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12/09/2019, 11:49

Geopolitica, Accordi di Parigi, cambiamento climatico, COP, energia rinnovabile, carbone, land grabbing, Stati Uniti



Clima-e-Cina-al-Festival-Oriente-Occidente


 Il Festival Oriente Occidente di Rovereto vuole costruire ponti tra Est e Ovest del mondo. L’intervento di Giulio Cuscito, giornalista e studioso della Cina, è stato un modo brillante per far luce sul rapporto del colosso asiatico con l’ambiente.



Il Festival Oriente Occidente è nato nel 1981 a Rovereto e raggiunge quest’anno la sua 39° edizione. Fin dalla sua nascita, è stato un Festival di ricerca e tendenza dove Oriente e Occidente rappresentano poli di un percorso di scambi e incroci tra culture. È uno dei più importanti Festival europei di danza contemporanea e di teatrodanza. Negli anni ha ospitato, attraverso apposite produzioni e prime europee e nazionali, compagnie e artisti tra i più importanti e significativi della scena della danza internazionale. Obiettivo del Festival è stato da sempre quello di mettere in luce le influenze esercitate nel corso del Novecento dalla tradizione artistica orientale sulla sperimentazione occidentale e viceversa. 

Oriente Occidente è inoltre un “GREEN festival”. Sono molte infatti le iniziative mirate al rispetto dell’ambiente, come l’invito all’utilizzo dell’acqua potabile disponibile in tutte le strutture o l’utilizzo di stampe certificate FSC, PEFC, Ecolabel. L’edizione 2019 è certificata col marchio di qualità ambientale Eco-Eventi Trentino per sottolineare questa volontà ecologica.

Durante il Festival ho avuto la possibilità di partecipare ad una delle conferenze organizzate per approfondire il tema dell’economia sostenibile. La conferenza, intitolata “La Cina, il tema del cambiamento climatico e la riconversione energetica”, ha approfondito il rapporto tra Cina e cambiamenti climatici. Durante l’evento Giorgio Cuscito ha spiegato come il tema del riscaldamento globale in questo paese emergente sia dipendente da interessi sociali ed economici.

Cuscito è consigliere redazionale di Limes, per il cui sito è curatore del Bollettino Imperia, è analista e studioso di geopolitica cinese. A conferenza conclusa ho avuto la possibilità di intervistarlo per sapere di più su alcuni degli argomenti che toccano maggiormente la Cina in questo momento.


Vorrei chiedere il suo parere sul tema del cambiamento climatico in Cina. Quali politiche di adattamento e mitigazione sono state adottate in Cina? 

Il piano della Cina per contrastare l’inquinamento prevede diverse misure. Innanzitutto, la riduzione dell’uso del carbone, che oggi rappresenta il 60% del fabbisogno energetico del Paese. Si punta a sostituire la fonte fossile con petrolio e gas naturale, politica che determinerà un aumento delle importazioni almeno di idrocarburi da Africa e Medio Oriente. Accanto a queste due, il colosso orientale intende utilizzare anche fonti rinnovabili, soprattutto la solare e l’eolica. Il governo promuoverà inoltre una massiccia introduzione di auto e mezzi pubblici elettrici e il miglioramento dell’efficienza agricola con l’applicazione di intelligenza artificiale e innovazioni tecnologiche a processi e macchine, con lo scopo poi di danneggiare meno il terreno. Infine, la Cina vuole riforestare.  

Allo stesso tempo, però, le è necessario un miglioramento dei parametri di monitoraggio dell’inquinamento. Fino a poco tempo fa questi parametri, spesso, non corrispondevano alla realtà: i fenomeni di corruzione a livello locale non consentivano un’analisi trasparente dei livelli di inquinamento. Sebbene il piano adottato per migliorare la situazione stia portando qualche risultato, la lotta all’inquinamento non è ancora vinta.


Parliamo ora di land grabbing in Africa. Secondo lei, c’è un collegamento fra il consistente investimento della Cina e il disboscamento in Africa? 

Sì, c’è un collegamento. La Cina investe fortemente nei Paesi africani, non solo per acquisire terreni  ma anche per estrarre petrolio e minerali a buon prezzo, perché le risorse minerarie servono per la lavorazione di prodotti tecnologici. In cambio, la Cina costruisce strade, edifici, ferrovie, infrastrutture che fondamentalmente servono ai Paesi africani per crescere. Queste attività, chiaramente, hanno però un prezzo per l’ambiente.


La delocalizzazione delle aziende europee in Cina contribuisce in qualche modo alle politiche climatiche del paese? Negativamente o positivamente?

L’attività di contrasto all’inquinamento è fortemente guidata dal governo. Non c’è molto spazio per le attività delle imprese private. Il margine che hanno le imprese è sempre nel solco di quello che decide il governo. È una politica promossa e guidata da Pechino che segue parametri molto precisi. La delocalizzazione delle fabbriche europee tuttavia non è l’aspetto più rilevante. Il problema sono le grandi fabbriche cinesi. Le imprese statali producono grandi quantità di acciaio.


