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21/05/2019, 12:34

cop25, clima, onu, bando, cile



Nuovo-bando:-In-Cile-alla-Conferenza-delle-Nazioni-Unite-sul-Clima


 Esce il nuovo bano 2019 per selezionare studenti universitari interessati a partecipare come reporters dell’Agenzia di Stampa Giovanile alla Conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici di Santiago (Cile). Posti disponibili: 4



Nona tutti capita l’occasione di essere invitato a partecipare alla Conferenzadelle Parti della UNFCCC (Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici,COP25), che quest’anno sarà realizzata a Santiago, in Cile, nel mese didicembre 2019. Ma noi, dal 2012 e anche quest’anno, ti offriamo questapossibilità con il progetto Visto Climatico! Testimonia la sua partecipazione a Katowice presso la COP24Giulia, studentessa dell’Università degli Studi di Trento: "Partecipare allaCOP24 è stata per me un’esperienza incredibile. Mi ha fatto trovare il mioposto nel mondo, almeno parlando in termini di studio e lavoro. Mi sono sentitaper la prima volta una cittadina del mondo, parte di un qualcosa più grande dime".

Visto Climatico è un progetto di giornalismopartecipativo e di educazione alla cittadinanza globale coordinatodall’Associazione Viração&Jangada di Trento in collaborazione con il Centroeuropeo Jean Monnet, Fondazione Fontana, Associazione Mazingira, AssociazioneCulturale In Medias Res, con il contributo finanziario della Provincia Autonomadi Trento e con il supporto scientifico dell’Osservatorio Trentino sul Clima. L’obiettivodel progetto è coinvolgere 4 studentiuniversitari, tra i 18 e 30anni, residenti in Provincia Autonoma di Trento oppure frequentantil’Università degli Studi di Trento inun percorso di giornalismo partecipativo sui cambiamenti climatici e lemigrazioni ambientali che si articolerà in 3 fasi ben distinte:

  • Prepariamoci: Parteciperai a 3 incontri obbligatoridi formazione sulle tematiche dei cambiamenti climatici, migrazioni ambientalie giornalismo partecipativo. Gli incontri si svolgeranno nelle seguenti date: venerdì 25 ottobre, giovedì 7 novembre,venerdì 22 novembre 2019, dalle 16.00 alle 20.00 presso il Centro per laCooperazione Internazionale, in Vicolo S. Marco n.1 (Trento). 
  • Partiamo per la COP25: Viaggerai fino a Santiago (Cile) dal 2 al 13 dicembre 2019 e, in qualitàdi reporter dell’Agenzia di StampaGiovanile, racconterai la COP25 attraverso video, foto, articoli e interviste.Il tutto verrà pubblicato online in inglese, italiano, spagnolo e portoghesesul sito dell’Agenzia di Stampa Giovanile, sui siti web dei nostri partner internazionalidi progetto, e su alcuni giornali locali.  
  • Raccontiamoci: Una volta ritornato dal Cile,parteciperai ad un’attività presso l’Università degli Studi di Trento perraccontare la tua esperienza alla COP25. Sarà una fase molto divertente e interattiva;per questo, abbiamo in serbo un bel gioco di ruolo sui negoziati ONU sul Clima.A conclusione del percorso rilasceremo un certificatodi partecipazione a Visto Climatico. 

Accedi QUI al bando di selezione. 


Iscrizioni entro venerdì 30 agosto 2019 per e-mail a info@viracaoejangada.org. Dopo una revisione delle adesioni,contatteremo i ragazzi selezionati a partire da lunedì 9 settembre 2019.  



Permaggiori informazioni sul progetto 
E-mail: info@viracaoejangada.org  
Telefono:348 1936763 
16/05/2019, 17:30

discriminazione, nazionalismi, populismo, destra, sinistra, razzismo, pace



I-PONTI,-I-MURI-E-GLI-ALTRI:-JOHN-CARLIN-PORTA-MANDELA-A-BOLZANO-


 John Carlin, giornalista britannico, conosce ben Nelson Mandela e la sua lotta contro l’apartheid. Il Centro per la pace di Bolzano lo ha invitato in città per ricordare il leader attivista sudafricano e ribadire la necessità di aprirsi all’altro.



John Carlin è un tipo alto, serio, realista. Fa ilgiornalista e, nel corso della sua carriera, si è spostato dall’Europaall’America centro-meridionale al Sudafrica. Qui, ha conosciuto da vicino unodei più grandi attivisti e statisti di sempre: Nelson Mandela.

Venerdì 10 maggio, John Carlin era a Bolzano proprio perparlare di lui, di Mandela. Il suo intervento s’inseriva in un progetto portatoavanti dal Centro per la Pace del capoluogo altoatesino in collaborazione conil Centro antirazzista Benny Nato: l’esposizione della mostra fotografica Il Sudafrica e il sostegno italiano control’apartheid, realizzata già nel 2004 in occasione del decennale della finedella segregazione razziale in Sudafrica.

Scopo dell’evento è ricordare alla società italiana di oggilo sforzo della sua controparte di ieri per combattere la discriminazione intutte le sue manifestazioni - etnica, economica, politica, sociale, culturale. Èincoraggiarci a continuare questa lotta, specialmente in un momento storico incui il mondo è infestato da incubi che parlano di chiusura, esclusione, supremazia,primato di alcuni esseri umani su altri esseri umani. Incubi che raccontano cheè impossibile costruire canali di comunicazione e condivisione con il diverso.

È proprio attorno al rapporto io-altro che si sviluppail dialogo con John Carlin, testimone privilegiato del mondo e dello sforzo dichi ha tanto cercato di cambiarlo in meglio.

