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08/10/2018, 22:44

storia, luciano canfora, europa, utopia



E-se-davvero-la-soluzione-fosse-l’utopia?
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 “Historia magistra vitae” scriveva Cicerone. Ma la storia può davvero insegnarci qualcosa?Una riflessione sul "moto storico", sul suo andamento e sulle problematiche attuali partendo da dove si sono formate le radici dell’Occidente, dai classici del



"Historia magistra vitae" scriveva Cicerone. Ma la storia può davvero insegnarci qualcosa? Una riflessione sul "moto storico", sul suo andamento e sulle problematiche attuali partendo da dove si sono formate le radici dell’Occidente, dai classici della cultura greca e latina. 

Questo è ciò che Luciano Canfora, illustre filologo classico, storico e saggista italiano, noto per le sue letture critiche alla società e il suo approccio multidisciplinare, ha donato con la sua lezione magistrale tenutasi durante la 19esima edizione di Pordenonelegge il 21 settembre 2018 al Teatro Verdi di Pordenone, un incontro basato sulle riflessioni che affronta nel suo ultimo libro "La scopa di Don Abbondio. Il moto violento della storia". Saggio che, come rivela lo stesso sottotitolo, tratta dei processi storici del mutamento sociale.

In primis le "rivoluzioni" che caratterizzano la fine del Novecento e l’inizio del nostro secolo: nessun altro periodo storico ha assistito a così tanti mutamenti e "stravolgimenti". Ed è proprio dal concetto di "rivoluzione" che il pensiero di Canfora prende forma: già dal titolo del libro lo si intuisce, quello che al Don Abbondio manzoniano appariva come un salutare colpo di scopa sta proprio nell’immancabile creazione di condizioni ideali per una nuova scossa conseguenti all’esaurimento di una "rivoluzione". E questa è la lezione che ci viene mostrata da sempre dalla storia, il perno su cui focalizzarsi per la creazione di una nuova realtà.

Partendo da un’analisi della schiavitù dai tempi dei grandi imperi occidentali (greco e romano), passando per la visione aristotelica dello schiavo come "macchina parlante", Canfora arriva al XIX° secolo dove la schiavitù nella società moderna era ormai considerata un fossile, una condizione del passato lontano. Eppure, nonostante questo progresso storico-sociale, con le politiche e le grandi imprese colonialiste la condizione della schiavitù sudista continuava ad essere considerata del tutto una cosa naturale, normale tanto che propagandisti come George Fitzhugh, noto proprietario terriero della Virginia a quell’epoca, negavano che la schiavitù fosse uno sfruttamento crudele e sostenevano che il sistema si basava su obblighi reciproci e responsabilità condivise tra un padrone e "la sua gente", non sulla violenza a scopo di profitto. Egli affermava che gli schiavi venivano trattati meglio rispetto agli "schiavi retribuiti" che faticavano nei mulini e nelle fattorie del New England, ovvero gli operai. Si pensi inoltre che la schiavitù della gleba in Russia fu abolita solo nel 1861.

Le dipendenze etico-schiavili apparse nell’epoca moderno-contemporanea apparentemente potrebbero far pensare ad un movimento all’indietro, ma Canfora qui introduce una grande differenza con i passati periodi storici, una differenza sostanziale ed essenziale, ovvero l’esistenza tra le genti di una consapevolezza maggiore delle condizioni etiche ed umane accettabili e giuste. Questa consapevolezza ha portato nel passato a delle risposte alternative, a delle vere e proprie rivoluzioni, proprio perché il movimento storico nasce da una relazione tra sfida e risposta.

Le iniquità sociali tuttora sono alte e potenti, ma non è detto che non possano essere abbattute. Anzi, lo sono state anche se altre ingiustizie nel corso dei secoli ne hanno occupato il posto, ma anche queste cadranno sotto i colpi di zappa di una rivoluzione che per essere vera ha da essere permanente. Lo insegnano i tremila anni di storia alle nostre spalle che conosciamo in cui l’uguaglianza è stata come il bisogno animale primario, quello ineluttabile della fame.

