Abruzzo, 1952. Quattro amici tentano un’impresa inedita: attraversare la catena del Gran Sasso in inverno. Tilde – unica ragazza del gruppo, oggi novantenne – ricostruisce quei giorni in un affascinante racconto che unisce passato e presente.
Di Arianna Bortolotti
Mentor: Monica Malfatti
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“Non ho mai avuto vergogna di desistere da una salita.
Ho sempre considerato come una grande vittoria il saper tornare a casa”
– Bruno Detassis
«Incontrai Gigino, Carlo e Gigetto a Castel Del Monte, un paese abruzzese in Provincia de L’Aquila nel Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga».
Inizia così il racconto di Tilde, che nel 1952 progettò con un gruppo di amici un’impresa inedita: la traversata della catena del Gran Sasso dal Monte Camicia al Monte Corno, alla fine dell’inverno quando ancora la neve ricopriva una buona parte delle montagne.
«Nel dicembre precedente – prosegue il racconto Tilde – eravamo saliti sul Corno Grande costeggiando un piccolo ghiacciaio, il Calderone, trovandoci in un ambiente micro himalayano. Non a caso, quelle zone vengono anche chiamate “piccolo Tibet”. La croce della vetta incrostata di ghiaccio brillava al sole e noi, muniti di ramponi, piccozza e duvet (giacca piumino, ndr), ammiravamo la vista producendo con il respiro piccole nuvole di vapore. Il nostro progetto prevedeva di trascorrere diversi giorni tra le montagne e quindi, per non caricarci troppo di viveri, pensammo, nel mese di gennaio, di portare alcune provviste sul Monte Prena, a circa metà percorso.
Salimmo da Campo Imperatore per i dolci pendii di quel versante con gli sci al traino e sulla cima, tra le rocce, cercammo un posto riparato e riconoscibile per nascondere le nostre cose ben ancorate alla montagna. Al ritorno, il tempo bello e la neve ancora invernale ci permisero una piacevole sciata quasi fino a Castel del Monte. Ci allontanammo dal borgo costeggiando colli e prati bianchi di pecore che se ne andavano verso i monti scortate dai pastori e dai bei cani bianchi».
La partenza
D’improvviso il sentiero divenne più ripido e roccioso e Tilde cominciò a sentire sempre di più il peso dello zaino. «Portavamo la cucinetta da campo, i viveri, gli indumenti, la piccozza, i ramponi e le tende d’alta quota Nepal. – racconta – Quelle due piccole tende, con i tubi di alluminio, allora rappresentavano un prezioso e leggero tesoro per trovare riparo nella neve». Un riparo di cui presto capirono di aver bisogno.
«Gocciolava un po’ dal cielo. – continua infatti Tilde – Non era buon segno, ma non ci preoccupammo troppo. Ci fermammo sotto un roccione e accendemmo il fornello: preparai un buon thè caldo con qualche biscotto per avere un primo assaggio della cucina che avremmo dovuto usare per alcuni giorni». «Nel tardo pomeriggio ci fermammo in un pianoro innevato sotto il canalone del Monte Camicia, che avremmo dovuto affrontare l’indomani.
Montammo le tendine e preparammo una frugale, ma calda cenetta. Ci fu qualche incertezza nello stabilire con chi dovevo passare la notte. Ero l’unica ragazza. Alla fine si decise che mi avrebbe ospitata l’amico col quale ero più abituata ad affrontare le salite al Gran Sasso. Mettemmo in ordine i bagagli, li coprimmo con cura e ci infilammo nelle maniche delle tende».
Il risveglio
«Il mattino dopo – ricorda Tilde – mi accorsi che sopra le nostre teste la tendina aveva delle conche di un certo peso freddo e, nel silenzio ovattato dell’esterno, mi sembrò di sentire parlare. Gigino e Carlo erano già fuori che confabulavano. Di fianco a me, anche Gigetto si svegliò e sbucammo dalla manica della tenda per guardarci intorno. Bianco. Tanto bianco. Tutto ciò che avevamo lasciato fuori era coperto da mezzo metro di neve fresca.
Gigino si avvicinò e ci disse quello che avevamo già intuito: la via del ritorno era l’unica scelta da fare per evitare slavine e valanghe. In tutta fretta organizzammo una colazione calda, smontammo le tende, preparammo gli zaini e lasciammo il nostro “campo 1” sprofondando fino alle ginocchia». Sfumò così il sogno di una prima traversata invernale del Gran Sasso.


Ciò che resta
Di quella mattina di sole e di neve rimangono soltanto delle foto in cui Tilde e i suoi amici appaiono carichi sotto il peso degli zaini, mentre scendono a fatica spruzzati dalla neve cadente dagli alberi, con la speranza di ritornare a casa sani e salvi. Dopo molti anni, nel 2017, Tilde e Gigino si ritrovarono a sfogliare nell’album dei ricordi proprio quelle foto.
«“Sai dove eravamo?” mi chiese Gigino “A Rigopiano!” Restai senza parole: pochi giorni prima era caduta la valanga sull’albergo, costruito purtroppo in quel luogo pericoloso che molti anni prima avevamo attraversato in fretta. Ripensai subito alla nostra partenza velocissima di quel giorno lontano. Gli occhi di Gigino comunicavano tutto, vedevano il pericolo che stavamo correndo. “Facciamo in fretta” dicevano».
Dopo aver scampato il pericolo, la giornata dei quattro amici, in quel 1952, si concluse a L’Aquila, «città che quel giorno – racconta Tilde – ebbi modo di conoscere nei suoi angoli più personali e insoliti. Carlo, aquilano, e Gigino, abruzzese con una conoscenza speciale dei luoghi della sua terra, ce la aprirono come la pagina nuova di un quaderno. Incontrammo il caro e simpatico amico Lucio, più volte campione nelle maratone dello sci di fondo. Ora la sua casa sembra intatta, ma fu completamente svuotata dalle scosse del terremoto nel 2009. Lucio, che dormiva all’ultimo piano, si trovò al pianterreno, purtroppo senza vita.
In quel lontano giorno del 1952 continuammo tutti insieme il nostro interessante percorso nella città. Incontrammo un ristorantino e ci salutammo solo dopo aver gustato un piatto tipico della cucina abruzzese che profumava di erbette selvatiche di primavera: le Virtù».
La stessa virtù che contraddistinse anche il modo di andare in montagna di Tilde e dei suoi amici: il buonsenso di rinunciare a un progetto quando la sua realizzazione si dimostra più pericolosa di quanto previsto.
