Seguici e sostienici sui nostri social

STAMPAGIOVANILE_MARCHIO_1469637287425
AGENZIA DI STAMPA GIOVANILE
PER ULTERIORI INFORMAZIONI, CONTATTACI:
 
+39 348 1936763
 
INFO@STAMPAGIOVANILE.IT
 
L'Agenzia di stampa giovanile è un'iniziativa di partecipazione giovanile attraverso l'uso creativo dei nuovi e tradizionali strumenti di comunicazione e informazione. È promossa dall'Associazione Viração&Jangada in collaborazione con: Associazione In Medias Res, Assessorato alla Cooperazione allo Sviluppo della Provincia Autonoma di Trento, Osservatorio Trentino sul Clima, Consorzio dei Comuni della Provincia di Trento BIM dell’Adige.
INFO COOKIE POLICY  |  INFO@STAMPAGIOVANILE.IT
STAMPAGIOVANILE.IT @ ALL RIGHT RESERVED 2016  | POWERED BY flazio.com EXPERIENCE 
Educazione
Ricerca la News
Le notizie più lette
19/07/2018, 20:31



Ritornare-alla-meravigliosa-danza-della-vita,-intervista-con-Method-Gundidza


 “Se si accende un fuoco qui e poi un altro là, quando scoppierà un incendio si avrà un cambiamento sistemico.” Method, nativo dello Zimbabwe, lavora per il recupero della coltivazione di sementi tradizionali e delle pratiche agricole popolari.



"Se si accende un fuoco qui e poi un altro là, quando scoppierà un incendio si avrà un cambiamento sistemico." Method, nativo dello Zimbabwe, lavora con passione per il recupero della coltivazione di sementi tradizionali e delle pratiche agricole popolari, riscoprendo l’importanza del sapere indigeno e dei luoghi sacri naturali. Con l’associazione Earthlore, aiuta le comunità agricole, in particolare le donne, a raggiungere la sovranità alimentare.


YPA: Cosa significa benessere per Lei?

MG: Secondo me, il benessere si raggiunge quando si è in salute, ovvero quando si vive in un ambiente sano e senza inquinamento, in un ambiente in cui acqua e aria non sono inquinate. Inoltre, bisogna avere la possibilità di interagire con elementi non umani: con gli animali, con le piante, con le montagne, con i fiumi. La mia definizione di comunità è un insieme molto più ampio che comprende altre cose oltre agli esseri umani. Oltre all’interazione con l’ambiente naturale, è fondamentale che le persone abbiamo la possibilità di interagire tra di loro tramite, ad esempio, cerimonie che celebrano la vita, attraverso il canto e la danza, ricoprendo, oltre la capacità di stabilire relazioni, il senso di collaborazione per affrontare i problemi.


YPA: Qual è la sua concezione del rapporto tra uomo e natura?

MG: La salute dell’ecosistema non può non dipendere dal benessere degli esseri umani, perché gli esseri umani sono anch’essi parte dell’ecosistema, quindi la salute dell’ecosistema implica che anche le persone siano in salute. Siccome gli esseri umani sono parte di un sistema ampio - ad esempio anche in questo momento possiamo sentire il canto degli uccelli, va da sé che la loro salute e la loro felicità dipenda dalla salute di tutto questo grande sistema. Spesso, quando siamo immersi in un ambiente naturale, sentiamo di dover attivare più sensi per sentire, toccare, vedere e odorare. Ogni parte del nostro essere viene attivato quando ci troviamo in un ambiente naturale. È in quelle occasioni che ci accorgiamo come la connessione tra gli esseri umani e l’ecosistema sia fondamentale.


YPA: Lei parla di un concetto chiamato "Jangano". Cosa significa e come è rapportato al benessere?