Ed è proprio qui che sta il colpo di scopa a cui Canfora si riferisce: il futuro è sempre aperto, le esigenze di giustizia da cui sono scaturite le diverse rivoluzioni rimangono vive, acquistano con il tempo sempre più consapevolezza e non vi è restaurazione che riuscirà mai a riportare davvero una società al punto di inizio, le oscillazioni della storia sono imprevedibili e possono travolgere anche gli assetti a prima vista più solidi.                                                                                               

In passato il Mediterraneo era considerato come una grande unità da cui quasi tutto il mondo dipendeva per vari aspetti. E l’Europa, se ci pensiamo, è stato anche il punto di partenza dei più grandi sconvolgimenti storici proiettando i suoi conflitti interni sul resto del globo. E’ stato proprio l’Occidente ad avere messo il mondo a soqquadro, con profonde ingiustizie, dopo la conclusione della seconda guerra mondiale ed ora la situazione sta diventando sempre più seria e grave, perché le dirigenze politiche sono orientate in senso egoistico. Agendo in tal modo Canfora afferma che i conflitti attuali di cui leggiamo e che vediamo in televisione sono alimentati da noi stessi in modo attivo o meno, cioè con azioni "sotto banco", nascoste, passive appunto, come il fatto di fornire armi a gruppi armati in guerra, sfruttare economicamente i terreni dei Paesi più poveri, oppure attuando un’attività strategicamente direzionata nel modo di fare informazione.                                                                                    

Di fronte a ciò il moto naturale della storia ci porterà sicuramente ad un cambiamento, ad un nuovo equilibrio ma al giorno d’oggi una reale, concreta e soprattutto credibile leadership positiva in Europa è assente. Per il filologo, la democrazia politica è divenuto un essere dalla vita ormai breve, che a suo avviso «scivola sempre più tra le entità archeologiche». L’unica alternativa attualmente esistente alla tecnocrazia delle élite finanziarie, eurocratiche o cosmopolite, che per anni hanno avuto l’Occidente in mano, vede avanzare le forze populiste, le destre anti-establishment, che secondo lui si possono definire «movimenti fascistici».                                                                                                                                           
Ma siamo sicuri che questa sia davvero un’alternativa? O è più l’altra faccia della stessa medaglia? Dopo tutto nel 2017 il governo Renzi si era fatto portatore della retorica "chiudiamo i porti" che viene ora attribuita al ministro Salvini; in occasione dell’incontro con il commissario europeo per le migrazioni Avramopoulos l’allora ambasciatore italiano presso l’UE Maurizio Massari minacciò la chiusura dei porti alle navi straniere e non facenti parte di missioni europee. La sinistra ormai si è ridotta ad un cumulo di frammenti e, come affermato da Canfora, se il Pd non si libera del presente gruppo dirigente catastrofico e velatamente di destra che lo ha portato alla rovina, la possibilità di ricomporre questi pezzi e di creare un’opposizione coesa in grado di fornire una contro risposta concreta diventa solo lontano miraggio.

Da dove ripartire allora? Dalla figura della "pagina bianca" di cui parla Arnold Toynbee nel suo libro "Il mondo e l’Occidente", figura a cui si rifà Canfora per descrivere il necessario cambio di prospettiva, un movimento in avanti che si basi sulla condivisione dei risultati conseguiti. Questo egli lo ritrova  in una creazione di una comunità euro-africana, forse unica risposta che porterebbe ad una risoluzione e un’evoluzione positiva della situazione storica contemporanea. Tutto ciò può esser visto come utopico è vero. Ma di fronte alla storia l’utopia è l’unica via ancora davanti a noi, la strada ancora mai presa, mentre gli altri esperimenti "hanno mostrato la coda" conclude.

Rachele Baccichet

03/10/2018, 13:01

Provincia Autonoma dii Trento, elezioni, FArete, Centro per la Cooperazione Internazionale



Elezioni-in-Trentino:-la-cooperazione-internazionale-al-centro-del-dibattito


 Il 21 ottobre 2018 si vota per il rinnovo della Provincia Autonoma di Trento. La campagna elettorale è in corso e FArete ha deciso di dialogare con le coalizioni in lizza sul tema che gli è più caro: la cooperazione internazionale.



