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06/01/2019, 13:45

letterature, utile, inutile, leggere, libri, vita, riflessione, poesia



L’utilità-dell’inutile:-riscoprirci-umani,-riscoprirci-uguali---parte-3


 



Ne Il pensiero dominante, Leopardi criticava la società, che definiva superba, perché impegnata soltanto a inseguire l’utile. L’utile è la merce, che risponde ai bisogni più disparati, essenziali o meno. La sua carta vincente risiede nella sua natura di oggetto materiale, con un proprio valore economico e una propria funzione.


La poesia non è merce perché

non è consumabile. Non è prodotta

‘in serie’: non è dunque un prodotto.

E un lettore di poesia può leggere

anche un milione di volte una poesia:

non la consumerà mai.


La poesia non è merce, scrive Pasolini in questi versi. La grande differenza tra la merce e la poesia risiede nel fatto che la prima ha una data di scadenza, mentre la seconda no. Il cibo che non mangiamo scade, i vestiti si bucano dopo anni di utilizzo, la macchina che ci permette di spostarci necessita di manutenzione costante (e anche con l’attenzione necessaria, prima o poi ci abbandonerà). Eppure, almeno una volta nella vita, entriamo in contatto con qualcosa che sopravvive con decine di centinaia di anni alle spalle. Si tratta della poesia, forma di resistenza contra la dittatura dell’utilitarismo.


Quasi tutti hanno letto, quantomeno tra i banchi di scuola, qualche verso di Seneca o di Orazio, un sonetto di Petrarca o una terzina di Dante. Non importa quanti lettori abbiano letto e leggeranno la stessa poesia e per quante volte: non è un bene consumabile o deteriorabile. Anzi, è possibile che alla decima lettura ci dica qualcosa di nuovo.


Col passare del tempo si sono affermate molte e diverse correnti letterarie, sono mutate le

tendenze estetiche e si sono sviluppate nuove ricerche stilistiche. Eppure, una poesia di duemila anni fa, riesce ancora a comunicare con noi.


Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas complectere; sicfiet ut minus ex

crastino pendeas, si hodierno manum inieceris. Dum differtur vita transcurrit.”

(“Fa’ dunque, o mio Lucilio, quello che scrivi di fare, abbraccia tutte le ore; così accadrà che tu dipenda meno dal domani, se porrai la mano sull’oggi. Mentre si rinvia la vita scorre”).


Nella prima lettera a Lucilio, Senaca si interroga sulla fugacità del tempo e sulla brevità della vita terrena. Ma non sarà il solo: Petrarca scrive nel primo sonetto del Canzoniere, Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono:


[…] e ’l conoscer chiaramente

che quanto piace al mondo è breve sogno."

(“ […] e il sapere con chiarezza

che tutto ciò che riguarda la vita terrena è di breve durata”).


In questo sonetto Petrarca analizza il suo passato, caratterizzato dall’amore per Laura, morta anni prima. La poesia si sviluppa su due piani temporali: il passato, momento dell’errore, e il presente, tempo del pentimento e della vergogna. Il poeta è angosciato dal fluire inesorabile del tempo, che porterà via con sé tutte le cose terrene, vane e precarie.


Quasi seicento anni dopo, altri poeti si interrogheranno sulla precarietà dell’esistenza.


Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.


Si tratta degli ultimi tre versi di Solitudini, una poesia di Salvatore Quasimodo. Il poeta ha poi deciso di renderla una poesia a sé stante, perché fosse il più ermetica possibile, e l’ha intitolata Ed è subito sera. Quasimodo racchiude, in pochi versi, il (non) senso dell’esistenza umana: gli uomini, soli poiché incapaci di comunicare realmente tra di loro, faticano pur sapendo di avere un’ignota data di scadenza, abbagliati talvolta dalla speranza, rappresenta da un raggio di sole.


Eppure, nonostante il suo contenuto, la lirica sembra non arrendersi totalmente di fronte alla

nostra mortalità. La scelta del verbo “stare”, dilata la fugacità dilagante nel senso della poesia: forse la vita dura uno schiocco di dita, ma, allo stesso modo, uno schiocco di dita dura una vita.


Infine, Ungaretti in Ultimi cori per la terra promessa, scrive:


[…] Che nel legarsi, sciogliersi o durare,

Non sono i giorni se non vago fumo.


In Ungaretti il dato temporale è importantissimo. Proprio sulle problematiche del tempo, si

interrogherà a più riprese nella maggior parte delle sue raccolte. L’umana limitatezza rende quanto meno inafferrabile, se non inesistente, il senso della vita. Alla ricerca di un senso dell’umano peregrinare, Ungaretti risponde così: i giorni sono vago fumo.


Nonostante le differenze formali, linguistiche, ritmiche e metriche, i contenuti non esauriscono la loro carica emotiva. L’inutile trascende il tempo e ci parla di noi, si pone le nostre stesse domande, ci indirizza verso risposte condivisibili.