MG: Noi dell’associazione Earthlore lavoriamo in Sud Africa e in Zimbabwe. Jangano è un concetto proveniente dalla cultura dello Zimbabwe. Lo stesso concetto in Sud Africa è chiamato Ilima. Si tratta della situazione in cui le persone si aggregano e lavorano insieme durante le diverse fasi del ciclo della coltivazione. Per esempio, all’aratura, alla trebbiatura, al diserbo, alla raccolta. Tutta la gente si riunisce e lavora, canta, danza, festeggia nei modi più svariati. Ciò, oltre a rendere il lavoro più leggero e interessante, aiuta le persone a legarsi le une alle altre, creando così un forte senso di comunità. Inoltre, accresce in loro anche il legame con le coltivazioni stesse e le sementi tipiche delle loro tradizioni.


YPA: Tutto questo potrebbe essere trasposto in un contesto globalizzato, all’interno della cornice del capitalismo?

MG: Quando pensiamo al concetto di Ilima e Jangano, vediamo subito come siano in contraddizione con ciò che accade attualmente nel mondo, dove proprietà, potere e controllo sono concentrati nelle mani di pochi individui. Ciò accade perché il senso di comunità viene meno. In questo modo, le persone, ragionando da singoli individui, diventano vulnerabili e perdono la capacità di fare le cose assieme, oltre alla possibilità di contare sul supporto della propria comunità, che invece è proprio il significato del concetto di Ilima e Jangano. Direi che questo concetto è l’opposto del capitalismo, perché Jangano è proprio la situazione in cui il potere è confinato al contesto locale. Questo è poi il tema di questa conferenza internazionale sul benessere: esplorare nuove strade per togliere il potere ai pochi e restituirlo alla maggioranza, impedendo che le decisioni spettino solo a chi non fa parte delle comunità, assicurando che le decisioni sulle questioni che interessano le persone siano decise collettivamente nelle comunità stesse. Queste comunità locali, una qui una là, hanno la capacità di aggregarsi in assemblee più ampie per lavorare insieme sulle questioni che riguardano localmente le comunità più ampie. Questo processo può proseguire anche fino al livello nazionale, ma senza che si perda l’essenza originaria, ovvero il fatto che il potere decisionale deve provenire dal basso.


YPA: Cosa pensa dell’agroecologia come componente del benessere? E quali modelli di proprietà si dovrebbero adottare?

MG: Agroecologia significa produrre cibo in armonia con la natura. Ad esempio, per proteggere le colture dai parassiti bisogna usare metodi naturali. Per liberare un giardino dagli afidi, invece di usare il veleno, useremo sciami di vespe. Insomma, per produrre cibo in modo agroecologico, è necessario che l’ecosistema sia diversificato, che coesistano cioè vespe, afidi, api insieme agli umani in una meravigliosa danza della vita. La proprietà, in agroecologia, è della comunità, perché l’agroecologia è proprio la comunità di esseri umani e non umani uniti nella produzione di cibo, non solo per gli uomini ma anche per tutti gli altri, le api, le vespe, gli afidi, i lombrichi, i bufali, gli animali del suolo e dell’aria. Per definizione, l’agroecologia non può essere posseduta, perché è una comunità. Il benessere avviene quando c’è interazione tra le diverse parti della natura, quando ci si diverte a vedere degli uccelli svolazzare e a sua volta anche gli uccelli, vedendoci, si chiedono "cosa stanno facendo queste persone?". E proprio questo è ciò che chiamo benessere: questa danza della vita in cui elementi diversi si mescolano e interagiscono, ammirandosi con stupore e gioia. L’agroecologia è una buona strada per creare benessere e spazi aperti a tutti per partecipare alla danza della vita.


YPA: Come prevede sarà la transizione verso un mondo diverso? Quali forze possono veicolare il cambiamento?

