniziare ogni nuova parte con il personaggio di Luca.
Questo non significa, badiamo, che l’autore parta sempre da una scaletta. I suoi racconti, piuttosto, prendono avvio da un’immagine o più d’una. Quando l’immagine si ripresenta insistente nella testa dell’autore, questo la sceglie per plasmarla, perfezionarla ed espanderla con la sua parola letteraria. Ecco allora che i dettagli di questa immagine prendono corpo anche nella testa del lettore.
