La COP della pace non si può tenere in Azerbaigian

Di Emanuele Rippa
Condividi:
Venerdì 15 Novembre alla COP29 di Baku è stata la giornata tematica dedicata alla pace, tema scelto anche per lo slogan di questa conferenza. Ma può una COP dedicata alla pace tenersi in Azerbaigian?

Venerdì 15 Novembre alla COP29 di Baku è stata la giornata tematica dedicata alla pace, tema scelto anche per lo slogan di questa conferenza. Ma può una COP dedicata alla pace tenersi in Azerbaigian?

di Emanuele Rippa 

COP29 è stata definita la COP della pace. Greta Thunberg al Guardian ha però posto una domanda fondamentale: “Come può l’Azerbaigian, un paese autoritario e calunnioso nei confronti dei diritti umani, ospitare una cosa del genere?”. Questa domanda risuona soprattutto dopo la pulizia etnica portata avanti dall’Azerbaigian nella zona del Nagorno Karabakh nei confronti della popolazione armena. La risposta è semplice: non può.

Non è iniziata bene

Fin dal principio infatti i rappresentanti del paese non hanno fatto molto per rispettare la loro promessa sulla COP29. Il discorso di Ilham Aliyev, presidente del Paese in carica da più di 20 anni, assomigliava molto più a una dichiarazione di forza che a un invito alla cooperazione per la pace. Il presidente ha usato infatti il suo spazio al summit dei leader per togliersi qualche sassolino dalla scarpa, denigrando chi aveva proposto di boicottare la COP e ribadendo la sua posizione sui doppi standard dei politici occidentali, delle “ONG da loro controllate” e dei “media di fake news”.

Dinamiche belliche

Ma questa COP è impregnata di dinamiche belliche da ben prima del suo inizio, l’Azerbaigian era riuscito l’anno scorso infatti ad ottenere l’approvazione per l’organizzazione della COP29 solamente grazie all’accordo raggiunto con l’Armenia, che implicava la liberazione di più di trenta prigionieri politici.

La stessa presa in considerazione della candidatura azera, inoltre, era dipesa dal veto imposto a tutti gli altri Paesi della zona da parte della Russia, che si era rifiutata di appoggiare la candidatura di qualsiasi Paese dell’Unione Europea.

Ed è ancora la guerra, che negli ultimi due anni ha contribuito ad erodere la credibilità dei processi internazionali, ad intaccare la fiducia nella possibilità che una conferenza di questo tipo possa portare i paesi ad agire per la questione climatica.

Anche la guerra ostacola l’obiettivo finanziario

Guerra che ritorna poi inevitabilmente anche quando si parla dell’obiettivo principale della Conferenza di quest’anno, il nuovo obiettivo collettivo per la finanza climatica. Come abbiamo scritto nei giorni scorsi, la cifra richiesta dalle popolazioni del Sud del Mondo è quella di 1 trilione di dollari all’anno in finanza per il clima.

La cifra sembra enorme, ma come scrive Vanessa Nakate, attivista per la giustizia climatica ugandese: “La spesa militare globale supera i 2 trilioni di dollari all’anno. Ciò è più del doppio del trilione di dollari necessario per un adeguato finanziamento climatico. Ci sono abbastanza soldi nel mondo per abbandonare i combustibili fossili. È una questione di allocazione. È una questione di volontà politica.”
Il discorso è chiaro, ma se è una questione di allocazione e volontà politica, sembra che tutte le volontà con potere in merito, in questo momento, spingano per la guerra.

Una COP avvolta da un’atmosfera tetra

Tornando quindi allo slogan di questa COP, e al tema della giornata di venerdì, ben lontana dall’essere una COP di pace, la COP29 è immersa in un’atmosfera tetra. Atmosfera che sicuramente ha risentito anche del dato pubblicato dalla coalizione di organizzazioni della società civile “Kick Big Polluters Out”, che come ogni anno ha reso pubblico il numero di lobbisti dell’industria dei combustibili fossili. Quest’anno sono più di 1770 le persone accreditate ricollegabili a questo tipo di aziende, che possono quindi contare su una delegazione quasi doppia rispetto al totale delle delegazioni dei dieci paesi più vulnerabili, i quali insieme contano solo circa 1000 delegati.

Industria, quella dei combustibili fossili, che con la guerra ha un rapporto molto stretto. Come si legge nel rapporto “Behind the barrel” di Oil Change International infatti, “Le principali compagnie petrolifere internazionali”, tra cui l’italiana Eni, “traggono profitto rifornendo la macchina da guerra di Israele”. Strategia che lo stesso Azerbaigian sta adottando, mentre ospita la COP della pace infatti, esporta il 40% del suo petrolio verso Israele in cambio di armi.

Oltre le contraddizioni

Le contraddizioni sono ovunque, e accreditano chi da anni chiede una riforma nell’organizzazione della Conferenza, a partire dalla regolazione dei conflitti di interessi. È importante però non lasciare che venga offuscato il vero obiettivo della COP di quest’anno, su cui, nonostante tutti gli ostacoli e le interferenze, si continua a negoziare. Un trilione di dollari è un numero gigante, l’obiettivo in base al quale alla fine delle due settimane, questa COP29 verrà valutata dal mondo.

Un obiettivo su cui anche l’Azerbaigian, nonostante il suo interesse nel prolungare la vita delle industrie dei combustibili fossili, cercherà di spingere, per poter raccontare la propria presidenza come un grande successo e guadagnare peso sul piano internazionale. 

Articolo originale pubblicato sull’edizione cartacea de Il T Quotidiano – nostro media partner – di sabato 16 novembre, dove nella sezione Terra Madre potete trovare ogni giorno il nostro racconto della COP29 a Baku.

Condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

plugins premium WordPress