MG: Una cosa da ricordare è che il potere non cede potere. Coloro che detengono il potere non lo cederanno mai e, qualora lo perdessero, farebbero di tutto per riconquistarlo. Quello che intendo, è che sarebbe sciocco pensare che le potenze mondiali conceranno il potere alle piccole comunità locali. Una scrittrice, Margaret Wheatley, spiega bene come si fa a cambiare un sistema: "se si accende un fuoco qui e poi un altro là, quando scoppierà un incendio si avrà un cambiamento sistemico." Il cammino che intraprendiamo con le comunità con cui lavoriamo è solo in apparenza limitato a luoghi specifici come lo Zimbabwe e il Sud Africa, ma io so che ci sono tanti progetti analoghi in altre parti del mondo, come, ad esempio, quelli portati avanti da miei amici in Benin, Uganda, Kenya, Etiopia. Ora, qui a questa conferenza abbiamo assistito a testimonianze di progetti simili ai nostri che vengono svolti in Asia. Probabilmente, altre iniziative simili stanno cominciando ad emergere anche in Europa. La convergenza di tutte queste iniziative è ciò che un giorno determinerà un cambiamento sistematico, perché sono proprio questi quei fuochi di cui parlavo. Si stanno accendendo e stanno diventando incendi. Prevedo che sarà con l’espandersi di questi incendi che trasformeremo il mondo: da una prospettiva puramente capitalista, dove il potere è di pochi, a un’economia basata sul benessere della società, dove i mezzi di produzione e il potere sono in mano alla comunità.


Scritto da: Dominic Brown e Sizwe Nyuka presso il Forum Internazionale Well-Being (Grenoble, 6-8 giugno 2018). 

Traduzione: Giovanni Gazzini

Fotografia: Paul Sopon



 













18/07/2018, 16:42



1,5°C-è-meglio-di-2°C


 L’accordo di Parigi non è abbastanza e dobbiamo impegnarci per raggiungere 1,5°C anziché 2°C.



L’accordo sul clima di Parigi del 2015 ha delineato dueobiettivi distinti: mantenere l’aumentodella temperatura media globale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livellipreindustriali e proseguire gli sforzi per limitare l’aumento di temperatura a1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, riconoscendo che ciò ridurrebbe inmodo significativo i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici.

Il sito web di Climate Home News ha pubblicato la versione inviata dal Gruppo Intergovernativo sul CambiamentoClimatico (IPCC) al gruppo esecutivo governativo che si occupa dell’obiettivo1.5°C. Questa è la seconda bozza del rapporto che valuta quale sarebbe ladifferenza tra questi due obiettivi, in termini di impatto sulla vita umana,l’economia e l’ambiente globale. Il rapporto dovrebbe essere ufficialmenterilasciato a ottobre dopo i commenti dei governi.

Ecco unalista dei concetti più significativi:

  • Il riscaldamento globale indotto dall’uomoha raggiunto circa 1 ± 0,2°C sopra i livelli preindustriali nel 2017, e staattualmente aumentando di 0,2 ± 0,1°C per decennio.

  • Èimprobabile che le emissioni passate aumentino la temperatura superficialemedia globale (GMST) a 1,5°C sopra i livelli preindustriali, ma esse rimangonola causa di altri cambiamenti, come l’innalzamentodel livello del mare e altri impatti. Se le emissioni continueranno alritmo attuale, il riscaldamento indotto dall’uomo supererà 1,5°C intorno al 2040.

  • Irischi per i sistemi naturali e umani sono inferiori per il riscaldamentoglobale di 1,5°C rispetto a 2°C ma ciò dipende nello specifico dalla posizionegeografica, dai livelli di sviluppo, dalla vulnerabilità e dalle opzioni diadattamento e di mitigazione.

  • Sviluppo sostenibile, sradicamento della povertà e diritti umani saranno considerazionichiave negli sforzi di mitigazione per limitare il riscaldamento globale a1,5°C e negli sforzi per l’adattamento al riscaldamento globale di 1,5°C.

  • Nonesiste una risposta semplice se sia possibile limitare il riscaldamento a 1,5°Ce adattare le popolazioni alle loro conseguenze, poiché questa possibilità hapiù dimensioni che devono essere considerate simultaneamente esistematicamente.