Cinque domandee una sola richiesta. È quanto le organizzazioni di cooperazione, volontariatoe solidarietà internazionale del Trentino chiedono ai candidati a presidentealle elezioni provinciali del 21 ottobre. E lo si farà attraverso un incontropubblico l’8 ottobre dalle ore 18.00 alle 20.00 presso il Centro per laCooperazione Internazionale a Vicolo San Marco, 1, Trento. Modera lagiornalista RAI Elisa Dossi.

L’iniziativa vieneproposta da FArete, il coordinamento di più di 50 organizzazionitrentine che ha invitato i candidati di tutti gli schieramenti politici apartecipare ad un dialogo sulle loro aspettative e sui programmi in relazioneal tema della cooperazione internazionale.

Tra le questioni che verranno condivise con icandidati, c’è anche il principale impegno politico richiesto, quello di darepiena applicazione allo 0,25 per cento del bilancio provinciale(Legge provincialen.4 del 15 marzo 2005) a sostegno di azioni dicooperazione internazionale, attività di educazione alla cittadinanza globalesul territorio trentino e di rilancio di realtà come il Centro per laCooperazione internazionale, eccellenza in Italia e inEuropa nel campo della ricerca e della formazione delle quasi 300organizzazioni di volontariato e cooperazione internazionale del Trentino.

Se dal 2013 sono stati destinati in media 9,5 milionidi euro all’anno al settore, ciò significa che ogni cittadino trentino hacontribuito di persona con 17 euro all’anno alla cooperazione internazionale. Ovveroha investito 17 euro in iniziative e progetti che hanno lo scopo di sradicarela povertà, tutelare i diritti umani, promuovere uno sviluppo sostenibile, prevenirei conflitti e sostenere i processi di riconciliazione.E non solo nei Paesi del cosiddetto Sud del mondo. Anche "a casa nostra" quello0,25 per cento ha generato occupazione soprattutto per i giovani trentini estimolato l’innovazione sociale e tecnologica nei diversi settori della societàe promosso lo sviluppo culturale in Trentino. 

FArete vuole offrire a tutti gli elettori la possibilità di farsiun’opinione personale sulle idee e sui programmi dei candidati alla presidenzadella Provincia Autonoma di Trento e dunque di esercitare in manieraconsapevole il proprio diritto al voto

Ilcoordinamento nasce da un percorso inclusivo e partecipato, stimolato da ungruppo che sentiva il bisogno di unirsi per interrogarsi, analizzare e generaresinergie. Negli ultimi mesi, molte organizzazioni si sono aggiunte e altreancora stanno confluendo nella condivisione dell’obiettivo comune dicontribuire attivamente alla costruzione di una visione strategica e dipolitiche che orientino il sistema trentino del volontariato e dellacooperazione internazionale.


Paulo Lima
Foto: Matteo Ianeselli
01/10/2018, 17:01

Accordo di Parigi, cambiamenti climatici, ambientalismo, elezioni brasiliane, nazionalismo, estrema destra, democrazia, LGBTI



Elezioni-in-Brasile:-il-disastro-Bolsonaro


 Jair Bolsonaro, ex- capitano dell’esercito, è il candidato di estrema destra alle prossime elezioni presidenziali brasiliane. L’agenda politica di cui è portavoce prennuncia la distruzione della democrazia del Paese e minaccia l’ecosistema terrestre.



Le recenti dichiarazioni del parlamentare e candidato Presidente di estrema destra Jair Bolsanaro hanno precipitato le elezioni presidenziali brasiliane nel caos più completo, poiché hanno chiarito quanto deplorevole sia la sua visione del mondo e quanto anti-ambientalista sia la sua agenda politica.