Pensando al motivoper cui lei è a Bolzano, mi sono chiesta come si può definire l’apartheid. E misono risposta che l’apartheid è il disprezzo e il disgusto dell’altro chesfociano in un sistema di discriminazione istituzionalizzata. Vorrei sapere seè d’accordo e se riesce a indicarmi quale secondo lei è il germe di questadiscriminazione, tenendo presente anche l’attuale situazione europea.
È una domanda molto complessa. Usi la parola disprezzo, maio preferirei usare paura... Paura dell’ignoto che può generare come nodisprezzo, odio. Ma la paura di ciò che è sconosciuto è e resta il punto dipartenza. Stiamo parlando di qualcosa di connaturato alla specie umana. Il casosudafricano, l’apartheid, è inusuale perché qualcosa di così legato all’essereumano come il razzismo (ossia la paura delle altre etnie) è stato mostrato enarrato in modo molto semplice, come fosse una storia per bambini: tutto erachiaro, c’era il bianco e c’era il nero e la differenza netta tra di loro.

Però il razzismo non è sudafricano, ma universale. I primiesseri umani si sono mossi dall’Africa verso Nord e si sono stanziati nelmoderno Medio Oriente. Cinquemila anni dopo, altri esseri umani sono uscitidall’Africa e hanno raggiunto quegli stessi territori: lì, tuttavia, sono statirigettati perché diversi. Il razzismo è ovunque. Non è solo come pensiamo noiin Europa, cioè l’azione discriminatoria del bianco contro il nero: persone dicolore sono razziste nei confronti di persone di colore, come succede inAfrica. Conosco bene il Rwanda e posso dire con certezza che Tutsi e Hutu,carnefici e vittime del genocidio del 1994, sono molto simili. Questo èrazzismo.

E qual è lasituazione attuale del Sudafrica: c’è ancora il razzismo? Che forma ha preso?
Anche oggi in Sudafrica persiste il razzismo... C’è quello deibianchi verso i neri, ma è una vecchia storia... Il fatto è che, da quando èdiventato un Paese democratico, il Sudafrica è meta di molti africani cheemigrano per cercare un lavoro migliore come fanno i messicani con gli StatiUniti. Vengono dallo Zimbabwe, dal Mozambico, dal Congo, dal Sudan, dal Malawi,dallo Zambia, dappertutto. E molti di loro sono trattati con estremo razzismo,con impressionante xenofobia dai sudafricani neri. Parliamo di aggressioni, digrande violenza. Tutto perché parlano lingue diverse, perché sono diversi.

Penso quindi sia importante considerare il razzismo in uncontesto umano universale e non intenderlo solo come un atteggiamento di noibianchi ricchi contro i poveri e diversi. È un fenomeno trasversale, si trovaanche in Sudamerica, in Asia. Ripeto, l’eccezionalità del Sudafrica è che eracosì ovvio, chiaro. L’apartheid aveva un "lato positivo", se così si può dire:l’onestà. Ci sono molti paesi dove c’è un apartheid de facto, anche se passato sotto silenzio. In Sudafrica chi era alpotere era così brutalmente onesto da scrivere il razzismo, la separazionedelle etnie nella legge costituzionale. Sono stato in America centrale primadel Sudafrica e penso di poter sostenere che il razzismo e l’apartheid eranopeggiori in Guatemala che in Sudafrica: erano più terribili e spaventosi. In Guatemala,l’80% della popolazione era indigena ed era terrorizzata dalla classe dirigentebianca. Come giornalista, era molto difficile trovare indigeni che mi parlasserodella loro situazione. In Sudafrica, gli africani discriminati ti dicevanotutto sull’apartheid mentre c’era l’apartheid.

Naturalmente, questa risposta è solo un’approssimazione. Maquello che voglio sottolineare è che la paura dell’altro è qualcosa di moltocomplesso e di molto profondo. Chi si immagina che il razzismo possa essereeradicato velocemente si sta illudendo. Allo stesso tempo, dobbiamo continuarea combatterlo. Le cose stanno migliorando, sono migliorate rispetto a cento annifa. Ma la paura dell’ignoto non scomparirà nel giro di poco.

Cosa pensa dei movimentinazionalisti che traggono vantaggio da questa paura? Che la usano pergovernare... Perché sono diventati forti ora, per esempio?
Abbiamo sempre una tendenza ad immaginare che il nostroperiodo storico sia in qualche modo peggiore e più complicato dei precedenti. Nonsono sicuro che sia vero, però. Penso che non ci sia nulla di nuovo sotto ilsole. Parliamo del male nazionalista oggi, ma cosa accadde il secolo scorso conMussolini e Hitler? Era un altro livello, ora viviamo una forma lieve dinazionalismo rispetto al nazifascismo.

Viviamo in un periodo in cui nazionalisti e populisti stannoavendo successo, in cui la loro è una formula efficace per raggiungere il poterein Italia, negli Stati Uniti, nel Regno Unito con la Brexit, in Brasile conBolsonaro, in Turchia con Erdogan, in Polonia, in Ungheria... È una formula chefunziona. Quello che dicono questi leaders populisti è che c’è un nemico (ilnazionalismo per definizione ha bisogno di un nemico), che dobbiamo temerlo eche loro proteggeranno tutti: quindi, "votatemi!". È molto semplice, primitivoe molto vecchio. È successo per migliaia di anni, lo facevano in Assiria cinquemilaanni fa. È una storia vecchia che funziona sempre e bene.

Forse oggi viviamo in un tempo di incertezza, un’epoca dipost-ideologie e le persone sono più disposte a credere a questi redentori, aquesti messia... Mentre crescevo io, c’era la Destra e la Sinistra. Adesso èmolto più ingarbugliato. Viviamo anche in Europa occidentale, in un luogo e intempo di post-religione perché le persone hanno abbandonato la fede in Diopropria delle grandi religioni corali. Le persone sono confuse, stanno cercandopunti di riferimento. E in quest’atmosfera di confusione e incertezza i grandipopulisti redentori fioriscono e prosperano.
È solo un’infarinatura di quelloche secondo me sta succedendo.

