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12/09/2019, 11:49

Geopolitica, Accordi di Parigi, cambiamento climatico, COP, energia rinnovabile, carbone, land grabbing, Stati Uniti



Clima-e-Cina-al-Festival-Oriente-Occidente


 Il Festival Oriente Occidente di Rovereto vuole costruire ponti tra Est e Ovest del mondo. L’intervento di Giulio Cuscito, giornalista e studioso della Cina, è stato un modo brillante per far luce sul rapporto del colosso asiatico con l’ambiente.



Il Festival Oriente Occidente è nato nel 1981 a Rovereto e raggiunge quest’anno la sua 39° edizione. Fin dalla sua nascita, è stato un Festival di ricerca e tendenza dove Oriente e Occidente rappresentano poli di un percorso di scambi e incroci tra culture. È uno dei più importanti Festival europei di danza contemporanea e di teatrodanza. Negli anni ha ospitato, attraverso apposite produzioni e prime europee e nazionali, compagnie e artisti tra i più importanti e significativi della scena della danza internazionale. Obiettivo del Festival è stato da sempre quello di mettere in luce le influenze esercitate nel corso del Novecento dalla tradizione artistica orientale sulla sperimentazione occidentale e viceversa. 

Oriente Occidente è inoltre un “GREEN festival”. Sono molte infatti le iniziative mirate al rispetto dell’ambiente, come l’invito all’utilizzo dell’acqua potabile disponibile in tutte le strutture o l’utilizzo di stampe certificate FSC, PEFC, Ecolabel. L’edizione 2019 è certificata col marchio di qualità ambientale Eco-Eventi Trentino per sottolineare questa volontà ecologica.

Durante il Festival ho avuto la possibilità di partecipare ad una delle conferenze organizzate per approfondire il tema dell’economia sostenibile. La conferenza, intitolata “La Cina, il tema del cambiamento climatico e la riconversione energetica”, ha approfondito il rapporto tra Cina e cambiamenti climatici. Durante l’evento Giorgio Cuscito ha spiegato come il tema del riscaldamento globale in questo paese emergente sia dipendente da interessi sociali ed economici.

Cuscito è consigliere redazionale di Limes, per il cui sito è curatore del Bollettino Imperia, è analista e studioso di geopolitica cinese. A conferenza conclusa ho avuto la possibilità di intervistarlo per sapere di più su alcuni degli argomenti che toccano maggiormente la Cina in questo momento.


Vorrei chiedere il suo parere sul tema del cambiamento climatico in Cina. Quali politiche di adattamento e mitigazione sono state adottate in Cina? 

Il piano della Cina per contrastare l’inquinamento prevede diverse misure. Innanzitutto, la riduzione dell’uso del carbone, che oggi rappresenta il 60% del fabbisogno energetico del Paese. Si punta a sostituire la fonte fossile con petrolio e gas naturale, politica che determinerà un aumento delle importazioni almeno di idrocarburi da Africa e Medio Oriente. Accanto a queste due, il colosso orientale intende utilizzare anche fonti rinnovabili, soprattutto la solare e l’eolica. Il governo promuoverà inoltre una massiccia introduzione di auto e mezzi pubblici elettrici e il miglioramento dell’efficienza agricola con l’applicazione di intelligenza artificiale e innovazioni tecnologiche a processi e macchine, con lo scopo poi di danneggiare meno il terreno. Infine, la Cina vuole riforestare.  

Allo stesso tempo, però, le è necessario un miglioramento dei parametri di monitoraggio dell’inquinamento. Fino a poco tempo fa questi parametri, spesso, non corrispondevano alla realtà: i fenomeni di corruzione a livello locale non consentivano un’analisi trasparente dei livelli di inquinamento. Sebbene il piano adottato per migliorare la situazione stia portando qualche risultato, la lotta all’inquinamento non è ancora vinta.


Parliamo ora di land grabbing in Africa. Secondo lei, c’è un collegamento fra il consistente investimento della Cina e il disboscamento in Africa? 

Sì, c’è un collegamento. La Cina investe fortemente nei Paesi africani, non solo per acquisire terreni  ma anche per estrarre petrolio e minerali a buon prezzo, perché le risorse minerarie servono per la lavorazione di prodotti tecnologici. In cambio, la Cina costruisce strade, edifici, ferrovie, infrastrutture che fondamentalmente servono ai Paesi africani per crescere. Queste attività, chiaramente, hanno però un prezzo per l’ambiente.


La delocalizzazione delle aziende europee in Cina contribuisce in qualche modo alle politiche climatiche del paese? Negativamente o positivamente?

L’attività di contrasto all’inquinamento è fortemente guidata dal governo. Non c’è molto spazio per le attività delle imprese private. Il margine che hanno le imprese è sempre nel solco di quello che decide il governo. È una politica promossa e guidata da Pechino che segue parametri molto precisi. La delocalizzazione delle fabbriche europee tuttavia non è l’aspetto più rilevante. Il problema sono le grandi fabbriche cinesi. Le imprese statali producono grandi quantità di acciaio.


Il fatto che il mondo occidentale compri molti prodotti esportati dalla Cina influisce sulle sue politiche climatiche? In che modo?