In questo risiede l’utilità dell’inutile: riscoprirci umani, riscoprirci uguali.



Chiara Pizzulli e Chiara Taiariol

04/01/2019, 13:01

Davi Kopenawa, Yanomami, Survival International, Brasile, Jair Bolsonaro, foresta pluviale, indigeni, nativi



IL-CIELO-COLLASSA-SOPRA-DI-NOI:-L’AMAZZONIA-È-IN-PERICOLO


 Davi Kopenawa è uno sciamano della foresta. E’ anche il leader della tribù Yanomami e uno dei più vocali attivisti indigeni per la difesa dell’Amazzonia e dei diritti dei nativi. E’ colui che ci avverte che, presto, il cielo potrebbe caderci addosso.



Il primo gennaio, Jair Bolsonaro ha assunto la Presidenza del Brasile.

La sua vittoria nelle elezioni dello scorso ottobre è l’ennesimo trionfo di movimenti e partiti populisti, violenti, xenofobi, nazionalisti che dappertutto nel mondo hanno raggiunto le alte cariche dello Stato attraverso il voto popolare. Come i suoi compari, questo ex-militare diventato parlamentare ha intenzione di portare avanti un’agenda reazionaria che minaccia la democrazia brasiliana e gli equilibri internazionali.

Rappresenta un serio pericolo anche per l’ecosistema terrestre. Il nuovo Capo di Stato ha dichiarato di voler seguire la linea trumpista rispetto alla questione ambientalista: intende ritirare il Brasile dagli Accordi sul Clima di Parigi. Intende quindi ignorare il trattato internazionale che si propone di tutelare l’ambiente per garantire il futuro della Terra e dei suoi abitanti. Intende ignorare gli avvertimenti della comunità scientifica sui rischi catastrofici del riscaldamento globale. Intende ignorare le richieste dei popoli indigeni che chiedono di salvaguardare quella che da secoli è la loro casa e che, contemporaneamente, è il polmone verde del nostro pianeta.

Sul territorio brasiliano, infatti, si estende la porzione più ampia della foresta pluviale amazzonica all’interno della quale vivono decine e decine di popolazioni indigene - alcune ancora incontattate. La fine della tutela che trattati internazionali di stampo ecologista danno a questo ambiente significa la sua scomparsa e la scomparsa delle culture che in esso fioriscono.

Bolsonaro ha già cominciato quest’opera di erosione. Il giorno dopo il suo insediamento, vuole affidare al Ministero dell’Agricoltura, vicino agli interessi dei grandi latifondisti, la delimitazione delle terre indigene. In altre parole, il Presidente ha condannato l’Amazzonia ad un (non così lento) processo di deforestazione e gli indigeni alla cancellazione di molta loro memoria storica.

Gli Yanomami sono una di queste popolazioni. Davi Kopenawa è il loro leader e sciamano e uno dei rappresentanti indigeni più attivi nella protezione della natura.

A settembre, Davi è arrivato in Italia per presentare il suo libro La caduta del cielo (Edizioni Nottetempo) in varie città. Ha così potuto raccontare a chi ha orecchie per ascoltarlo la cultura della sua gente e come la conservazione di questa sia inestricabilmente legata alla geopolitica mondiale e alla difesa della Terra. Ha potuto spiegare, in un’epopea cosmo-ecologica, le ragioni del collasso della volta celeste. La sua visita in Italia è stata possibile grazie a Survival International, un’organizzazione non-governativa impegnata a difendere gli indigeni (contattati e non) di tutto il mondo.

A Rovereto, c’è stata occasione di parlare con Kopenawa in persona - e di essere testimoni diretti della forza delle sue idee.

Perché il cielo cade?
Il cielo è già caduto tanto tempo fa, all’inizio del mondo. Cadendo uccise i primi popoli, yanomami e non-indigeni, che vivevano sulla Terra. Oggi il cielo è sopra di noi ma potrebbe cadere di nuovo, perché il popolo della merce non sente il peso del mondo e lo sta distruggendo.

Molti di voi non credono che questo possa accadere davvero, ma è un pericolo molto serio. Già in molti altri posti i fiumi straripano, le persone vengono uccise, la terra viene inquinata; in alcuni luoghi fa troppo caldo e in altri troppo freddo. Il mondo è malato. Con questo libro voglio mettere in guardia i bianchi, perché possano imparare a rispettare il popolo yanomami, la nostra foresta che è il polmone della Terra, e tutta la natura.

Qual è dunque l’errore più grave della cultura occidentale? 
I bianchi sono il popolo della merce, per loro è molto difficile ascoltare la natura perché sono abituati a vivere nelle città. I capi del mondo ricco e industrializzato pensano di essere i padroni e avvelenano la natura. Le attività minerarie e i mangiatori di terra distruggono la foresta e portano malattie mortali. Questo è forse progresso?