Pensa che questofiorire sia un sintomo di una crisi culturale, identitaria dell’Europa?
È in parte quello che le stavo spiegando prima. Quando erogiovane io, era tutto molto chiaro: c’erano Destra e Sinistra, la Guerra freddae la contrapposizione netta tra capitalismo e comunismo. Adesso è tuttodissolto e disorientante. Adesso le vecchie etichette sonomolto più labili. E sono intervenute nello scenario pubblico anche tante altrequestioni: il clima, il genere... È un grande miscuglio di cose nuove. Considerache nella storia del mondo la questione del genere (grande e centrale) è moltonuova e bisogna tenerlo ben presente: il femminismo è un movimento nato circa trent’annifa, un tempo molto breve nella storia del mondo. La stessa cosa per la questioneclimatica. E le cose si muovono molto velocemente: nel corso della mia vita,c’è stato un cambiamento d’atteggiamento verso le donne, gli omosessuali e lealtre etnie molto significativo. È stato molto veloce.

Alcune persone che hanno vissuto questo cambiamento si sonomosse altrettanto velocemente, ma molte altre no e resistono ancora all’ideadelle donne con una vita fuori da casa, all’idea del matrimonio omosessuale... Sentonoil bisogno di rallentare. Io appartengo al gruppo di chi ha accolto il nuovo,la mia generazione lo ha in qualche modo favorito, ma penso che molte cose chestanno accadendo velocemente abbiano veramente sconvolto e sconvolgano altri. Epenso che votare persone come Trump sia una reazione al troppo veloce. È unmodo per guardare indietro. Trump dice "MakeAmerica Great AGAIN": è come se promuovesse un ritorno a una sorta di etàd’oro perduta, andata. Un’epoca in cui le donne stavano a casa ad accudire ibambini, gli omosessuali erano invisibili, gli afro-americani non costituivanoun problema perché erano poveri e li lasceremo lì a vivere in quelle loro condizioni.

Per me è molto semplice essere critico, e sono molto moltocritico di persone come Trump e Salvini perché davvero non mi piacciono... Maforse bisognerebbe essere come Mandela: mettersi nelle scarpe dell’altro.Dovremmo farlo perché facendolo si riuscirebbe forse a combattere ilnazionalismo, il razzismo, la discriminazione, la paura dell’ignoto in modo piùefficacie.

Quali sono allora glistrumenti per riuscire a centrare questo obiettivo?
La paura è all’origine di molto di quanto sta accadendo. Partedi essa è una qualche sorta di ignoranza. Non so qui in Italia, ma in RegnoUnito esiste questa grossa ironia per cui le persone che supportano di più imovimenti nazionalisti e razzisti vengono dalle comunità dove ci sonopochissimi neri e islamici. A Londra, che è una sorta di miscuglio di tutto quanto esiste nel mondo, la maggioranzaha votato contro la Brexit. Alle ultime elezioni amministrative, abbiamo elettoun sindaco i cui genitori sono pakistani. A Londra vediamo musulmani, africani,albanesi e tanti altri tutti i giorni della settimana e sappiamo che riusciamoad andarci d’accordo. Ma le persone che vivono nelle piccole città in riva almare, in Essex ad esempio, persone che non hanno mai visto un africano o unmusulmano sono terrorizzate da loro.

È una questione di ignoranza e di educazione, di esporre lepersone al diverso. Di dire loro che non c’è nulla di cui avere paura.

Dietro questi movimentinazionalisti sembra esserci una sorta di strategia, linea comune e/o eminenza grigia che li collega tutti. Sto pensando all’ex stratega di SteveBannon, ad esempio... Cosa ne pensa di lui?
Penso sia molto intelligente e che capisca bene l’affare di usare la paura per manipolare le persone a scopi politici. Sto parlando diqualcosa che sembra complicato, ma non penso lo sia: per questi populisti èsufficiente individuare un nemico di cui si sa molto poco perché attorno a luic’è molta ignoranza, renderlo terrificante e dichiararsi il difensoreonnipotente. È una formula brillantemente semplice che funziona bene.

La cosiddetta Sinistra,non solo politica, ha responsabilità in quello che sta succedendo?
Torno a Mandela. Lui era il grande costruttore di ponti, cheè un altro modo di dire che Mandela cercò di conquistare la paura delle persone,di dire loro che non c’era tanto da temere.

Forse la Sinistra ha solo giocato al gioco degli antagonisminello stesso modo degli altri. Per esempio, faccio una riflessione. A Londrac’è stata una protesta contro il cambiamento climatico chiamata Extincion Rebellion che vuole salvare il Pianeta, ossiaportare avanti una battaglia che coinvolge tutti... Non importa che tu sia di Sinistra, di Destra, cristiano, ateo, musulmano... Però ho la sensazione chequesta protesta, e molte altre simili, sia molto autoreferenziale. Andando allemanifestazioni di Extinction Rebellion aWestminster Bridge, si vedono spesso cartelli che proclamano slogan come "Down with capitalism also": va bene, ma chiprotesta dovrebbe volere che anche i capitalisti siano dalla sua parte perché sista parlando della salute dell’intero Pianeta. Ripeto, non importa chereligione o ideologia: si dovrebbe andare oltre e cercare di includere tuttinella lotta.

Proteste di questo tipo stanno facendo qualcosa di moltopositivo attirando l’attenzione sulle problematiche attorno alle quali siorganizzano, ma stanno forse fallendo nella missione più importante che è aumentarela consapevolezza di tutti, indipendentemente dalla loro parte politica.Quindi, se c’è una critica che posso muovere alla Sinistra (nella quale ingenerale mi includo anch’io) è il mancato o insufficiente tentativo di mettersinella pelle degli altri e, così, costruire ponti. Invece di cercare solo disentirsi a posto con la propria coscienza...