Il fatto che il mondo occidentale compri molti prodotti esportati dalla Cina influisce sulle sue politiche climatiche? In che modo?

Influisce sicuramente perché la Cina è un Paese che esporta tantissimo ed esportare significa diventare la “fabbrica del mondo”. Questo ha incrementato sicuramente l’attività delle imprese. Però è proprio l’aver esportato per anni che ha permesso la crescita del paese. La Cina è stata per tantissimi anni un paese guidato dalle esportazioni. 

Anche ora, nel duello con gli Stati Uniti, la Cina si trova a dover ridurre la sua dipendenza dalle importazioni americane. Se il mio principale acquirente diventa il mio principale nemico, non è più possibile dipendere da lui. È necessario alimentare l’economia autonomamente e quindi alimentare il consumo interno del Paese.


Nonostante la situazione molto complessa, crede ci sia un qualche collegamento con i cambiamenti climatici alla base della guerra sui dazi fra Cina e Stati Uniti? 

Non è strettamente collegato, ma il fatto che gli Stati Uniti si siano ritirati dall’Accordo preso durante la COP21 di Parigi, a differenza della Cina, rivela un certo legame fra le due questioni. La Cina ha un interesse effettivo a contrastare il cambiamento climatico perché deve risolvere il problema in casa sua. È pur vero che il Paese utilizza questo argomento anche come elemento per dialogare con gli altri Stati, per migliorare la propria immagine all’estero. Vuole mostrarsi responsabile nei confronti dell’ambiente e questo gli serve anche per competere con gli Stati Uniti.


Vorrei farle ora una domanda in riferimento ad un argomento discusso durante la conferenza di oggi, ovvero l’aumento della richiesta di prodotti proteici come carne e latticini in Cina. Crede che la Cina abbia pensato all’impatto che questo cambiamento di abitudini alimentari potrà avere sul clima e sull’ambiente?

La Cina cerca di far fronte al problema guardando alle tecnologie già impiegate in luoghi che hanno già quel tipo di abitudini alimentari. L’obiettivo è sfruttare la terra, lavorare nel campo caseario e altro come fanno già gli altri. Generalmente, a loro basta fare degli investimenti in piccole aziende specializzate per poter imparare di più sulle loro tecnologie e poi poterle applicare nelle proprie aziende in patria. 

Un’altra cosa interessante è che il cambio di alimentazione sta facendo aumentare il numero di obesi. Assieme alle abitudini alimentari deve cambiare anche l’attitudine all’attività fisica. Sicuramente lo sport è importante per i cinesi, però tutti conducono attività piuttosto individuali. Se vogliamo perciò c’è una forte connessione diretta fra ambiente, abitudini alimentari ed attività fisica: è tutto un ciclo.


Riguardo al binomio Oriente-Occidente del Festival, cosa pensa del rapporto fra la nostra cultura e quella asiatica? Per esempio, personalmente a scuola ho osservato come molte materie si concentrino più sulla cultura occidentale che sull’incontro con l’Oriente. A Storia, spesso, la Cina viene accennata, ma non si riesce mai ad approfondire l’argomento, nonostante questi due mondi siano strettamente legati.

Tendenzialmente conosciamo poco dell’Oriente, perché evidentemente nella nostra istruzione non gli dedichiamo abbastanza attenzione. È un problema, perché nei prossimi anni i Paesi che cresceranno maggiormente saranno quelli asiatici come la Cina, ma non solo. La proiezione dei Paesi occidentali sarà sempre più diretta verso l’Oriente. Quindi è importante capire la loro cultura, perché è profondamente diversa dalla nostra, e la conoscenza dell’elemento culturale è propedeutica per tutto il resto, serve a capire come loro ragionano a livello politico, economico e sociale. Perché, se non si conosce il substrato culturale da cui gli orientali provengono, non potremo capire come siamo da loro percepiti.  

Per farti un esempio, la Cina è stata colonizzata per molti anni dalle potenze occidentali (Francia, Germania, Regno Unito, anche l’Italia aveva delle colonie in Cina) quando era in una fase di decadenza, una volta smesso di essere un impero. La Cina chiama quel periodo, fra le guerre dell’oppio e la fondazione della Repubblica Popolare, il secolo dell’umiliazione: le nostre invasioni sono state un’umiliazione per i cinesi ed è per questo che oggi parlano di risorgimento della nazione. Cosa significa risorgimento? Significa risollevarsi da quel periodo di umiliazione, i cinesi vivono un profondo senso di rivincita ora, vogliono tornare ad essere al centro del mondo perché loro da sempre si sono percepiti al centro del mondo. Restando all’oscuro di queste cose non riusciamo a capire la loro prospettiva e se non riusciamo a capirla, non sappiamo neanche come comportarci.


Per concludere, può consigliare a noi giovani una lettura o un film per approfondire quanto discusso con Lei ora? 

Su Limes c’è una lettura che si chiama “Che cos’è la Geopolitica?” di Yves Lacoste. Una lettura molto utile, secondo me, perché è un’introduzione molto buona alla geopolitica. Potete trovare la copia gratuita sul sito online di Limes.