Ho scritto questo libro per voi, perché a voi piace imparare leggendo su pelli di carta. Voglio diffondere la voce degli Yanomami e far conoscere ai bianchi un altro pensiero: la saggezza della foresta.

A questo punto, è giusto e importante affermare che la sopravvivenza del suo popolo è essenziale per chi vive adesso e per le generazioni che verranno.
Noi siamo i figli dell’Amazzonia, siamo stati creati nell’Amazzonia e siamo cresciuti alimentandoci di ciò che essa ci dà. La foresta per noi è tutto: casa, cibo, medicina. Noi Yanomami - e tutti i popoli indigeni amazzonici - ci prendiamo cura della natura, del vento, delle montagne, della foresta, degli animali. Questa etica è molto importante per noi indigeni, e viene tramandata ai nostri figli, ai nipoti e alle future generazioni. Lottiamo non solo per noi, ma anche per gli uomini delle città. Se la nostra conoscenza andrà persa, allora anche il popolo bianco morirà. È questo che vogliamo evitare.

Evitare la scomparsa significa anche (forse soprattutto) rivendicare i propri diritti. Qual è il diritto fondamentale di cui i popoli indigeni non devono mai dimenticarsi?
Il diritto a vivere nella e della loro terra è fondamentale per tutti i popoli indigeni. La terra è il nostro patrimonio, un patrimonio che ci protegge. Ci appartiene e grazie a lei possiamo coltivare, cacciare, stare in salute. È la nostra casa, è vita. Non abbiamo bisogno di denaro, abbiamo solo bisogno che il nostro territorio sia rispettato. Solo così possiamo sopravvivere e prosperare.

Voi Yanomami, per godere del vostro diritto, state correndo pericoli gravissimi. Qual è il maggiore e come lo state affrontando?
Il territorio yanomami è stato riconosciuto e demarcato dal Governo brasiliano nel 1992, ma ancora oggi non è davvero protetto. I garimpeiros (cercatori d’oro) lo hanno invaso: inquinano con il mercurio le terre e le acque dei fiumi e portano malattie nuove molto pericolose che noi Yanomami non possiamo curare con le nostre medicine - come morbillo, influenza e HIV. Le autorità brasiliane spesso sono complici degli invasori. È molto importante che ci aiutiate.

Chiedo a voi che vivete in Italia e in Europa di prendere posizione e fare pressione sul Governo brasiliano, che vuole distruggere la nostra storia e i nostri diritti. Non fa nulla per fermare l’invasione delle nostre terre da parte dei minatori.

Sono molto preoccupato e triste, perché quello che è accaduto ai nostri fratelli del Nord-America tanto tempo fa sta accadendo ora nella terra yanomami. Per questo vi chiedo di appoggiarci. Per me è un compito molto pericoloso: gli invasori sono abituati a uccidere i leader, come è successo a Chico Mendes, ma io continuo a lottare. Difendo la mia terra e la mia cultura, difendo i diritti del mio popolo.

Oltre a essere un leader indigeno, lei è anche uno sciamano. Qual è il dono più prezioso che gli sciamani dei popoli indigeni fanno al mondo?
Sono uno sciamano della foresta e lavoro con le forze della natura, non con quelle del denaro o delle armi. La nostra saggezza è differente, la nostra è una conoscenza diversa. Gli spiriti xapiripë ci mettono in contatto con il mondo e ci aiutano a curarlo; mantengono l’equilibrio del mondo. Gli sciamani yanomami sono sempre in contatto con gli xapiripë e li custodiscono attraverso i sogni sciamanici. Lavorano per proteggere la grande anima della Terra, per questo la saggezza dei nostri spiriti sciamanici è molto importante per la sopravvivenza di tutta l’umanità.


Carlotta Zaccarelli
Fotografia: Fiona Watson / Survival International
29/12/2018, 22:01

letterature, utile, inutile, leggere, educazione, politica, Renzi, Don, Chisciotte



L’utilità-dell’inutile:-riscoprirci-umani,-riscoprirci-uguali---parte-2


 Cioran argomenta l’aneddoto scrivendo che, a parer suo, ogni forma di elevazione presuppone l’inutile...



Emile Cioran, noto saggista e filosofo rumeno, ci racconta che, prima di bere la cicuta, Socrate sentì l’imperante desiderio di imparare a suonare il flauto. Alla domanda "A cosa ti servirà?", il filosofo, impassibile, rispose "A sapere quest’aria prima di morire". Cioran argomenta l’aneddoto scrivendo che, a parer suo, ogni forma di elevazione presuppone l’inutile. Questa tesi è stata ampiamente discussa nei secoli da letterati, filosofi, musicisti, scienziati.