  • Rispetto ad oggi, si sono verificati aumenti sostanziali degli eventi meteorologici estremi in unmondo riscaldato a 1,5°C e tra 1,5°C e 2°C, compresi gli estremi dellatemperatura ambientale in tutte le regioni abitate, gli eventi diprecipitazione nella maggior parte delle regioni e di siccità estrema in alcuneregioni.

  • Sullaterra, i rischi degli impatti climatici sulla biodiversità e sugli ecosistemi, compresa la perdita e l’estinzionedi specie, sono sostanzialmente inferiori a 1,5°C rispetto ai 2°C. Limitare ilriscaldamento globale a 1,5°C porterà grandi benefici a ecosistemi, zone umidee alla loro conservazione. Il surriscaldamento, se molto superiore a 1,5°C (adesempio vicino a 2°C), potrà avere impatti irreversibili su alcune specie,ecosistemi, le loro funzioni ecologiche e i loro servizi per gli esseri umani,anche se il riscaldamento globale si stabilizzerà a 1,5° C entro il 2100.

  • Limitare il riscaldamento a 1,5°C rispetto ai 2°C ridurrebbe sostanzialmente irischi per la biodiversità marina,gli ecosistemi e le loro funzioni ecologiche e per i servizi forniti agliesseri umani nelle aree costiere e oceaniche, specialmente negli ecosistemiartici e nelle zone dove i coralli si sciolgono a causa dell’acqua troppocalda. Entro il 2100, con il riscaldamento globale limitato a 1,5°Cl’innalzamento del livello del mare sarebbe di circa 0,1 m inferiore.

  • Gliimpatti sulla salute,l’approvvigionamento di cibo e acqua,la sicurezza umana e le infrastrutture aumenteranno con 1,5°Cdi riscaldamento rispetto ad oggi, e ancor più con un riscaldamento di 2°Crispetto a 1,5°C .

  • Limitare il riscaldamento globale a 1,5°C nel contesto dellosviluppo sostenibile e dell’eliminazione della povertà richiede un portafogliodi azioni di mitigazione e adattamento che funzionino su tutti i settori e apiù livelli. La fattibilità di queste azioni dipenderà da alcuni accorgimentiin ambito finanziario, tecnologico ecomportamentale.  

  • Attuare politiche per limitare con successo il riscaldamentoa 1,5°C e per adeguare l’umanità a questo riscaldamento implica azioni di cooperazione internazionale, nonché ilrafforzamento della capacità istituzionale delle autorità nazionali esovranazionali, della società civile, del settore privato, delle città, dellecomunità locali e delle popolazioni indigene. 

Vi suggeriamo di dare un’occhiata al report per intero.


Francesca Melis 







13/07/2018, 18:01



Pablo-Solon:-una-prospettiva-indigena-sul-benessere-


 Pablo Solón è un politico boliviano. È attivista sociale ed esperto in tematiche socio-ambientali. Pablo è stato ambasciatore della Bolivia presso le Nazioni Unite. Noi, lo abbiamo intervistato al Forum Internazionale Well-being (Grenoble, 2018).



Pablo Solón è un politico boliviano. È attivista sociale ed esperto in tematiche socio-ambientali. Pablo è stato ambasciatore della Bolivia presso le Nazioni Unite (2009-2011). Il suo lavoro ha contribuito all’adozione da parte dell’Assemblea generale dell’ONU di diverse risoluzioni, tra cui quella sul Diritto all’acqua, e all’istituzione dell’International Mother Earth Day. È stato responsabile per i negoziati sul clima per la Bolivia presso le Nazioni Unite. Dal 2012 al 2015 è stato direttore esecutivo di Focus on the Global South presso Bangkok.


YPA: Cosa significa benessere per Lei?

