Letícia Leobet, consulente internazionale presso Geledés – Istituto della Donna Nera, partecipa per il secondo anno consecutivo ai negoziati della Conferenza sul Clima, questa volta a Baku, in Azerbaigian. La brasiliana racconta le strategie utilizzate per far riconoscere al mondo il ruolo degli afrodiscendenti nella conservazione del Pianeta.
Di Pedro Borges / Alma Preta*
La Conferenza ONU sul Clima (COP29) di Baku ruota principalmente attorno ai negoziati tra i Paesi, per definire obiettivi, accordi o esercitare pressioni affinché determinate misure vengano implementate. Tra le brasiliane che seguono questi dialoghi c’è l’attivista Letícia Leobet, consulente internazionale presso Geledés – Istituto della Donna Nera.
Leobet ha partecipato anche a giugno alle negoziazioni sul clima di Bonn, in Germania, considerate una pre-COP. Questi incontri, grazie alla minore affluenza, offrono l’opportunità di instaurare un dialogo più diretto sia con i diplomatici sia con i rappresentanti della società civile internazionale.
Zone di Sacrificio Razziale
Durante la COP29, Geledés ha presentato una lettera di raccomandazioni alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC). Il documento introduce il concetto di “Zone di Sacrificio Razziale”, spiegando come il razzismo influisca sulle aree maggiormente colpite dai cambiamenti climatici, spesso abitate da persone nere.
“La popolazione afrodiscendente è sproporzionatamente concentrata in zone di sacrificio globali – aree diventate pericolose e persino inabitabili a causa della degradazione ambientale. Queste aree possono essere descritte più adeguatamente come ‘zone di sacrificio razziale’, perché includono principalmente terre ancestrali dei popoli indigeni e territori neri periferici, che stanno affrontando i peggiori impatti dei cambiamenti climatici”, afferma il documento.
Preparazione alla COP30 in Brasile
Geledés organizzerà un incontro preparatorio per la COP30, che si terrà a Belém nel 2025. L’evento, previsto per maggio, sarà un’opportunità per dialogare con il Ministero degli Esteri brasiliano sulle strategie nazionali in vista del summit.
Con l’aumento degli effetti dei cambiamenti climatici, come le alluvioni nel Rio Grande do Sul e le siccità nei fiumi della regione Nord del Brasile, Letícia Leobet critica la mancanza di coerenza nelle politiche climatiche adottate dai governi.
“C’è una narrativa sulle politiche climatiche efficaci, ma non vediamo una concreta realizzazione di queste promesse. Questo mina la credibilità di un paese che vuole essere un leader nella lotta ai cambiamenti climatici, ma al contempo vive situazioni come quelle del Rio Grande do Sul e altre nel proprio territorio”, sottolinea l’attivista.
Leggi l’intervista completa:
Quali sono le strategie di intervento di Geledés in questo contesto?
Una delle nostre principali strategie nei confronti della diplomazia brasiliana è stata l’invio di raccomandazioni. Facciamo un’analisi approfondita dei documenti negoziati durante la COP e delle principali discussioni in corso.
Queste raccomandazioni vengono inviate sia al Ministero degli Esteri brasiliano (Itamaraty), sia al potere esecutivo e ai ministeri coinvolti nel processo.
Che tipo di riscontro avete ricevuto dopo l’invio delle raccomandazioni?
Non abbiamo ricevuto un riscontro diretto, come una risposta via email o simile, ma questo ha rafforzato il nostro dialogo con l’Itamaraty. Di recente abbiamo partecipato a una conversazione organizzata dal Ministero degli Esteri con la società civile, dove abbiamo interrogato lo Stato brasiliano su quali strategie stessero utilizzando per includere le nostre richieste.
L’anno scorso hai seguito i negoziati come osservatrice. Continuate con la stessa strategia?
Sì, continuiamo con la stessa strategia. L’anno scorso, però, c’era una differenza: era il nostro primo contatto diretto con la diplomazia brasiliana.
Quest’anno c’è una novità rispetto all’anno scorso: abbiamo partecipato a Bonn, in Germania, alla pre-conferenza, o pre-COP, come la chiamiamo. Questo ci ha permesso un’interazione più intensa e ravvicinata con la diplomazia brasiliana.