Il Festival si è concluso dopo undici giorni di spettacoli, performance urbane, arte, conferenze e approfondimenti in un’atmosfera di festa che ha contagiato la città di Rovereto. Sono state coinvolte 21 di compagnie estere (Francia, Repubblica Ceca, Ungheria, Belgio, Norvegia, Finlandia, Regno Unito, Cina, Corea del Sud) e 10 compagnie italiane. Oltre agli spettacoli, sono stati organizzati anche 20 appuntamenti tra incontri e conferenze, 6 stage e workshop per amatori, professionisti e semi-professionisti con artisti internazionali. In totale, sono state raggiunte circa 13mila persone. Ringrazio l’Ufficio Stampa del Festival che è stato molto disponibile e ha accordato questa interessante intervista. 

Se questo articolo ha acceso in voi la curiosità sull’argomento vi suggerisco di consultare uno degli articoli di Giorgio Cuscito, disponibile su Limes: “Il clima di Pechino non dipende dall’accordo di Parigi”.



Lisa Anzelini

Fotografia: Giulia Gai

20/08/2019, 14:31

intervista, lms, macchina, sognante



Intervista-allo-scrittore-siriano-Tareq-Aljabr-a-cura-di-Mariem-Sallami


 Dal n.15 di La Macchina Sognante



MARIEM SALLAMI: Quando hai deciso di partire, era qui che volevi venire, e come te la immaginavi prima di arrivare?


TAREQ ALJABR: Io sono partito da Damasco nel 2012, a quei tempi frequentavo l’università e per un maschio, in Siria, chi finiva di studiare doveva intraprendere il servizio militare. Quindi non avevo scelta, o dovevo andare lì o dovevo lasciare il paese. Dato che ho studiato traduzione e avevo compiuto i miei studi, mi è stato offerto un lavoro in una casa editrice svedese a Milano, grazie ad un mio amico, che stava lavorando lì. Era la fase in cui c’era una nuova apertura di un altro ufficio e mi ha proposto di lavorare con loro, visto che esigevano avere un traduttore di libri dall’inglese all’arabo. All’epoca avevo, inoltre, la ragazza italiana, quindi mi sono diretto verso il Libano, ho fatto richiesta per il visto e subito dopo sono venuto qui. Ho scelto quindi l’Italia, non per piacere, ma perché era l’unica opportunità che mi sono trovato davanti in quel periodo.


MS: Tornando indietro lo rifaresti questo viaggio?


TA: Si certo, perché comunque per una persona come me, che crede nelle parole, nelle poesie, nel cambiamento del mondo tramite lo scrivere, la traduzione, non mi vedo nell’esercito, non mi vedo con un’arma a fare la guerra. Quindi sicuramente dopo essermi laureato, avere l’opportunità di lavorare in una casa editrice, tradurre dei libri, fare delle scritture, era una conquista per me e non potevo non accettare subito.


MS: Cosa diresti a chi arriva oggi in Italia scappando dalla guerra? Un consiglio.


TA: Io, come persona ordinaria, non saprei cosa dire ad un altro individuo che, forse, ha perso una dimora, una vita, "la sua vita", e che ne sta cercando un’altra altrove. Non consiglio l’Italia a coloro che hanno perso molte cose a causa della guerra e soprattutto a chi arriva con a carico una famiglia: dei figli e una moglie, e cerca appoggio. L’Italia non offre questo tipo di aiuto come invece farebbe la Germania, la Svezia etc. che forniscono i primi mezzi per l’integrazione. Per chi arriva individualmente, con grandi ambizioni, grandi sogni, come forse me, l’Italia ha grandi possibilità, anche più di altri stati, ma è necessaria la forza e la volontà di creare nuove idee. "Se vuoi puoi" e ciò non si applica solo per l’Italia. 



MS: Lasciare la propria famiglia, la propria terra non è facile. Ma adesso che sei lontano dalla Siria, se non ci fosse la guerra, penseresti mai di tornare a vivere là?


TA: Bella domanda questa! Allora in realtà, lasciando da parte il paese, la famiglia con tutte le persone importanti nella tua vita e tutti luoghi dove ho vissuto, non è una questione semplice soprattutto se è presente una guerra. È molto facile lasciare il proprio paese in una situazione tranquilla. Lasciandolo in mezzo alla guerra è come se si stesse lasciando alle spalle tutto, la famiglia, gli amici, tutta la vita come si ha sempre vissuto. Adesso, come sono diventato, la persona che sono oggi; come ho vissuto negli ultimi sei anni fuori dalla Siria, in Italia, un anno in Grecia, un anno in Libano, con il lavoro che ho eseguito qua e là, posso affermare che sarebbe difficile per me tornare a vivere in un unico luogo. Non dico solo di Damasco, in Siria, ma anche a Milano. Nel senso sono molto abituato a muovermi, a cercare e a trovare la mia vita in tutti i posti possibili e in tutti i modi possibili. Quindi posso rispondere a questa domanda! Durante gli ultimi sei anni, sono sempre stato in movimento, non solo fisico ma anche sentimentale, che in qualche modo ha influenzato la persona che sono e attualmente non credo di essere in grado di tornare in Siria. Un altro elemento da sottolineare è che il mio spostamento da un luogo all’altro, non è compiuto per piacere ma per obbligo, soprattutto perché è l’unica scelta che ho. Quindi così ho cominciato a percepire questo sentimento, quello di non riuscire ad adattarmi alla vita in un posto fisso. Ecco sono molto abituato a muovermi soprattutto perché la mia vita mi ha portato a questo punto.