PS: Il concetto di "Vivir Bien", che può essere tradotto con "benessere", è una visione onnicomprensiva. È il modo di vivere delle comunità indigene delle regioni andine del Sud America. Si tratta di una prospettiva olistica, nel senso che descrive il cosmo come un insieme in cui tutto è interconnesso, non solo la vita umana con la natura, ma anche qualsiasi cosa ci sia nel cielo e nel sottosuolo. Inoltre, anche il tempo coesiste con lo spazio. In questa visione il tempo non segue un andamento lineare, ma un movimento a spirale. Per questo motivo, non ha proprio senso parlare di progresso, perché non è veramente possibile passare da un punto a uno più avanzato. In tutti i momenti del futuro c’è sempre qualcosa del passato. C’è sempre complementarietà tra i diversi aspetti della vita. Ad esempio, non c’è felicità senza tristezza. Pensare di poter avere solo felicità è un’illusione visto che la felicità pura non esiste, ma esiste solamente in senso complementare, accompagnata dal suo opposto. Lo stesso avviene per tutti gli aspetti della vita e dell’esistenza. La cosa più importante per gli esseri umani è raggiungere l’equilibrio di tutti gli elementi che sono in contraddizione l’uno con l’altro. Perciò lo scopo non è crescere, avanzare, progredire all’infinito, ma appunto cercare l’equilibrio. Questo equilibrio non è possibile raggiungerlo eliminando gli altri, ma si raggiunge cercando la complementarietà con gli altri in modo da divenire un intero, poiché non c’è nulla più importante dell’intero, di una totalità in equilibrio.


YPA: Come concepisce le relazioni degli esseri umani gli uni con gli altri e con la natura nell’ottica del "Vivir Bien"?

PS: Il concetto di natura è usato comunemente per definire ciò che è altro dall’essere umano, ma, in realtà, è scorretto astrarre l’umanità dalla natura. Dobbiamo riconnetterci alla natura, perché anche noi siamo parte di essa. Se abbandonassimo la nostra prospettiva antropocentrica e assumessimo questa prospettiva nuova, riusciremmo a cambiare le cose per il meglio. È esattamente questa la meta del "Vivir Bien": nella realtà delle cose, la vita umana non è separata dalla natura, e quando parliamo di Madre Terra, ci riferiamo a tutto, non solo alla natura.


YPA: Durante la conferenza ha parlato del fatto che dovremmo prendere coscienza del fatto che siamo "colonizzati" nel nostro modo di pensare. Può spiegare meglio il concetto?

PS: Dobbiamo "decolonizzarci", nel senso che dobbiamo sbarazzarci del processo di colonizzazione di cui siamo tuttora oggetto. La colonizzazione non è solo quando, nei secoli passati, una superpotenza arrivava a colonizzare una certa parte del mondo, ma è un fenomeno proprio del nostro tempo. Il nostro presente si basa su valori e credenze che abbiamo fatto nostri senza alcuna riflessione o analisi profonda. Qualcuno ce li ha imposti. Quindi, per decolonizzarci dovremmo cominciare a pensare con la nostra testa. Bisogna analizzare e guardare con i propri occhi, perché solo così si può trovare il modo di bilanciare i diversi elementi dell’intero.


YPA: Secondo la Sua esperienza, quali sono i rischi dell’integrazione del "Vivir Bien" nel contesto delle politiche statali?

PS:  Per me, il benessere è una visione olistica onnicomprensiva che ha radici profonde, perciò non può essere sovraimposta. Deve emergere dalle comunità locali, dai movimenti sociali. Il ruolo dello Stato deve essere quello di facilitare il processo, non quello di controllarlo, dirigerlo o utilizzarlo per i propri fini. Bisogna capire che lo Stato non è la cosa più importante: la cosa più importante è una società ben organizzata.


YPA: Ma non possiamo aspettarci che lo Stato ceda porzioni del proprio potere molto facilmente. Come fare?

PS: Saranno le mobilitazioni, le iniziative, i movimenti dal basso a prendersi il loro spazio e il loro potere dallo Stato, perché, nella realtà, la società ha tanto più potere quanto lo Stato ne cede.Chiaramente lo Stato si difenderà e reagirà, indifferentemente che sia controllato da forze di destra o di sinistra. Per questo motivo dobbiamo pensare a nuove soluzioni per questo problema.