Utilizziamo inoltre queste raccomandazioni per collaborare con organizzazioni della società civile di altri paesi e supportare la diplomazia internazionale.
La possibilità di un intervento più concreto si realizza attraverso questo lavoro dietro le quinte con la diplomazia brasiliana?
Proprio così. Fondamentalmente, cerchiamo di includere un linguaggio specifico nei documenti negoziali. Vogliamo che i documenti rappresentino questioni legate all’agenda razziale.
Un esempio concreto: se si discute di indicatori globali di adattamento, il nostro obiettivo è capire come questi indicatori possano considerare le questioni di razza, genere e territorio.
Un esempio tratto dal dietro le quinte: alla COP28, grazie alla relazione costruita con l’Itamaraty, una diplomatica che partecipava ai negoziati ci ha dato l’opportunità di proporre un testo. Ci ha detto: “Questo è il testo, cosa suggerite?”. Abbiamo così aggiunto un linguaggio che includeva questioni di razza e relative alla comunità afrodiscendente. Abbiamo inviato il nostro contributo e lei lo ha proposto ufficialmente.
Come si svolge il lavoro di seguire le negoziazioni? Qual è la dinamica?
La base delle negoziazioni è un testo. Esiste un testo elaborato dai facilitatori di una determinata agenda. Per esempio, nell’agenda di genere, uno dei facilitatori è della Repubblica Democratica del Congo e l’altro della Norvegia. Essi redigono un testo base, iniziale, che viene sottoposto agli Stati membri, i quali possono proporre modifiche.
Oppure, come spesso accade, possono rifiutare il linguaggio proposto. Inizia così un processo negoziale sulle formulazioni. Molte discussioni riguardano l’implementazione, nuove questioni, il finanziamento e la responsabilità dei paesi in relazione alle emissioni o ai fondi.
Da quanto avete osservato a Bonn, quali sono le vostre aspettative per i negoziati di quest’anno?
La situazione è estremamente delicata. La mia impressione è che tutto sia ancora molto astratto. La definizione del nuovo valore di finanziamento e i criteri sottostanti, che saranno la principale discussione sul finanziamento, sono ancora molto incerti.
E questo aspetto è cruciale, poiché influenza tutte le altre agende. Il finanziamento avrà un impatto sull’adattamento e sulla transizione giusta.
Come Geledés, e forse altre organizzazioni nere, state guardando alla COP30 a Belém, in Brasile?
La diplomazia brasiliana sta cercando di calmare la società civile dicendo: “Prima affrontiamo la COP29, poi pensiamo alla COP30”. Ma sappiamo che non è così, e molte articolazioni devono iniziare già ora.
Geledés sta organizzando un evento pre-COP per maggio 2025, un incontro di alto livello per dialogare con rappresentanti dell’ONU, diplomatici di vari paesi firmatari, società civile e altri attori rilevanti. Discuteremo, ad esempio, come il Brasile intende posizionarsi.
Anche se la COP si terrà in Brasile, si tratta di una COP per l’America Latina e il Sud Globale, un’opportunità per portare alla ribalta le richieste, le specificità e le soluzioni alternative pensate a partire dal Sud Globale e dall’America Latina.
Avete coniato il termine “zone di sacrificio razziale” nei documenti per l’ONU. Cosa sono queste aree?
Le zone di sacrificio razziale sono un modo per evidenziare il razzismo ambientale. Parliamo di territori occupati da popolazioni storicamente vulnerabili e discriminate, che diventano aree particolarmente colpite dai cambiamenti climatici.
L’uso di questo concetto mira a rendere visibile il razzismo ambientale e a esplicitare le disparità rispetto agli impatti dei cambiamenti climatici.
Questo concetto sottolinea anche la prospettiva della giustizia climatica, che deve includere necessariamente la giustizia razziale. Sottolineiamo che non esiste giustizia climatica senza giustizia razziale e di genere.
* Alma Preta è partner di Agenzia di Stampa Giovanile nella copertura collaborativa della COP29.