MS: Quali sono i tuoi futuri progetti o iniziative per cambiare la situazione siriana?


TA: Ehm...Bella domanda! Dato che sono fuori dalla Siria da circa sei anni adesso, e sono uscito subito dopo aver compiuto l’università, la mia vita era quella di un comune universitario, non ho eseguito dei grandi progetti. Da quando ho lasciato Damasco, le iniziative, le idee che io ho generato, esempio il film Io sto con la sposa, oppure il libro che ho scritto, o anche i libri che ho tradotto dall’inglese, dallo spagnolo, dall’inglese all’arabo, sono tutte iniziative che ho realizzato in Italia. Probabilmente in Siria ero ancora un ragazzino. Anche le azioni che desidero intraprendere per cambiare la Siria sono legate alla mia vita, alla mia esperienza al di fuori della Siria. Attualmente, per esempio, sono nella fase iniziale della realizzazione di un altro libro. Un mese fa, mentre stavo imparando la lingua francese, avevo la necessità di leggere un libro e ne ho trovato uno intitolato Sages Arabes. Mi è piaciuto particolarmente, perché al suo interno erano presenti delle frasi in arabo che trattano della lingua e della cultura araba in tutta la storia; è stato un qualcuno a scegliere tutte queste frasi, tutti questi detti della lingua e della cultura araba che possono essere una finestra, una porta che conduce a capire come è fatta la cultura o la lingua araba; è realizzato in francese e in arabo. Quindi personalmente ho avuto l’ispirazione di compiere lo stesso progetto in italiano; sto scegliendo le frasi, i detti, le caratteristiche, che, secondo me, possono essere una finestrina, una porta che aiutano un po’ ad accedere alla cultura o alla lingua araba. Quindi anche questo proposito, potrebbe essere un’altra iniziativa che sto svolgendo, non per aiutare la Siria, non per migliorarla, ma per essere una parte del cambiamento in generale; non mi riferisco solo al mio paese, ma anche all’Italia, a tutto il mondo. Al momento non penso solo alla Siria chiusa, o all’Italia chiusa, mi sento molto a metà, non riesco a fare le cose sola da una parte, da un solo estremo.


MS: Hai perso qualche persona cara?


TA: Allora, non so se hai notato, nel mio libro, nella prima pagina è collocata una dedica, Ad Aghyad Alya senza nessun’altra spiegazione. Aghyad Alya è un amico mio, anche lui scriveva poesia, era il mio migliore amico all’università, eravamo sempre uniti. Compievamo gli "evening poetry" contemporaneamente, leggevamo le poesie insieme, insomma era l’amico con cui ho scoperto la poesia. Lui è stato obbligato a dirigersi verso l’esercito quando ha finito l’università perché non aveva la possibilità di uscire dalla Siria e quindi non aveva alternative. Dopo due anni è stato ucciso, quindi... è la persona che ho perso in questa guerra, se possiamo definirla così. Ti rivelo un altro segreto, questo libro di poesia...Vedi io, come sono personalmente, non credo così tanto nei libri, parlando di poesie. Per me i testi poetici sono noiosi, ma una delle ragioni che mi hanno spinto a conseguire questo libro era Aghyad, il mio amico, che aveva sempre sognato di avere un suo libro di poesia. Ora, avendo pubblicato questo libro, ho la sensazione di aver realizzato il sogno del mio amico. Non riuscendo a spiegare tutto ciò che ti ho rivelato in questa intervista, l’ho lasciato...come si dire "flat", solo Ad Aghyad Alya senza chiarimenti. Un po’ mi rispecchia, visto che cerco di non rivelare subito tutto, è come se cercassi di nascondere qualcosa, che non so precisamente. 


MS: Mi dispiace per il tuo amico, ma credo che sia davvero una bella cosa quella che hai compiuto. Come ci si sente a vivere in mezzo alla guerra, agli spari, alle macerie etc...?


TA: Si, in realtà non so se al momento riuscirei a spiegare tutto, perché da sei anni che non sono in guerra. Ecco, la seconda parte del libro, che intitolata La Rivoluzione dentro, contiene le poesie che ho scritto mentre ero in guerra, mente ero a Damasco.  Quindi provare a recuperare questi sentimenti che avevo scrivendo queste poesie mi render una persona... forse la parola giusta non è debole, ci si sente debole però la parola giusta è che... vedi la guerra mostra la vita in maniera più chiara. Secondo il mio punto di vista attuale chi non ha vissuto in una guerra non è tanto consapevole di cos’è la vita. Non perché lui/lei non è colto/a o che la loro vita non è molto completa, ma quando la situazione è estremamente difficile, quando si vive in momenti molto complessi, questi dettagli spingono a vivere di più. Quello che ho sentito dentro la guerra! Ci si sente tanto..., ci si vede tanto..., si vive la vita al massimo, ma a volte ci si sente come questo "bird", questo uccello descritto all’interno di una delle poesie. Si ha la sensazione di avere una vita così grande davanti però non ci si può muovere. 