Dove sono i giovaniin questo scenario?
I giovani come i vecchi rappresentano tutti i punti di vistao nessun punto di vista. Anche se è deprimente, è fondamentale capire che lepersone che pensano a questioni politiche sono una minoranza della popolazionemondiale. La politica è uno sport della minoranza, il calcio è centomila voltepiù seguito della politica. Le persone non sono molto informate e non pensano moltoalle questioni politiche.

Classificare tutti i giovani come se avessero una visionemonolitica delle cose è ridicolo. I giovani sono come sono sempre stati: c’è unpo’ di tutto in mezzo a loro. È un grosso errore pensare e dire che qualcunocome te, che lavora per un giornale giovanile, parli per tutti i giovani. NelRegno Unito, quando l’ultraconservatore NigelFarrage dice di parlare nel nome del popolo britannico... Sta zitto! Luicome Trump dicono di parlare per il popolo, ma non è vero: è una sciocchezza, èassolutamente falso. È tipico di nazionalismo e populismo, affermare di essereil popolo genuino mentre gli altri sono il falso, sono traditori.

I giovani devono, individualmente o in piccoli gruppi,ricordarsi della tendenza umana a progettare e agire avendo come obiettivoprincipale la soddisfazione personale. Comunicare con gli altri, farliragionare diventa un obiettivo secondario. Molto di tutto questo ha a che farecon la vanità. La Bibbia, nel libro dell’Ecclesiaste, dice che tutto è vanità.Ma per cambiare il mondo bisogna combattere la vanità.

Quando si ha a che fare con giovani che vogliono cambiare ilmondo, credo sia fondamentale chiarire questo: bisogna essere onesti con sé stessie chiedersi cosa si sta facendo davvero, quali sono le proprie proprietà. È unadomanda tanto difficile quanto imprescindibile, perché la vanità è molto fortenell’essere umano.

Stasera parlerà di Mandela.Sta quindi tenendo vivo il suo ricordo, il suo messaggio, il suo esempio. Quanto importante è la memoria storia per il futuro?
Terribilmente importante. Sfortunatamente, la vicendamondiale dimostra che le persone non imparano dalla storia. Non ascoltano lastoria. Ripetono gli stessi errori ancora e ancora e ancora. Quello che staaccadendo con i movimenti nazionalisti è una sorta di ripetizione degli orroridi circa un secolo fa. Naturalmente, bisogna mettere tutto in prospettiva: nonè remotamente così grave come quello che è accaduto, non ha la stessa scala.Non offendiamo le vittime di quel tempo.

Ma sembra esserci una sindrome della dimenticanza... Considera il Sudafrica di oggi: ci sono molte persone, spessogiovani, molto critiche di Mandela. Dicono che non abbia fatto abbastanza peraffrontare i problemi dell’ingiustizia economica, che avrebbe dovuto prendereterre e soldi ai bianchi. Si può dire, ma bisogna considerare questo: se inquel particolare momento storico, se venticinque anni fa Mandela avesse fattocosì, il risultato sarebbe stato una terribile guerra civile. È questione diguardare al possibile. Come si dice, la politica è ciò che può essere fatto. Èimportate ricordarselo, altrimenti ci si inganna. Mandela ha fatto il meglioche poteva sotto le circostanze in cui si trovava.

Le persone che non capiscono bene la storia interpretanomale il presente, prendono cattive decisioni e soprattutto non imparano. Cosìgli errori si ripetono, si creano nemici, si ingigantisce la paura, compaionoredentori salvifici... È una situazione per molti versi disperata. È molto piùsemplice essere leader guerrafondaio che essere un leader impegnato a costruireponti. È per questo che dei secondi ce ne sono pochi. Mandela è uno, Abraham Lincolnè un altro. Sembra ce ne sia uno ogni cento anni!

Quello a cui do valore sono politici, leaders, gruppi digiovani la cui missione è costruire ponti e non muri, che cercano modi perunire le persone e non dividerle. E forse è su questa linea che corre la divisionedel mondo in questo momento: non Destra e Sinistra, marxisti e capitalisti, macostruttori di ponti e costruttori di muri. Dal mio punto di vista, è megliocostruire ponti.

Come le piacerebbeche Mandela fosse ricordato?
Mandela credeva che essere nati bianchi o neri, ricchi opoveri, italiani o etiopi fosse solo una questione di casualità. Credeva che lepersone, proprio per le circostanze in cui crescono, sviluppino determinatipregiudizi e certe visioni politiche. Che bisognasse capire questa casualità e chefosse necessario cercare di mettersi nei panni dell’altro. Se lo si fa, si dimostrala capacità di capire la umanità con tutte le sue debolezze. Se si capisce cometutte le cose siano fortuite, si ha maggiore possibilità di perdonare erispettare gli altri. Di individuare e accentuare le cose in comune invece cheestremizzare le differenze. E penso che ciò che le persone di tutte le originie ideologie hanno in comune sia molto di più di quello che le divide. Mandelalo sapeva. Dove c’erano differenze, cercava di creare comunicazione e rispettoe ponti di comprensione.  


Carlotta Zaccarelli
Fotografia di Marianna Montagnana 
08/05/2019, 15:12

black, mirror, societ, umanit



Black-Mirror:-lo-specchio-che-riflette-l’umanità-intera-e-su-cui-vale-la-pena-riflettere
Black-Mirror:-lo-specchio-che-riflette-l’umanità-intera-e-su-cui-vale-la-pena-riflettere


 Saggio breve da La macchina sognante.