Se da una parte si pone chi, come Locke, credeva che la letteratura fosse un’arte non appagante nella vita dell’individuo, dall’altra, ci sono studiosi come il poeta neoclassico Giacomo Leopardi e lo scrittore contemporaneo Mario Vargas Llosa che hanno difeso la letteratura per tutta la loro vita, sentendo il peso di una società che scredita (e screditava) sempre più il cosiddetto "inutile". C’è qui da fare una precisazione: con il termine "utile", negli ultimi secoli, si tende a designare tutto ciò che ci reca un vantaggio dal punto di vista prettamente materiale. L’oggetto X è utile se ci procura denaro, è utile se risponde a bisogni fisiologici, è utile se comporta un minor sforzo fisico o mentale per un maggior profitto. L’uomo moderno ha dato sempre più adito e seguito ad una politica basata sul consumo, sul
benessere fisico, sul denaro. Questo ha inevitabilmente comportato una crisi di tutte quelle arti che invece privilegiavano l’anima, l’elevazione morale, la cultura fine a sé stessa, senza scopi o fini.


Tanti i poeti che hanno denunciato questa forma mentis, tra i quali Charles Baudelaire che,
paragonandosi ad un albatro, descrive la sua posizione all’interno di una società che, nelmomento in cui il poeta dal cielo scende sulla terra, lo deride poiché attratta da altri interessi.Anche Leopardi ha combattuto a lungo affinché i suoi contemporanei capissero l’utilità delcosiddetto inutile: nella sua breve vita ha tentato, più di una volta, di fondare delle testategiornalistiche che trattassero questo tema.
Non ebbe successo e, provato dalla superficialità della sua epoca, scrive ne "Il pensiero dominante":

(...)Di questa età superba,

Che di vote speranze si nutrica,

Vaga di ciance, e di virtù nemica;

Stolta, che l’util chiede,
E inutile la vita
Quindi più sempre divenir non vede;
Maggior mi sento.(...)
(...) Io sono più grande
di questa società superba,

che si nutre di chiacchiere ed
è nemica delle virtù;
è stupida perché insegue l’utile,

e per questo non vede che la vita

diventa sempre più inutile. (...)


Dall’ottocento ad oggi le cose non sembrano essere cambiate più di tanto. L’ "inutile" viene sempre più denigrato, attaccato e offeso a favore di tutte quelle materie scientifiche che possono sicuramente assicurare all’uomo un sostentamento. Tra i tanti, a notare questo rilevante fenomeno c’è stata anche l’ex ministra dell’istruzione Stefania Giannini, che, all’inizio del suo mandato all’interno del governo Renzi, affermò di voler risollevare tutte le materie umanistiche poiché credeva fermamente che per far ripartire la scuola fosse essenziale reintegrare o aumentare le ore nei programmi dedicate all’arte, alla letteratura, alla storia, alla filosofia. Tutto ciò, però, è rimasta solo un’idea. Nel mentre, tra i banchi di scuola, si va condensando l’opinione che la letteratura ormai non serva a nulla e i grandi classici non abbiano un’utilità.



Per smentire questa teoria vogliamo partire proprio da un classico: Don Chisciotte della Mancha. Nel celebre romanzo di Cervantes, il protagonista è un nobile decaduto, amante dei libri cavallereschi medievali. A furia di leggere, si convince di voler rivivere la cavalleria errante e, così, parte. Si ritrova a dover fare i conti con le grandi ideologie capitalistiche dei potenti e popolani, ma non pare abbattersi, fermamente convinto che il suo viaggio sia giusto, seppur non apparentemente utile.



Don Chisciotte preserva i sentimenti, il coraggio, la fedeltà, rinuncia alla sua vita da benestante per mettersi in viaggio senza un evidente motivo. Don Chisciotte è l’indiscusso simbolo della rinascita grazie all’inutile, dell’epifania pensata per chi crede di avere tutto a portata di mano ma a cui effettivamente manca l’essenziale.
Si tratta dello stesso essenziale di cui parlava Cicerone quando, nei Paradossi degli Stoici, siscagliava contro chi asseriva di esser ricco nonostante compiesse atti meschini e scorretti perraggiungere quella ricchezza.


Per il grande oratore romano la vera ricchezza non prevede denaro, terre, potere, bensì la
grandezza morale, l’erudizione, la curiosità del sapere, poiché, per essere cittadini rispettosi,amici onesti, uomini liberi, è necessaria la cultura. È necessario studiare tutte quelle arti pensate dall’umanità per l’umanità, quelle arti che, dasempre, in silenzio, fanno sì che l’uomo abbia una coscienza e una conoscenza, quelle che eludono l’imbarbarimento dell’individuo e che ci permettono l’introspezione: la scoperta del nostro io.


Chiara Pizzulli e Chiara Taiariol


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