MS: Visto che l’argomento principale della mia tesi è l’esilio forzato, secondo te che cos’è l’esilio?


TA: Domanda difficile perché è aperta ed è molto polemica. Provo a rispondere nella maniera che più credo sia adeguata. L’esilio per me cosa vuol dire!? Io personalmente, da bambino ho viaggiato tanto a causa del lavoro di mio padre, visto che lavorava qua e là nel mondo. Viaggiare, per me, non era una novità, sono abituato a muovermi, però quando ho compiuto questo spostamento verso l’Italia dopo l’università, è stato completamente diverso dalle volte precedenti. Per questo fatto, quando si viaggia... allora per esempio, se adesso si lascia l’Italia e ci si dirige verso il Brasile per cinque anni, volendo si potrebbe rimanere lì per tutta la durata che si decide, sicuramente si avranno dei momenti "ups and downs", delle esperienze positive ed altre negative, insomma una vita normale; si convive però sempre con un sentimento interiore ed è quello di poter tornare in Italia quando lo si desidera. Anche senza tornarci concretamente, questa sensazione che ci tranquillizza è necessaria. Avere la possibilità di far ritorno a casa anche solo qualche volta: esempio ogni anno per Natale, per le feste, durante le quali si resta anche solo una settimana, o per qualche giorno, con l’obiettivo di vedere la propria madre, è un fatto molto normale, no!? Ecco il fatto di poter decidere, cambia tutti questi cinque anni in cui ci si trova in Brasile. Se non c’è questa opportunità, come quindi per me in questi anni in Italia, diventa tutto più complesso. La cosa difficile non è rimanere in un determinato paese, perché sono giovane quindi posso lavorare, potrei permettermi di viaggiare, posso fare qualsiasi cosa: sono come tutti e di conseguenza posso fare tutto, ma è l’impossibilità del ritorno a casa in Siria anche quando lo desidero molto. Spesso questa negazione si fa più sentire soprattutto in un periodo di tristezza, di grande debolezza e di bisogno di qualche giorno per tornare là, per vedere mia mamma e stare tra la mia famiglia per riprendermi. Ecco io non posso. L’esilio, per me, è quindi perdere la possibilità di rientrare a casa o di vedere la propria mamma anche solo per un po’ quando si sente il bisogno di farlo. L’esilio per me è sapere che non si può tornare anche se si vuole. Ecco vedi, io posso rimanere anche dieci anni qui, in Italia senza tornare, però il non avere questa possibilità di decidere cambia tutto. Non so se è chiaro! 


MS: Ultima domanda e ti ringrazio. Se potessi cambiare il mondo quale sarebbe il tuo desiderio?


TA: Io già sto cambiando il mondo. In questi anni, quello che sto facendo in realtà è già cambiare il mondo. Perché ho lasciato la casa editrice a Milano, perché ho realizzato questo film con i miei amici, perché abbiamo viaggiato da Milano fino a Stoccolma per fare Io sto con la sposa!? Perché ho lasciato tutto qui in Italia e sono tornato in Libano per svolgere questo lavoro al confine libanese - israeliano?! La risposta è proprio perché sto cambiando il mondo. Quindi tutte le cose che ho compiuto, il film, il libro, il lavoro al confine libanese - israeliano, lavorare al sud Italia, lasciare qui per andare a lavorare nei campi con i bambini in Grecia scrivendo questo libro, il provare a scrivere un altro libro, servono per cambiare il mondo. Quindi non desidero cambiare il mondo perché lo sto già facendo.

21/07/2019, 10:01

Salvini, populismo, migranti, Mediterraneo, sbarchi, naufraghi



Mare-vuoto:-come-Salvini-ha-conquistato-gli-italiani-lottando-contro-un’invasione-inventata


 Dall’ultimo numero di La Macchina Sognante (www.lamacchinasognante.com)



