COP29: Il ruolo del settore militare nella crisi climatica

Di Roberto Barbiero
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A livello mondiale il settore militare è uno dei grandi consumatori di energia, le cui emissioni di gas serra contribuiscono in modo significativo alla crisi climatica, tuttavia, i paesi non monitorano e non comunicano con regolarità tali emissioni, quindi la quota reale della loro incidenza rimane poco chiara e molto sottostimata.

A livello mondiale il settore militare è uno dei grandi consumatori di energia, le cui emissioni di gas serra contribuiscono in modo significativo alla crisi climatica, tuttavia, i paesi non monitorano e non comunicano con regolarità tali emissioni, quindi la quota reale della loro incidenza rimane poco chiara e molto sottostimata.

Di Roberto Barbiero

I conflitti armati nel mondo, che coinvolgono tutt’ora in particolare gran parte dell’Africa e molti dei Paesi del Medio oriente, costituiscono una fonte drammatica di perdite umane e di danni materiali all’economia e all’ambiente dei Paesi colpiti, andando ad alimentare ingenti fenomeni migratori. C’è tuttavia una comprensione molto limitata di un’altra importante conseguenza: l’impatto del settore militare sul clima.

Le emissioni di gas serra del settore militare

Ellie Kinney, Advocacy Climate Coordinator presso il Conflict and Environment Observatory, intervenendo alla COP29 spiega che l’attività militare potrebbe essere responsabile di circa il 5,5% delle emissioni globali, il che significa che se gli eserciti del mondo fossero conteggiati come un paese, sarebbero il quarto maggiore emettitore al mondo dopo Cina, Stati Uniti e India! Inoltre, questa stima del 5,5% non tiene conto del significativo impatto climatico dei conflitti armati stessi.

Uno studio condotto da Ecoaction, in collaborazione con l’Initiative on GHG accounting of war (IGGAW), ha monitorato i dati relativi alla guerra della Russia in Ucraina effettuando la prima stima completa dell’impatto climatico di un conflitto armato in corso dimostrando che tale impatto può essere significativo. Infatti nei primi due anni dell’invasione si stima che siano state provocate emissioni maggiori della produzione annuale di un paese industrializzato come i Paesi Bassi.

Pochi governi monitorano: il caso UE

Pochi Paesi tuttavia rendicontano le emissioni nel settore militare secondo le guide linea volontarie di UNFCCC anche per la mancanza di chiarezza su cosa deve essere comunicato e in che modalità.

Tutto questo mentre crescono in maniera esponenziale le spese militari in molti Paesi. Emblematico è il caso dell’Unione Europea. Dai dati disponibili, l’impronta di carbonio delle forze armate e delle industrie di tecnologia militare dell’UE, è stata stimata in circa 24,8 milioni di tonnellate di CO₂, equivalenti alle emissioni annuali di circa 14 milioni di auto. Questa è probabilmente una stima prudente ed è stata effettuata prima che i budget di spesa militare combinati dei 27 stati membri aumentassero di oltre il 44%. Si stima che per un aumento di un punto percentuale della spesa militare, le emissioni totali aumenteranno dello 0,9-2%.

Il vicedirettore esecutivo dell’European Defence Agency (EDA) André Denk ha osservato che “l’obiettivo dell’UE di diventare climaticamente neutrale entro il 2050 non può essere raggiunto senza l’impegno del settore della difesa”, e tuttavia le forze armate europee non sono soggette ad alcun obbligo di riduzione delle emissioni ai sensi della legislazione dell’UE – di fatto, rimangono esenti.

Linee guida per il monitoraggio delle emissioni militari

Per condurre un monitoraggio accurato delle emissioni è stata così elaborata una guida metodologica, The guidance on estimating conflict related GHS emissions. La guida è stata elaborata in funzione dei danni causati dalla Russia nella guerra in Ucraina ma anche dalle emissioni dagli incendi nei pozzi petroliferi in Iraq, conteggiando il consumo di combustibili fossili dall’esercito USA nella cosiddetta “guerra al terrorismo” e da una prima stima delle emissioni provocate dal conflitto di Israele a Gaza.

La metodologia prevede di indagare, in particolare, su una serie di fattori come ad esempio il consumo di combustibili fossili, i danni alle infrastrutture energetiche, gli effetti degli incendi provocati in aree edificate e in aree naturali, il movimento forzato di rifugiati, la distruzione delle catene di approvvigionamento e la loro successiva ricostruzione.

La disponibilità di dati delle emissioni nel settore militare dovrebbe rispondere a tre categorie di informazione definite dal Protocollo dei Gas Serra. Si tratta dell’utilizzo dei combustibili fossili, dell’uso energetico e delle catene di rifornimento, categorie per le quali i dati sono pochi o del tutto carenti. L’obiettivo è anche quello di inserire una nuova categoria risultante dai combattimenti bellici che potrebbe aiutare a comprendere meglio i costi climatici dei conflitti armati.

Cosa si chiede ai governi

Le richieste rivolte ai Governi sono pertanto quella di considerare le emissioni nel settore militare attraverso innanzitutto un monitoraggio continuo, e di impegnarsi nella produzione di rapporti periodici completi, confrontabili e trasparenti. Il monitoraggio deve consentire la possibilità di definire quindi impegni chiari e quantificabili per la riduzione delle emissioni di gas serra nel settore militare. L’auspicio, rivolto alla comunità riunita alla COP29, è quello di implementare un accordo internazionale per definire modalità standard di rendicontazione e misura delle emissioni del settore.

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