Costanti e variabili- "Black Mirror" porta con sé il presente nel suo stesso nome: "specchio nero". Siamo circondati da specchi tenebrosi; ovunque possiamo vedere la nostra immagine riflessa su una superficie opaca: quella del nostro smartphone, del nostro tablet, del nostro PC, della televisione. Ma cosa vediamo su quelle superfici? Vediamo un’immagine che può sembrarci eccessiva solo a un primo sguardo: se osserviamo con più attenzione, scopriamo che quell’immagine ha contorni simili, persino sovrapponibili, alla realtà che ci circonda. Può sembrarci che "Black Mirror" racconti dell’era digitale, dei pericoli che si insinuano nel progresso illimitato delle tecnologie, ma sbaglieremmo: sceglieremmo di vedere solo l’immagine più epidermica prodotta dallo specchio. Lo specchio ci mostra che la tecnologia, di per se stessa, è solo uno strumento e siamo noi ad esserne attivi fruitori. Quanto più quello strumento si perfeziona, tanto più noi corriamo il rischio di un ribaltamento dei rapporti: lo strumento potrebbe diventare entità attiva e noi potremmo scoprire di essere diventati soggetti passivi, subordinati a qualcosa su cui ci illudevamo di poter esercitare il nostro controllo. I nuclei pulsanti di "Black Mirror" sono sempre gli esseri umani, indagati nei loro comportamenti perenni, nel groviglio delle loro debolezze, istinti, aspirazioni. Sono sofisticatissime (ma, non troppo lontane da quelle che già utilizziamo) le tecnologie intorno alle quali lavora "Black Mirror"; ma riconducibili a una sorta di substrato atavico, i comportamenti, i pensieri, i sentimenti dei personaggi che si servono di quelle tecnologie. Cambia il mondo intorno agli esseri umani, ma gli esseri umani conservano delle costanti immodificabili. Gli esseri umani sono egoisti; chiusi nel recinto delle loro piccole miserie; sono involontariamente ridicoli; sono incapaci di provare empatia; ma sono anche capaci, in alcuni casi (finora pochi, in "Black Mirror", ma comunque significativi), di scatti di autenticità, gentilezza, amore. "Black Mirror" racconta la fenomenologia dell’umano rapportandola ai mezzi moderni e ultramoderni attraverso cui quella fenomenologia potrebbe manifestarsi.

Oltrepassare un cartello su cui c’è scritto: "Divieto d’accesso"- Fin dal suo esordio, "Black Mirror" rivela il suo programma. Già, perché "National Anthem" non è tanto (o non è solo) una riflessione intorno alla pervasività dei mass-media; è una riflessione intorno al pubblico che la rende possibile. Al pubblico non interessa cosa ne sarà della principessa Susannah rapita da un misterioso sequestratore; al pubblico interessa cosa farà il Primo Ministro ricattato da quel sequestratore. Agli esseri umani interessa assistere a un’umiliazione che si consumerà sui teleschermi di tutto il mondo e - ancor prima di assistervi - già la pregustano: "It’a already happening in their heads. In their heads, that’s what you’re doing!" E anche a noi spettatori importa poco della principessa: fin dall’inizio, abbiamo sperato che il Primo Ministro cedesse a quel ricatto. Magari abbiamo mostrato la nostra indignazione ma - in realtà - ci entusiasmavamo all’idea che quello scandalo sarebbe passato di bocca in bocca, di giornale in giornale, di televisione in televisione, di link in link, di social in social. Non solo la vita del Primo Ministro può essere compromessa dall’intrusione di un grande occhio collettivo. Anche vite più ordinarie possono essere esposte al pericolo che uno sguardo indiscreto frughi in uno spazio che non solo dovrebbe restare privato, ma segreto. Vari episodi di "Black Mirror" si incardinano sul tema della privacy violata. Anche se quella violazione è mossa dal un genuino (o morboso?) istinto protettivo di un "Arkangel", i suoi effetti possono essere distruttivi. Una madre che, attraverso un microchip e un tablet, può spiare ciò che accade nel cervello della figlia e censurare possibili fonti esterne di stress e traumi, non sta semplicemente violando un’interiorità. Quell’ingerenza, che dovrebbe tutelare e tenere lontano il pericolo, è il pericolo: il pericolo di una protezione che diventa soffocamento. La profanazione della sfera privata ha sempre conseguenze nefaste e lo specchio mostra l’ampia gamma di quelle conseguenze. Cosa accadrebbe se, per esempio, lo spazio segretissimo del ricordo potesse essere riprodotto su uno schermo? Cosa accadrebbe se ogni secondo del nostro vissuto potesse essere registrato e rivisto? Tutto questo ci renderebbe sempre più diffidenti nei confronti degli altri; avremmo bisogno di ritornare a un passato che è lì, pronto ad essere esaminato e riesaminato. Poter rivedere nei suoi contorni esatti il passato non ci consentirebbe di andare avanti. "The Entire History of You"è un dramma familiare che esplode quando dei ricordi tornano a galla e caricano il presente di ossessioni e paranoie. Il peso di un passato che doveva restare nascosto nella memoria e che la tecnologia disseppellisce è anche il tema di "Crocodile". Mia è in trappola: un evento oscuro del passato potrebbe travolgerla e un congegno che setaccia i ricordi fa riemergere quell’evento. "Private stuff is private stuff" ripete Shazia, la sfortunata agente assicurativa che incrocia Mia sul proprio cammino. Quella "Private stuff" può essere un zavorra che ci piomba addosso e - insieme a noi - schiaccia delle vite che si sono avvicinate troppo al punto dell’impatto. Mia impara a ragionare con la mente fredda di un rettile: ogni umana pietà passa in secondo piano, dinnanzi alla minaccia di una reputazione inquinata.
La cultura della vergogna- La "cultura della vergogna" che Dodds rintracciava nella civiltà omerica continua ad essere la radice del nostro mondo ipertecnologico. Siamo sempre più esposti all’occhio giudicante degli altri. Il nostro bisogno di essere accettati, oggi, trova soprattutto nei social uno spazio di sfogo. La nostra vita - così come vogliamo che venga vista dai nostri followers - è sempre più sfolgorante di quella che affrontiamo quotidianamente. Lacie, che vuole incrementare il punteggio di gradimento pendente sulla sua testa, è ciascuno di noi. Le mille simulazioni messe in atto da Lacie, sono le stesse che ciascuno di noi compie per sentirsi parte di una comunità. La storia di Lacie, però, non è solo la storia di chi tenta di volare alto accumulando punti di gradimento: è anche la storia di chi sperimenta l’ebbrezza della caduta libera (della "Nosedive") e della fuga. La libertà ha il suono di un viscerale "fuck you" lanciato al di là delle sbarre sorrisi plastificati, delle frasi di circostanza. Lacie, con la sua ribellione, riesce a scrollarsi di dosso il peso di un sistema che, a lungo, l’ha obbligata a sacrificare ogni autenticità. Al contrario, "15 Millions Merits" è la storia di una ribellione fagocitata da un sistema fondato sulle apparenze, sulla ricerca spasmodica della fama, sull’umiliazione di chi non riesce a uniformarsi. "Nel futuro, ognuno sarà famoso per 15 minuti", diceva Andy Wahrol. Per quei 15 minuti di fama, tu cosa saresti disposto a fare? In un futuro non troppo lontano, forse saresti persino disposto a sostituire la tua identità con quella di un avatar; saresti disposto a collezionare punti per accedere a un talent in cui ciò che vali dipende da una giuria che, armata di pulsantoni rossi, attende la tua esibizione. In quel futuro, Bing Madsen si aggrappa a una voce diversa dalle altre: "I look around here, I just want something real to happen. Just once". Tuttavia, il sistema brutto e abbruttente che Bing tenta di redimere col tuo sogno, abbruttisce il suo sogno e lo distrugge. E - poco a poco - Bing capisce che non può combattere il sistema, può solo farne parte. Bing vive in una società in cui ogni uomo è una merce e deve sapersi vendere perché, altrimenti, potrebbe fare la fine del ciccione attaccato a un palo che viene schernito, potrebbe diventare un risibile escluso.La "cultura della vergogna" - attraverso la tecnologia - può agire anche in contesti che non si limitano ad essere vicini, ma che replicano fedelmente la realtà che già stiamo vivendo. Ogni volta che utilizziamo i social, che facciamo una ricerca in rete, noi accettiamo di correre un rischio: di poter essere privati della facciata rispettabile che frapponiamo tra noi e il mondo esterno. L’hacking, il pericolo che qualcuno scopra delle parti di noi inaccettabili, il groviglio di paure che si innescano quando quel qualcuno minaccia di rivelare al mondo una perversione ignominiosa è il fulcro tematico su cui si incardina "Shut Up and Dance": un thriller psicologico che si svolge tutto nello spazio di un’interiorità che - dopo avere a lungo nascosto un segreto inconfessabile - scopre di non avere scampo: la reazione dell’opinione pubblica sarà spietata.