Il populista ultra-conservatore rappresenta una grossa minaccia agli obiettivi del Brasile nella lotta contro i cambiamenti climatici. Bolsonaro ha infatti promesso di seguire l’esempio di Donald Trump e ritirare il Brasile dall’Accordo di Parigi.

Descritto dai giornalisti del The Intercept Glenn Greenwald e Andrew Fishman come "il più misogino e odioso rappresentante eletto nel mondo democratico", Jair Bolsonaro è stato pugnalato a un evento pubblico durante la sua campagna elettorale lo scorso 7 settembre. Nonostante abbia perso circa il 40% del suo sangue, la sua salute migliora e il parlamentare resta in corsa per l’ufficio presidenziale. Nei primi sondaggi dopo l’attacco, la sua popolarità ha raggiunto il 30% - mentre nessuno dei suoi sfidanti ha toccato più del 12.

La vittoria di Bolsonaro alle elezioni sarebbe una ferita mortale per la democrazia brasiliana. Forte dell’ondata di estremismo destrorso che sta percorrendo la società globale, il politico brasiliano è famoso per i suoi commenti dispregiativi verso i gruppi sociali marginalizzati. Ha inoltre dimostrato spregio per le norme democratiche, dichiarando di voler fucilare i membri corrotti del popolare Partito dei Lavoratori (PT). Si è riferito al regime militare che ha retto il Paese tra il 1964 e il 1985 come a un periodo "molto positivo".

"Come Donald Trump, Bolsonaro è un razzista", dice Paulo Lima - giornalista e Direttore esecutivo dell’organizzazione no-profit Viracao Educomunicação. "Difende poi l’uso delle armi e adotta un atteggiamento estremamente ostile verso la comunità LGBTI e il movimento per i diritti femminili."

Effetto Lula

La prospettiva di una presidenza Bolsonaro è diventata drammaticamente più concreta il 31 agosto scorso, quando il Tribunale Elettorale Superiore (TSE) del Brasile ha escluso la possibilità di un terzo mandato dell’attuale presidente Luiz Inácio Lula de Silva - attualmente incarcerato e in procinto (forse) di appellarsi alla condanna di dodici anni per corruzione e riciclaggio di denaro.

Prima di essere dichiarato ineleggibile, Lula aveva un vantaggio consistente su Bolsonaro: secondo uno studio CNT/MDA di Agosto, raccoglieva il 21.8% dei voti contro il 18.4% dello sfidante.

Nonostante la differenza evidente tra il PT (il partito di centro-sinistra di cui Lula è espressione) e il Partito Social Liberale (la forza di estrema destra rappresentata da Bolsonaro), il secondo può facilmente attrarre gli elettori del primo grazie alla comune impostazione populista.

"L’immagine di outsider e anticonformista che Bolsonaro intende dare di sé ha affascinato e convinto elettori non allineati che altrimenti si schiererebbero con Lula, se Lula fosse ancora in corsa", spiega Bruno Heilton Toledo Hisamoto, dottorando in Relazioni Internazionali all’Università di San Paolo, parlando al quotidiano La Ruta del Clima. "Questi elettori, a cui non piace l’ideologia fondante del PT, riconoscono però lo stile di Lula in quello di Bolsonaro. Dalla sua posizione di destra, Bolsonaro attira dunque elettori che tradizionalmente si orienterebbero verso il Partito Social-democratico. Può pertanto raccogliere voti che andrebbero all’ormai ex-Presidente".

L’ascesa di Bolsonaro

Il messaggio di Bolsonaro ha colpito l’elettorato brasiliano stanco della corruzione dilagante nel Paese. Per ottenere supporto, Bolsonaro ha promesso di affrontare concretamente i problemi della criminalità e della corruzione. Tuttavia, nel processo, ha attaccato i gruppi sociali marginalizzati.

"Bolsonaro prende spunto da Trump, che ha pubblicamente elogiato ancor prima della sua effettiva elezione a Presidente degli Stati Uniti d’America", sottolinea Toledo. "Come Trump, infatti, Bolsonaro si rappresenta come estraneo al tradizionale establishment politico e afferma di voler distruggere le solite dinamiche politiche, omettendo però alcuni particolari: lui è Parlamentare da quasi trent’anni, mentre i suoi figli occupano numerosi uffici pubblici."