Negli ultimi decenni, e in particolare dal 2014, molte democrazie in Europa hanno sperimentato crescenti sentimenti anti-immigrazione e di opposizione alle politiche migratorie tra i cittadini dell’Unione Europea, il che ha portato al peggioramento delle condizioni e del trattamento riservato ai migranti e ai richiedenti asilo. Il sistema di asilo dell’UE ha subito dal 2014 un flusso senza precedenti di arrivi, e si è dimostrato inadeguato nel rispondere congiuntamente alla crisi migratoria, che per lo più è rimasta un problema con cui i paesi hanno dovuto confrontarsi individualmente. Le stime indicano che dal 2000 al 2014 il numero totale di migranti morti nel tentativo di entrare in Europa è stato superiore a 22.000. Inoltre, a partire dalla prima metà del 2018, oltre 15.800 persone sono state segnalate come morte o disperse nel Mediterraneo e nelle rotte terrestri dall’inizio della crisi dei migranti nel 2014. Ciò significa che dall’inizio del secolo, il numero di persone morte nel tentativo di entrare in Europa è intorno a 40.000. Gli stati membri dell’UE hanno adottato in maggior misura politiche volte a dissuadere l’arrivo e la permanenza dei migranti nel territorio nazionale, attraverso strategie di esternalizzazione dell’accoglienza dei migranti verso paesi terzi.Dal momento del picco di arrivi tra luglio 2015 e gennaio 2016, il numero di arrivi dei migranti è diminuito costantemente negli anni successivi, calando di oltre il 95% nel 2018 rispetto ai trend più alti. Nel 2017 i migranti irregolari arrivati ​​nell’UE via mare erano circa 187.000, grossomodo la metà dell’anno precedente, e questa tendenza si è mantenuta nel 2018.Tuttavia, sembra che tra molti cittadini europei sia ancora diffusa la convinzione che il flusso migratorio abbia assunto le caratteristiche di un’invasione e molti politici europei hanno adottato una forte posizione anti-immigrazione, rappresentando la migrazione dal Nord Africa e dal Medio Oriente come la principale minaccia per la stabilità degli stati membri dell’UE. L’immigrazione e la minaccia del terrorismo sono state spesso combinate nella narrazione dei partiti di destra per sostenere l’idea che, al fine di proteggere i cittadini europei, le frontiere europee andrebbero chiuse e dovrebbero essere adottate politiche più restrittive sull’accoglienza e il rimpatrio dei migranti.A livello europeo, nel 2015 la preoccupazione per l’immigrazione ha superato quella legata alla situazione economica, e ha raggiunto livelli simili a quella relativa alla disoccupazione, che è un tradizionale motivo di inquietudine per cittadini europei. L’Italia ha mostrato tendenze simili alla media europea, con una diminuzione dell’attenzione per la situazione economica e la disoccupazione, problemi che sono quasi tornati ai livelli precedenti alla crisi economica, e la crescita simultanea delle preoccupazioni legate all’immigrazione, che hanno continuato a crescere nonostante il forte calo degli arrivi in Italia fin dalla fine del 2015.Avendo affermato che non esiste una chiara relazione tra la crescente preoccupazione relativa all’immigrazione negli ultimi anni e il numero effettivo di arrivi di immigrati nei paesi dell’UE, resta da capire quali sono le ragioni che hanno reso l’immigrazione così importante per l’opinione pubblica, concentrandoci sulle opinioni dei cittadini italiani: tra i paesi europei, l’Italia ha mostrato la più grande discrepanza tra la percentuale effettiva di migranti nel paese e la percezione dei cittadini. Gli italiani credono che i migranti siano un quarto (25,4%) della popolazione, quando in realtà rappresentavano nel 2017 solo il 7% dell’intera popolazione nazionale, il 17,4% in meno. La percezione sovrastimata della presenza di immigrati è probabilmente legata ai preconcetti dei cittadini, ai bassi livelli di informazione dell’opinione pubblica sulla questione, al ruolo dei media nella rappresentazione di questioni relative ai migranti e alla narrazione politica messa in atto dai partiti contrari all’immigrazione.Uno studio dell’Istituto Cattaneo mostra come il divario tra il numero reale e il numero di immigrati percepiti sia più ampio tra i cittadini italiani che si definiscono di centro-destra e destra, raggiungendo il 32,4% in quest’ultimo caso. Pertanto si può ritenere che l’orientamento politico dei cittadini influisca sulla percezione del numero di immigrati nel territorio nazionale. L’errata percezione del numero di immigrati in Italia ha effetti significativi sull’atteggiamento dei cittadini italiani. Gli italiani, rispetto alla media europea, hanno mostrato un atteggiamento decisamente negativo nei confronti degli immigrati: il 74% degli italiani ritiene che gli immigrati aumentino i livelli di criminalità nel paese (UE 57%), il 62% crede che gli immigrati siano un peso per il welfare (UE 59%) e il 58% ritiene che gli immigrati stiano rubando posti di lavoro agli italiani (UE 40,9%). Queste differenze tra italiani e gli altri cittadini europei nei confronti degli immigrati sembrano essere legate a una posizione non basata sui dati ma piuttosto sulla convinzione che le conseguenze dell’immigrazione siano in realtà peggiori e più ampie di quanto esse siano effettivamente. L’obiettivo principale è quindi capire se e come la migrazione abbia influenzato il dibattito politico italiano, e in secondo