COP29: le popolazioni indigene chiedono risarcimento 

Di Emanuele Rippa
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In un contesto caotico come le COP, è importante distinguere le voci importanti dal rumore di fondo, quelle delle popolazioni indigene sono sicuramente tra queste.

Di Emanuele Rippa

Le Conferenze ONU sul Clima (COP) sono un grande calderone, piene di leader che sfilano, delegazioni negoziali, giornalisti, attivisti, lobbisti e tutta una serie di altre categorie, organizzate nei modi più complessi. Tutti questi gruppi hanno interessi ed aspettative differenti, che provano a portare avanti con tutti i mezzi concessi dalla struttura della conferenza, dovendosi destreggiare negli ultimi anni anche tra le restrizioni imposte dai paesi ospitanti

Custodi della saggezza indigena

In questo gran vociare, una delle modalità per attirare attenzione mediatica su un tema specifico, o per lanciare dei messaggi, è quella di organizzare una conferenza stampa prima di eventi molto partecipati. Questo è quello che è stato fatto lunedì, 11 novembre, dal collettivo “A wisdom keepers delegation”, gruppo di custodi della saggezza indigena, che da due anni si riunisce per co-creare politiche climatiche coerenti con il contesto attuale e adatte ad essere integrate all’interno delle linee negoziali dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change). 

Nuovo obiettivo finanziario 

L’obiettivo della conferenza, svolta subito prima della cerimonia di apertura della COP29, è stato quello di presentare le speranze ed aspettative dei leader di varie popolazioni indigene. Loro hanno ribadito le loro richieste sul New Collective Quantified Goal (NCQG), il nuovo obiettivo finanziario che dovrà essere raggiunto a COP29, e richiamato l’attenzione sulla necessità di intraprendere la strada per la costruzione di un mondo in cui gli esseri umani possano tornare a vivere in reciprocità con l’ambiente che li circonda. 

Inquinamento ambientale

Ad aprire la conferenza è stato Jacob Johns, della nazionalità Hopi, i cui territori si trovano nel Sud-Est degli Stati Uniti. Organizzatore di comunità, è stato vittima a settembre del 2023 di un tentato omicidio, un militante di estrema destra infatti gli aveva sparato al petto mentre Johns protestava contro la re-installazione, in una cittadina degli Stati Uniti, della statua di un violento colonialista spagnolo. Solo uno purtroppo delle centinaia di casi simili che riguardano chi svolge attività di difesa dei propri territori dalla distruzione e dall’inquinamento dell’ambiente, tra il 2012 e il 2023 infatti sono stati 2100 i difensori della terra e dell’ambiente uccisi

Ci aspettano tempi di rinnovamento

Johns ha introdotto la conferenza affermando che il momento in cui ci troviamo è stato profetizzato in tutte le tradizioni indigene e sarà necessariamente un momento di svolta. Saranno tempi di distruzione, ma dovranno essere anche tempi di rinnovamento, ed è per questo che il collettivo ha deciso di riunirsi ed iniziare i suoi lavori, per creare insieme dei modi di affrontare i fallimenti sistemici dei sistemi coloniali oppressivi, e per rispondere alla degradazione ambientale causata al mondo dal colonialismo. 

Servono trilioni di dollari

La richiesta delle popolazioni indigene, in linea con quella dei paesi più vulnerabili, è stata chiara: basta parlare di miliardi, è il momento di parlare di trilioni di dollari (un trilione equivale a mille miliardi), e al plurale, perché uno solo non è sufficiente. 

È stata inoltre ribadita la necessità che questi fondi non vengano assolutamente stanziati in forma di nuovo debito, come invece è avvenuto l’anno scorso per il 63% dei 100 miliardi di dollari per il clima, che rischiano quindi di esacerbare le spirali del debito in cui vari paesi del Sud globale sono attualmente intrappolati.

Il collettivo ha poi parlato del lavoro portato avanti con i leader globali perché la finanza climatica venga resa direttamente accessibile anche alle comunità indigene, in modo che esse non debbano dipendere dai sistemi coloniali che li tengono oppressi per poterci accedere. “Finanza pubblica basata su sovvenzioni. Questo è ciò che chiediamo come delegazione indigena”

Palestina e crisi climatica

“Vorrei che ci prendessimo un momento per ricordare il popolo palestinese, che sta affrontando un anno di genocidio, un anno di fame, un anno di sfollamento, un anno di totale disumanizzazione”.

Tra i relatori della conferenza c’era anche Aya Khourshid, egiziana e palestinese, che ha usato il suo intervento per ricordare che è necessario parlare del genocidio che sta avvenendo in Palestina anche in questi luoghi, perché le visioni alla base di quello che stiamo vedendo succedere nella sua terra, sono le stesse che causano la crisi climatica, sguardi estrattivi, che puntano alla separazione, all’accumulazione e all’espansionismo, che sia economico o che riguardi la terra. 

Khourshid ha poi chiesto alle persone presenti di prendersi un momento per pensare al popolo palestinese anche quando si parla di finanza climatica, perché: “questa è la COP della finanza, e mentre noi siamo qui a elemosinare i miliardi che servono per la crisi climatica, parecchi miliardi vengono erogati a capriccio per Israele, senza che gli venga richiesta alcuna responsabilità, senza alcun processo”. 

Ha poi aggiunto che questo è un momento cruciale e che il problema non è solo la crisi climatica, “dobbiamo ripensare l’intera economia, dobbiamo ripensare la crescita, perché il concetto di crescita verde è una favola”. 

Cooperare e attivarsi

La conferenza si è poi chiusa con un impattante invito alla cooperazione e all’azione da parte di Jacob Johns: “Coloro che sono venuti prima di noi, hanno pensato a questo momento come alla fine, ma coloro che verranno dopo di noi, penseranno a questo momento come all’inizio. Vi invitiamo non a inviare pensieri e preghiere, ma a stringervi la mano e a compiere azioni forti e coraggiose per costringere i nostri governi mondiali a contribuire con i soldi di cui abbiamo bisogno per impedire altri disastri”. 

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