Capitano dell’esercito brasiliano ormai in pensione, Bolsonaro fa anche leva sul nazionalismo militarista accusando la sinistra di essere globalista, aggiunge sempre Toledo. "Fa leva sulla xenofobia e respinge l’idea che altri immigrati possano entrare in Brasile, perché possono rubare posti di lavoro ai brasiliani."

Bolsonaro e l’Accordo di Parigi

Sebbene il tema dei cambiamenti climatici non sia stato tra i protagonisti delle varie campagne presidenziali di quest’anno e nonostante uscire dall’Accordo di Parigi sia solo una nota a margine del programma politico di Bolsonaro, la mossa avrebbe serie conseguenze per il Brasile e per la comunità internazionale. Perché il Brasile, considerato il più probabile luogo dove svolgere le negoziazioni sul clima nel 2019, è custode della più grande foresta pluviale del Globo e nona economia mondiale.

Il proposito di Bolsonaro è stato fortemente criticato da Erik Durkheim, direttore dell’Ufficio Ambiente ONU: "Il rifiuto dell’Accordo di Parigi equivale al rifiuto della scienza e dei fatti. Inoltre, presentare l’azione ambientalista come un eccessivo e inutile costo è cosa menzognera e fuorviante: i politi che lo fanno non capiscono la gravità del problema".

Comunque, come nota ancora Toledo, sarebbe difficile per Bolsonaro ritirare il Brasile dall’Accordo: il trattato è stato ratificato dal Congresso brasiliano e il Presidente non ha il potere di agire direttamente su questo tipo di decisione. "In più, molti Stati brasiliani hanno obiettivi legati al clima che sono gestiti indipendentemente dal governo federale e quasi tutte le grandi compagnie economiche del Paese sono firmatarie di dichiarazioni internazionali che prevedono azioni a favore del clima."

"La mia paura è più rivolta all’azione pratica che a quella legale. Perché un ipotetico governo Bolsonaro potrebbe sabotare importanti misure tese al raggiungimento degli obiettivi ambientalisti che il Brasile si è prefisso di raggiungere. Nello specifico, una simile amministrazione metterebbe in discussione la possibilità di ridurre i gas serra nel contesto della lotta alla deforestazione e all’avanzata indiscriminata dell’agricoltura.  Se Bolsonaro ammorbidisce anche solo leggermente la legislazione sull’utilizzo delle terre, gli effetti sull’emissione dei gas serra a livello globale sarebbero assai seri", precisa Toledo. 

La stessa preoccupazione è condivisa da Lima: "Se il Brasile si ritira dall’Accordo di Parigi, ci sarebbero gravi conseguenze per il Paese. In più, la salvaguardia del pianeta subirebbe una grossa battuta d’arresto a livello locale e globale. Il Brasile perderebbe anche il suo status di fondamentale attore nel panorama internazionale e nelle negoziazioni dell’UNFCCC e della Conferenza delle Parti. Il Paese diventerebbe una minaccia mondiale, perché le sue politiche rappresenterebbe un serio rischio per l’Amazzonia. Nello specifico, Bolsonaro vuole rafforzare ulteriormente il giro economico legato all’agricoltura e all’allevamento, ossia ad attività che mangiano voracemente il terreno amazzonico. Ciò significa deforestazione e aumento dei livelli atmosferici di diossido di carbonio e metano, i principali gas serra."


Quando gli elettori della quarta più grande democrazia al mondo andranno alle urne il prossimo ottobre, avranno nelle loro mani il destino del loro Paese e del Pianeta. Una vittoria di Bolsonaro comprometterebbe le opportunità sociali, democratiche e ambientaliste del Brasile in modo devastante e influenzerebbe notevolmente quelle mondiali.


Sam Goodman
Foto in copertina: foto di una manifestazione #Elenao organizzata dalle donne brasiliane contro Jair Bolsonaro


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