L’insostenibile leggerezza dell’odio- "Black Mirror", ci mostra anche questo: il volto di una comunità che, nello stesso momento in cui denuncia la disumanità, è disumana e che ha bisogno di vedere l’orrore (e persino di renderlo un’attrazione collettiva) in qualcun altro per poter dimenticare l’orrore che si annida al suo interno. "White Bear"è lo specchio su cui si riflette il compiacimento del pubblico che applaude dinnanzi al colpevole condannato a una punizione implacabile: la giustizia diventa spettacolarizzazione della pena, vendetta, rituale catartico che consente a un’intera società di poter riversare su una vittima sacrificale l’espiazione dei propri peccati. Il trasgressore va ostracizzato dal mondo degli uomini per bene. E ci sentiamo tutti più al sicuro, quando il colpevole viene rimosso con un semplice blocco, con la stessa facilità con cui ci sbarazziamo di un contatto che ci tempesta di messaggi indesiderati. Del colpevole rimane una sagoma rossa, privata della parola e privata di un volto. Solo allora, possiamo celebrare il nostro "White Christmas" nella sicurezza di una pace non più intaccabile e la nostra coscienza non avverte alcun peso, perché la nostra coscienza sta lì, all’interno di un piccolo cookie che contiene le nostre emozioni, i nostri ricordi, le nostre abitudini ma al di fuori di noi, nei confini di un’asettica stanza virtuale. A Natale, tutti ci sentiamo indulgenti nei confronti del prossimo, ma solo se quel prossimo non è una sagoma di colore rosso. La nostra rabbia va sempre in cerca di bersagli su cui sfogarsi. Ma lo specchio ci mette in guardia: la bruttura è endogena, abita le strutture stesse della comunità di cui facciamo parte. La bruttura  non è quella dei mutanti, dei "parassiti" che minacciano le nostre solide strutture civili. La bruttura è nelle nostre strutture civili che - per essere solide, per occultare l’incendio che le sta incenerendo - hanno bisogno di catalizzare la paura e l’odio verso l’esterno. Con delle comode maschere, possiamo dare inizio allo spettacolo: possiamo credere che, quando avremo eliminato i "parassiti", l’incendio avrà fine; "Men Against Fire" potrebbe recare come sottotitolo "Men Against Fire that prefer to ignore the real cause of the Fire".Quell’incendio e la deriva irrazionale che lo alimenta possono, però, assumere altre forme; la forma, ad esempio, di una democrazia che degenera in oclocrazia. Quando il coltello dei mass-media affonda in delle ferite già suppurate, è la fine: potrebbe persino accadere che il "Fuck them all!" gridato da orsetto digitale dal colore blu diventi un linguaggio politico, amplificato dalle televisioni, da internet, dalle views su YouTube. Waldo è il prodotto di una società che si è illusa che il problema fosse esterno: politici corrotti e incompetenti; senza capire che rappresentanti privi di etica e di valori civili sono il riflesso di un elettorato privo di etica e di valori civili. "The Waldo Moment"non è fantapolitica: quel momento affiora costantemente nelle nostre democrazie. E non è il caso di fornire esempi di seguaci di Waldo che, al di fuori di "Black Mirror, hanno conquistato il potere.La tecnologia può, dunque, esacerbare un malessere che tutti si ostinano prima a negare, poi a indicare con nomi rassicuranti, poi ancora a ricondurre a un comodo responsabile. L’odio che ci divora prima lo neghiamo, poi lo esprimiamo in forme tollerate, poi andiamo in cerca di un responsabile che ci ha portati a nutrire quell’odio. L’"Odio universale" (il titolo italiano è molto più efficace di "Hated in the Nation") che divora le coscienze ci appare non così tanto grave se, per esempio, quell’odio ha la forma delle quattro sbarrette di un hashtag. Con il ritmo di un racconto giallo, "Hated in the Nation" conduce un’inchiesta intorno a un malessere diffuso che esplode quando la miccia di un hashtag viene accesa. Il reticolato vastissimo dei #DeathTo ci fornisce la mappatura di una società che applica la pena di morte a colpi di campagne virali di odio. E sono tantissimi i casi in cui - nella vita reale - ci è parso di poter passare oltre un hashtag velenoso, un post sguaiato, un insulto letto su una chat. Ci è parso che la violenza confinata nello spazio di una piazza virtuale fosse meno grave di quella che di manifesta in uno spazio concreto. Eppure, durante la visione di "USS Callister", noi non riusciamo ad essere dello stesso avviso; proviamo ribrezzo nei confronti della violenza che vediamo. Proviamo compassione per degli avatar costretti da un crudele programmatore-videogiocatore a subire continue torture. Quella violenza - anche se si consuma in un mondo digitale - la percepiamo in tutta la sua concretezza e, per questo, la condanniamo. "Black Mirror" è anche questo: esseri umani che magari restano indifferenti quando un utente di Facebook viene bersagliato di insulti; ma che riescono ad essere empatici nei confronti degli abitanti di videogioco. Nei contesti virtuali, quindi - ancora di più che nella realtà fisica - possono rivelarsi le nostre contraddizioni: la nostra bassezza, ma anche i nostri moti più solidali. Il mondo virtuale, in questi casi, diventa più reale del reale.

