Il dato che tutti stavano aspettando è arrivato, alla COP29 i lobbisti dell’industria dei combustibili fossili presenti sono più di 1770 ed eclissano le delegazioni delle nazioni più vulnerabili, le quali insieme possono contare su solo 1033 delegati.
Di Emanuele Rippa
Il titolo scelto dalla coalizione Kick Big Polluter Out, che riunisce oltre 450 organizzazioni a livello globale, evidenzia chiaramente la gravità della situazione:: “I lobbisti dei combustibili fossili eclissano le delegazioni delle nazioni più vulnerabili al clima ai colloqui della COP29”.
Per il secondo anno consecutivo, la coalizione dei lobbisti dei combustibili fossili sarà più numerosa di quella di qualsiasi altro singolo Stato, se si escludono dal calcolo le coalizioni dello stato ospitante, l’Azerbaigian, e dei due Paesi che si preparano ad ospitare le prossime Conferenze, il Brasile e la Turchia.
Un dato questo pubblicato dalle associazioni della società civile, e che negli ultimi anni è andato a salire progressivamente, raggiungendo l’anno scorso, alla COP28 di Dubai, un picco di almeno 2.456 persone affiliate alle industrie petrolifere e del gas.
Da dove vengono gli accrediti?
A un vasto numero di lobbisti dei combustibili fossili è stato concesso l’accesso alla COP in quanto membri di associazioni di categoria, tra queste, 8 dei 10 gruppi con il maggior numero di lobbisti provenivano dal Nord del mondo.
Ma alcuni lobbisti sono addirittura stati registrati direttamente all’interno delle delegazioni nazionali di alcuni Paesi, tra i quali ovviamente anche l’Italia, che ha registrato all’interno della sua delegazione rappresentanti del colosso petrolifero Eni e del gigante energetico Enel.
Il comunicato stampa di Kick Big Polluter Out afferma inoltre che ad aggravare la situazione c’è il fatto che: “Chevron, ExxonMobil, BP, Shell ed Eni, che hanno portato con sé un totale di 39 lobbisti, sono collegate anche al genocidio in Palestina, dove alimentando la macchina da guerra di Israele.”
La società civile chiede di normare i conflitti di interesse
Proprio nell’anno in cui la temperatura del Pianeta e le emissioni di gas serra hanno infranto i record precedenti, come viene riportato nel comunicato, è emerso che molte delle più grandi aziende mondiali di combustibili fossili hanno approvato una spesa di 250 miliardi di dollari in petrolio e gas a partire dalla fine della COP28.
L’accesso delle aziende e le attività di lobbying ai colloqui delle Nazioni Unite sul clima non sono limitati per l’industria dei combustibili fossili, nonostante le costanti richieste da parte dei Paesi del Sud Globale e della società civile. E di questo sembra approfittarsi il team incaricato di guidare la COP di quest’anno. Come ha rivelato un’indagine sotto copertura di Global Witness, infatti, un membro del comitato azero ha contribuito a facilitare delle discussioni su accordi riguardanti combustibili fossili alla COP29.
Proprio su questo si basano le richieste degli ultimi anni di proteggere i negoziati delle Nazioni Unite sul clima, stabilendo chiare politiche sui conflitti di interesse e misure di responsabilità, richieste supportate da Paesi che rappresentano collettivamente quasi il 70% della popolazione mondiale.
Exxon non vuole che Trump esca dall’Accordo di Parigi
Forse la facilità con cui le aziende dei combustibili fossili riescono a far accreditare i propri lobbisti all’interno della Conferenza fa parte delle motivazioni che hanno spinto Darren Woods, l’amministratore delegato di Exxon, a chiedere a Trump di non uscire dall’Accordo di Parigi.
È chiaro che le motivazioni che l’hanno spinto a questa azione siano ben lontane da un improvviso colpo di empatia verso le milioni di persone a rischio per gli effetti della crisi climatica, causata dalle emissioni della sua e dalle altre grandi aziende di combustibili fossili. Woods ha infatti dichiarato che Trump dovrebbe invece creare incentivi per le aziende di combustibili fossili, affinché possano (molto lentamente) passare all’energia pulita continuando a realizzare grandi profitti.
È più probabile, infatt,i che questa richiesta sia basata sulla consapevolezza che uscire unilateralmente dall’Accordo di Parigi potrebbe intaccare per le aziende petrolifere statunitensi proprio quei profitti che stanno così intensamente provando a preservare, nonostante l’immenso costo di vite umane. Woods lo sa bene, è importante essere presenti alla decisione delle regole del gioco.
Un abbandono dell’Accordo potrebbe infatti significare essere escluse da tutta una serie di decisioni, rendendo più difficile l’accesso alle possibili opportunità derivanti dalla partecipazione al processo di decarbonizzazione, delineato alle COP ed influenzato proprio dalla partecipazione dell’enorme delegazione di lobbisti dell’industria fossile.