luogo, se l’adozione di una posizione rigida sul controllo dei confini e una pervasiva retorica anti-immigrazione abbiano determinato il successo elettorale della Lega Nord nel 2018, così come il suo continuo aumento nei sondaggi e nei risultati delle elezioni del Parlamento Europeo 2019.Matteo Salvini da quando è diventato segretario della Lega Nord nel dicembre 2013 è riuscito a trasformare un piccolo partito indipendentista, che meno di dieci anni fa sosteneva la secessione di un immaginario territorio chiamato "Padania" dal resto d’Italia, in un partito nazionale che è attualmente anche il primo partito della nazione. Dal suo insediamento è riuscito a rimodellare l’ideologia e la strategia di comunicazione della Lega, concentrando l’agenda politica su posizioni nazionaliste, conservatrici e genericamente neo-liberiste. La comunità di riferimento della Lega Nord è stata abilmente ampliata a includere tutti gli italiani, e si è identificato nelle istituzioni dell’UE, negli immigrati e nella mancanza di sicurezza interna causata dalla migrazione e dal terrorismo, le più grandi minacce al benessere degli italiani. Le soluzioni proposte hanno messo in luce l’atteggiamento euroscettico e securitario della Lega rispetto alle dinamiche sociali ed economiche sul piano internazionale. Dalla sua costituzione la Lega si è dichiarata sempre apertamente contraria all’immigrazione, e l’atteggiamento ostile nei confronti dei migranti è uno dei motivi principali del sostegno degli elettori al partito: "Sia la logica che l’osservazione empirica indicano la Lega Nord come il più diretto sbocco elettorale per il malcontento legato alla presenza di migranti e all’aumento della criminalità legata agli immigrati" (Salucci 2015, p.13).Il 4 marzo 2018 le elezioni politiche italiane sono state vinte dai due principali partiti populisti, il Movimento Cinque Stelle con il 32,6% dei voti alla Camera e il 32,2% al Senato, e la Lega con il 17,3% alla Camera e il 17,6% in Senato. I risultati elettorali hanno anche mostrato che più di un quarto degli elettori ha fatto una scelta diversa rispetto alle elezioni nazionali del 2013, il che significa che le tendenze politiche degli elettori sono state sempre più instabili e che le campagne elettorali della Lega e del M5S hanno avuto un grande successo. La Lega ha registrato un aumento del sostegno del 13,3% sia alla Camera dei deputati che al Senato rispetto alle elezioni del 2013, e le indagini politiche suggeriscono che il supporto per la Lega è ulteriormente aumentato, raggiungendo il 34,33%[1]. Tuttavia, il flusso di migranti in arrivo nello stesso periodo è diminuito in modo significativo: questo rende più difficile studiare le cause della forte crescita elettorale della Lega, perché sostenere che il migliore risultato nelle elezioni sia legato al numero di migranti che arrivano o vivono nel paese diventa complesso. Al contrario, questi sviluppi ci portano a supporre che un ruolo importante sia giocato non tanto dal numero di migranti, quanto piuttosto dal modo in cui la tematica dell’immigrazione è rappresentata nell’arena politica. Ci sono prove sufficienti per sostenere che la narrazione politica dei partiti di destra, e in particolare della Lega, abbia ampiamente sfruttato la crisi migratoria rappresentando l’immigrazione verso l’Europa come "un’invasione": statisticamente inconsistente, ma politicamente cruciale per raccogliere voti.La coalizione di governo trascende visibilmente le tradizionali divisioni politiche tra sinistra e destra. La Lega Nord e il Movimento Cinque Stelle presentano numerose posizioni divergenti e si sono schierati inquadrando le loro narrazioni politiche su questioni identitarie e sovraniste (Lega), e fomentando sentimenti anti-establishment e giustizialisti (M5S). Si è tentato di esaminare i loro atteggiamenti nei confronti delle questioni relative all’immigrazione (e alla legittimità delle istituzioni UE) attraverso l’analisi dei discorsi parlamentari (Carlotti, Gianfreda 2018). I due studiosi hanno tentato di indagare quali argomenti i due partiti utilizzano riguardo l’immigrazione.I risultati hanno mostrato che, per quanto riguarda le questioni relative alle migrazioni, la Lega Nord e il M5S si approcciano in modo diverso alle arene nazionali e sovranazionali. La Lega ha adottato una narrazione basata sull’idea che l’Italia stia subendo un’invasione da parte di immigrati illegali che è ormai divenuta una minaccia per i cittadini italiani. Si è quindi concentrata maggiormente su questioni relative al controllo e alla sicurezza delle frontiere, ed è contraria a un processo di integrazione culturale, socio-economica e civile dei migranti nel tessuto nazionale. Il M5S mostra invece posizioni più vaghe e ha mostrato una tendenza a usare maggiormente tematiche adiacenti all’immigrazione in senso stretto, come la corruzione dell’élite politica, la cattiva gestione del sistema di asilo e l’operato delle ONG. Rispetto al livello nazionale il M5S ha mostrato una posizione diversa nel Parlamento Europeo, dove si è schierato a sostegno della protezione umanitaria e dell’integrazione socio-economica dei migranti. Il M5S sembra cambiare e adattare la sua strategia di comunicazione e l’atteggiamento politico a seconda dell’arena cui si rivolge, mentre la Lega Nord mantiene le stesse posizioni anti-immigrazione