La sottile linea rossa tra reale e non-reale- Sulla sovrapposizione tra reale e non-reale e sugli effetti che questo connubio può produrre, "Black Mirror" riflette in alcuni episodi che raccontano di storie intime e di personaggi fragili. "Be right back"affronta un tema insidioso: l’elaborazione del lutto. Martha perde il suo compagno Ash in un incidente stradale. L’utilizzo di un software consente a Martha di avere l’illusione di poter continuare a scambiare messaggi con Ash, di poter parlare con lui al telefono come se nulla fosse accaduto, fino al salto di qualità: un clone sintetico di Ash in casa. La tecnologia consente a Martha bypassare la realtà: è più facile credere che le persone che amiamo e che abbiamo perso siano ancora con noi, piuttosto che dover fare i conti con la loro assenza. Ma un clone sintetico non potrà mai essere Ash e Martha lo sa; non ha però la forza sbarazzarsi di un surrogato che porta comunque con sé l’identità di una persona amata. Uccidere la copia di Ash significherebbe uccidere, una seconda volta, Ash. Realtà della perdita e incapacità di accettare la perdita rimarranno i due estremi con i quali Martha dovrà fare i conti per il resto della vita. Anche la realtà aumentata, miraggio inseguito dal mercato video-ludico, può costituire un pericolo: la realtà che viviamo quotidianamente - già di per sé - può essere mostruosa e dovremmo cercare di non rendere quella mostruosità ancora più acutamente percepibile, anche solo entro i confini di un videogioco. Cooper smarrisce - man mano che il chip installato dietro al suo collo trasforma in immagini le sue paure - la capacità di distinguere il reale dal virtuale. E smarrisce quella capacità perché ha sottovalutato i rischi tanto del reale quanto del virtuale. Cooper non si pone delle domande intorno al "Playtest"cui si sta sottoponendo, ha l’illusione di poter affrontare le dinamiche di quel videogioco. Invece, la casa infestata in cui è catapultato assume contorni sempre più reali e questo perché le paure che prendono forma in quella casa sono reali. Come accade negli horror più canonici, il personaggio incauto e sicuro di poter affrontare i mostri, finisce nelle grinfie dei mostri. Quando sottovalutiamo i rischi di una tecnologia, ci esponiamo al rischio di essere sopraffatti da quella tecnologia. L’incapacità di distinguere il reale dal virtuale è un’esperienza che vive - in prima persona - lo spettatore di "Black Mirror" durante la visione di "Hang the Dj", un episodio tutto giocato su un finale imprevedibile. Ci pare di avere a che fare con una distopia in cui le relazioni amorose sono dettate dai risultati di un congegno chiamato "Coach". Frank ed Amy, conosciutisi attraverso il Coach, decidono di evadere dalla distopia ma, proprio mentre i due sono in fuga, gli spettatori scoprono che quello che sembrava reale era virtuale. I Frank e Amy che abbiamo conosciuto fanno parte dell’algoritmo di un’app per incontri. Quell’app ha stimato che, su 1000 simulazioni, i Frank e Amy virtuali si sono congiunti e ribellati in 998 casi, il 99,8% delle volte. I Frank e Amy in carne ed ossa li conosciamo sul finire dell’episodio - con i loro smartphones alla mano - intenti a leggere i risultati della loro app. Un lieto fine, dunque, che tuttavia conserva zone d’ombra. Ci piacerebbe davvero intrecciare le nostre relazioni sulla base del punteggio ricavato da un’app? Le delusioni che accumuliamo, quando ci leghiamo agli altri, contribuiscono a fondare la nostra identità. Vogliamo davvero rinunciare al nostro diritto di cadere e rialzarci perché un’app ci ha indicato - con un’esattezza del 99,8% - quale sarà la nostra anima gemella?