YPA: Durante il suo intervento ha affermato che il progresso è l’antitesi del benessere. È possibile avere progresso senza crescita? In un mondo diverso, lo sviluppo potrebbe essere una componete del benessere?

PS: Il concetto di sviluppo proviene originariamente dalla nozione di progresso, ovvero avanzare, andare avanti. Secondo la visione del "Vivir Bien" non ci si muove mai veramente in avanti. Pensare allo sviluppo come avanzamento è un’illusione. Il "Vivir Bien" è quindi inconcepibile in una visione che preveda lo sviluppo, perché è proprio un modo diverso di pensare la vita. Per il "Vivir Bien" la cosa più importante è raggiungere un equilibrio dinamico, non lo sviluppo. In un equilibrio dinamico alcune parti crescono mentre altre decrescono. Ci sarà sviluppo in alcune aree, mentre in altre ci sarà un inviluppo. L’intero rimane sempre in equilibrio.


YPA: Si può raggiungere il benessere nella nostra società globalizzata?

PS: Le comunità indigene hanno praticato il "Vivir Bien" per secoli, ben prima dell’avvento del capitalismo. Se la domanda però è "si può praticarlo in contesto capitalista?", la risposta è no. Il "Vivir Bien" è in contrapposizione netta col sistema capitalista, proprio perché il capitalismo prevede che ci sia sempre crescita economica. Se non ci fosse crescita economica, non ci sarebbe profitto e dunque il capitalismo non funzionerebbe. Infatti, cos’è che ha bisogno che l’economia sia costantemente in crescita? Il capitale. Il benessere, invece, vuole l’opposto. Per cui, a un certo, il capitalismo e il "Vivir Bien" si scontreranno. Si può quindi realizzare lo stile di vita previsto dal "Vivir Bien" in un mondo dominato dal capitale? No. Però lo si può realizzare in contesti più ristretti, come una comunità locale, mentre non è pensabile che sia esteso a livello nazionale, perché tutte le nazioni fanno parte del mondo globalizzato.


YPA: Nel suo discorso ha menzionato anche le debolezze e le limitazioni del concetto di benessere. Ci può spiegare meglio cosa intende?

PS: Il Vivier Bien non ha la risposta a tutti i problemi, ma è una visione con punti forti e punti deboli. Un punto debole è che non ha trovato il modo di risolvere il problema del patriarcato, e non possiamo certo pensare a un mondo diverso se prima non ci sbarazziamo di questo problema. Inoltre, è una visione che non ha mai elaborato una teoria soddisfacente dello Stato. Questo è un problema che si è presentato anche durante la mia esperienza nel governo di Evo Morales in Bolivia. Questi limiti intrinseci della visione del Vivir Bien mi fanno pensare che bisognerebbe integrarla con altri modelli, come quello delle comuni, quello dell’ecofemminismo, quello della decrescita, quello della de-globalizzazione. Solo in questo modo si riuscirà a creare delle alternative sistemiche concrete alla situazione attuale.


Scritto da Fabio Trapani, Dominic Brown, Sizwe Nyuka presso il Forum Internazionale Well-Being (Grenoble, 6-8 giugno 2018). 

Traduzione: Giovanni Gazzini

Fotografia: Paulo Lima

















12371
CHI_SIAMO_1_1469639095623.JPG
Conosci il Team
L'Agenzia di stampa giovanile è costituita da un gruppo di mediatori che collaborano perché i giovani possano esercitare alla grande il diritto umano alla comunicazione.
CHI_SIAMO_3_1469639278197
Scopri l'agenzia
Progetto collaborativo di partecipazione giovanile 
attraverso l'uso creativo della comunicazione e informazione.
Articolo_GIOVENTU_1469639432016
I nostri partner

L'Agenzia di stampa giovanile è realizzata in collaborazione con diversi
enti promotori, scopri chi sono.
Create a website