e euroscettiche, risultando più coerente nella sua linea politica.La Lega di Salvini ha adottato questa narrazione spostandosi dalla tradizionale prospettiva etno-regionalista del partito a un più ampio nazionalismo nativista, basando i suoi discorsi su uno stile di comunicazione che è stato definito una "politica della paura" (Wodak 2015). Gli attacchi contro coloro che non appartengono al "popolo", come gli immigrati, i musulmani e i rom, condotti attraverso l’uso di una retorica dell’esclusione e permeati di elementi razzisti, islamofobi e discriminatori, mirano a rappresentare queste categorie come una minaccia alla sicurezza, alle tradizioni cristiane e ai valori culturali del popolo. L’identificazione del popolo è quindi determinata in termini oppositivi, attraverso l’esclusione di tutti coloro che non ne fanno parte.Le strategie retoriche adottate da Matteo Salvini sono state spesso basate su affermazioni ingannevoli e sull’uso di generalizzazioni diffuse, e sono inserite in un più ampio contesto di post-verità, in cui la forza con cui sono fatte delle affermazioni ha più importanza della loro accuratezza. Il loro scopo principale non è raccontare la verità ma raffigurare il leader come unico difensore del popolo contro i suoi nemici. La campagna elettorale condotta da Matteo Salvini si è concentrata principalmente sulla lotta contro l’immigrazione e le questioni legate alla criminalità e alla sicurezza, e questa strategia di comunicazione ha avuto un impatto decisivo sul successo elettorale della Lega Nord.Il 51% dei suoi elettori ha dichiarato di averlo votato per le sue posizioni estreme, più di quelli che lo hanno fatto perché è una persona onesta (49%) e perché ispira fiducia (47%). Se colleghiamo questa percezione di forza e potere del leader politico con la convinzione ancora diffusa che i flussi migratori siano in aumento o stabili su alti livelli, aggiungendo che le nuove politiche volte a bloccare e rimpatriare i migranti sono ampiamente sostenute dagli elettori leghisti e degli altri partiti di destra, possiamo dire che non solo la Lega Nord di Salvini ha guadagnato una parte fondamentale dei suoi voti attraverso lo sfruttamento di questo singolo tema, ma è anche probabile che continui a guadagnare sostegno come ha fatto durante l’anno successivo alle elezioni politiche del 2018, assorbendo voti dagli elettori di destra ma anche degli attuali alleati di governo del Movimento 5 Stelle.La questione dell’immigrazione è il tema principale su cui si sono confrontate tutte le forze politiche durante le elezioni italiane del 2018 e i risultati delle elezioni sono dipese in gran parte dalle strategie proposte dai partiti per affrontare il tema. La Lega è stata in grado di mobilitare e riunire attorno a sé tutti quei cittadini contrari all’ingresso degli stranieri in Italia, che temono una invasione che non c’è stata (e che si potrebbe risolvere attraverso la cooperazione tra gli stati membri dell’UE) e le presunte conseguenze sui livelli di criminalità e i rischi per la sicurezza sociale, così come quelli che si preoccupano dei danni causati da immigrati di culture diverse al tessuto nazionale e all’identità "cristiano-occidentale" dell’Italia. A seconda del modo in cui i partiti dell’opposizione - che sono stati pesantemente sconfitti alle elezioni e che stanno ancora cercando di trovare il modo di recuperare il consenso perduto - ricostruiranno la loro narrazione e agenda politica, e sulla base di come la società italiana e l’Unione europea nel suo complesso risponderanno alle sfide poste dai partiti populisti di destra, assisteremo (o meno) a un’ulteriore chiusura dei governi nazionali su loro stessi, a un approccio ancora più rigido nei confronti dei migranti e a una crescente pressione sui valori e sulla stabilità delle democrazie europee. Il flusso migratorio è diminuito, ma le cause che hanno spinto milioni di esseri umani a prendere il mare e le rotte terrestri che portano all’Unione Europea devono ancora essere risolte o devono ancora emergere del tutto: nel prossimo futuro i migranti continueranno ad arrivare (e i migranti climatici potrebbero aggiungersi ai rifugiati e ai migranti economici) anche se gli stati membri dell’UE adotteranno politiche di confine più rigorose. La migrazione è qui per restare. Matteo Salvini ha conquistato gli italiani raccontando loro un’invasione che non c’è stata e che potrebbe esserci soltanto fino a quando gli stati dell’Unione Europea non avranno adottato una politica unica e solidale in tema di immigrazione. Il suo chiaro intento è di non collaborare a livello europeo e continuare con la politica dei porti chiusi, perché la sua narrazione politica ha bisogno di immigrati da attaccare, di navi da bloccare e gente da rispedire, per sopravvivere. Risolvere davvero il "problema" dell’immigrazione è un autogol che il Capitano non può permettersi.

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[1] Risultati Elezioni Europee. Già durante la prima stesura di questo articolo, usando sondaggi elettorali presi da Termometro Politico di febbraio 2019, la Lega era data al 34,5%.

LINK LMS: http://www.lamacchinasognante.com/mare-vuoto-come-salvini-ha-conquistato-gli-italiani-lottando-contro-uninvasione-inventata-francesco-sorana/

Francesco Sorana


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