Attraverso lo Specchio Nero e la luce che Alice vi trovò- A volte, la luce che riusciamo a vedere attraversando specchio, invece, riesce a redimere l’ombra. Quello di "Metalhead"potrebbe sembrare uno scenario dominato da ombre pesantissime e incombenti su una realtà priva di qualsiasi possibilità di salvezza. Invece, "Metalhead" dimostra che la luce esiste, continuamente minacciata dalla tenebra, spesso sconfitta, ma esiste. "Metalhead" ci dimostra che accanto a un’umanità che ferisce, esiste un’umanità che cura quelle ferite. In un futuro apocalittico in cui gli uomini hanno progettato cani robotici che braccano e uccidono; esiste un’umanità che rinuncia a qualsiasi egoistica spinta auto-conservativa, solo per poter conquistare il più delicato dei tesori. Quella scatola che rivela il suo contenuto, proietta una luce accecante su tutto ciò abbiamo visto fino a quel momento. "Metalhead" non è la storia della tenebra che vince la luce, ma della luce che continua a resistere anche quando sul mondo cala il buio. Gli uomini sono capaci anche di questo: di atti d’amore grandiosi; sono capaci rendere il pianeta Terra un posto migliore anzi, potrebbero persino costruire sulla terra il Paradiso: "Heaven is a place on Heart". La tecnologia, in "San Junipero",è il mezzo attraverso cui gli uomini compiono un atto dolcissimo gli uni nei confronti degli altri: proteggersi reciprocamente dalla caducità. "San Junipero" è una storia di egoismi che vengono messi da parte in favore dell’altro, di una tecnologia che consente all’amore di valicare il confine della morte. L’immortalità dell’anima è un dono che l’umanità fa a se stessa. "San Junipero" ci dimostra che il paradiso può avere tante forme: la forma di una località balneare immersa negli anni ’80; la forma di un cimitero ipertecnologico che, al posto dei loculi, ha dei piccoli drive di memoria e che - invece di essere abitato dai fantasmi dei morti - è abitato da coscienze vive che si cercano, si rincorrono, hanno bisogno le une delle altre per essere felici.

Meta-narrazioni: imparare a guardarsi allo specchio- Alcuni frammenti dello specchio, nell’economia di "Black Mirror", costituiscono dei manifesti programmatici, tentativi di comunicare l’idea che sta alla base della serie. Nella forma mini-antologia in un’antologia, "Black Museum"sviluppa una riflessione incentrata sull’esperienza dello spettatore. Quando guardiamo "Black Mirror", noi ci aggiriamo nelle stanze di un museo in cui ogni oggetto racconta una storia non di tecnologie, ma di esseri umani. Il museo di Rolo Haynes esibisce cimeli che portano con sé delle vicende oscure e che noi conosciamo bene. Esattamente come  per i sadici visitatori del museo, anche a noi è piaciuto ascoltare quelle storie. Siamo parte di un’umanità che non riuscirà mai a mettere totalmente da parte il gusto della contemplazione del dolore altrui. Anche se sappiamo che è sbagliato figgere su quel dolore le nostre pupille, non riusciamo a chiudere gli occhi. E quindi, anche se ci sconcerta la catabasi dottor Peter Dawson che - in un crescendo di violenze - soddisfa la brama irrefrenabile dell’infliggersi e dell’infliggere dolore, non possiamo fare a meno che assistere a quella caduta. Anche se proviamo pena per una coscienza che sopravvive a un corpo diventato prigione solo per trovarsi in una prigione ancora più angusta e umiliante, osserviamo incuriositi il peluche in cui è intrappolata - senza possibilità di esprimersi - la sofferenza di una madre. Anche se restiamo raccapricciati dinnanzi all’ologramma senziente di un uomo sottoposto a un strazio che si ripete senza sosta, non riusciamo a distogliere gli occhi da quello strazio. Come un filo rosso che lega tutti gli episodi che lo precedono, "Black Museum" rivela il senso dell’esperienza che abbiamo vissuto attraverso "Black Mirror": conoscerci e conoscere l’oscurità che giace al fondo della nostra coscienza e che potrebbe sovrastarci, facendoci perdere la nostra umanità. "Bandersnatch", invece, ci sfida molto più sfacciatamente e ci obbliga a dover fare i conti con un’umanità che perdiamo quando accettiamo una proposta: la possibilità di spiare e controllare qualcun altro attraverso lo schermo di Netflix. E noi - quando accettiamo quell’offerta - crediamo essere esterni a "Black Mirror" e, in realtà, ci siamo dentro. Ogni scelta che prendiamo al posto di Stefan ci qualifica per quello che siamo. Potevamo rifiutarci di interferire in un vissuto che non ci appartiene ma non lo abbiamo fatto. Nel corso della visione - mentre controllavamo le azioni di un ragazzo ridotto a marionetta - non ci ha sfiorati l’idea che stessimo facendo qualcosa di sbagliato. Solo quando lo schermo si spegne, riusciamo a comprendere il messaggio dello specchio, il messaggio più grande e importante di "Black Mirror": "Tu puoi perderti nell’oscurità dello specchio, ma puoi anche rischiararla: a te la scelta"

Paola Rizzo da La macchina sognante



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