Influisce sicuramente perché la Cina è un Paese che esporta tantissimo ed esportare significa diventare la “fabbrica del mondo”. Questo ha incrementato sicuramente l’attività delle imprese. Però è proprio l’aver esportato per anni che ha permesso la crescita del paese. La Cina è stata per tantissimi anni un paese guidato dalle esportazioni. 

Anche ora, nel duello con gli Stati Uniti, la Cina si trova a dover ridurre la sua dipendenza dalle importazioni americane. Se il mio principale acquirente diventa il mio principale nemico, non è più possibile dipendere da lui. È necessario alimentare l’economia autonomamente e quindi alimentare il consumo interno del Paese.


Nonostante la situazione molto complessa, crede ci sia un qualche collegamento con i cambiamenti climatici alla base della guerra sui dazi fra Cina e Stati Uniti? 

Non è strettamente collegato, ma il fatto che gli Stati Uniti si siano ritirati dall’Accordo preso durante la COP21 di Parigi, a differenza della Cina, rivela un certo legame fra le due questioni. La Cina ha un interesse effettivo a contrastare il cambiamento climatico perché deve risolvere il problema in casa sua. È pur vero che il Paese utilizza questo argomento anche come elemento per dialogare con gli altri Stati, per migliorare la propria immagine all’estero. Vuole mostrarsi responsabile nei confronti dell’ambiente e questo gli serve anche per competere con gli Stati Uniti.


Vorrei farle ora una domanda in riferimento ad un argomento discusso durante la conferenza di oggi, ovvero l’aumento della richiesta di prodotti proteici come carne e latticini in Cina. Crede che la Cina abbia pensato all’impatto che questo cambiamento di abitudini alimentari potrà avere sul clima e sull’ambiente?

La Cina cerca di far fronte al problema guardando alle tecnologie già impiegate in luoghi che hanno già quel tipo di abitudini alimentari. L’obiettivo è sfruttare la terra, lavorare nel campo caseario e altro come fanno già gli altri. Generalmente, a loro basta fare degli investimenti in piccole aziende specializzate per poter imparare di più sulle loro tecnologie e poi poterle applicare nelle proprie aziende in patria. 

Un’altra cosa interessante è che il cambio di alimentazione sta facendo aumentare il numero di obesi. Assieme alle abitudini alimentari deve cambiare anche l’attitudine all’attività fisica. Sicuramente lo sport è importante per i cinesi, però tutti conducono attività piuttosto individuali. Se vogliamo perciò c’è una forte connessione diretta fra ambiente, abitudini alimentari ed attività fisica: è tutto un ciclo.


Riguardo al binomio Oriente-Occidente del Festival, cosa pensa del rapporto fra la nostra cultura e quella asiatica? Per esempio, personalmente a scuola ho osservato come molte materie si concentrino più sulla cultura occidentale che sull’incontro con l’Oriente. A Storia, spesso, la Cina viene accennata, ma non si riesce mai ad approfondire l’argomento, nonostante questi due mondi siano strettamente legati.

Tendenzialmente conosciamo poco dell’Oriente, perché evidentemente nella nostra istruzione non gli dedichiamo abbastanza attenzione. È un problema, perché nei prossimi anni i Paesi che cresceranno maggiormente saranno quelli asiatici come la Cina, ma non solo. La proiezione dei Paesi occidentali sarà sempre più diretta verso l’Oriente. Quindi è importante capire la loro cultura, perché è profondamente diversa dalla nostra, e la conoscenza dell’elemento culturale è propedeutica per tutto il resto, serve a capire come loro ragionano a livello politico, economico e sociale. Perché, se non si conosce il substrato culturale da cui gli orientali provengono, non potremo capire come siamo da loro percepiti.  

Per farti un esempio, la Cina è stata colonizzata per molti anni dalle potenze occidentali (Francia, Germania, Regno Unito, anche l’Italia aveva delle colonie in Cina) quando era in una fase di decadenza, una volta smesso di essere un impero. La Cina chiama quel periodo, fra le guerre dell’oppio e la fondazione della Repubblica Popolare, il secolo dell’umiliazione: le nostre invasioni sono state un’umiliazione per i cinesi ed è per questo che oggi parlano di risorgimento della nazione. Cosa significa risorgimento? Significa risollevarsi da quel periodo di umiliazione, i cinesi vivono un profondo senso di rivincita ora, vogliono tornare ad essere al centro del mondo perché loro da sempre si sono percepiti al centro del mondo. Restando all’oscuro di queste cose non riusciamo a capire la loro prospettiva e se non riusciamo a capirla, non sappiamo neanche come comportarci.


Per concludere, può consigliare a noi giovani una lettura o un film per approfondire quanto discusso con Lei ora? 

Su Limes c’è una lettura che si chiama “Che cos’è la Geopolitica?” di Yves Lacoste. Una lettura molto utile, secondo me, perché è un’introduzione molto buona alla geopolitica. Potete trovare la copia gratuita sul sito online di Limes.


Il Festival si è concluso dopo undici giorni di spettacoli, performance urbane, arte, conferenze e approfondimenti in un’atmosfera di festa che ha contagiato la città di Rovereto. Sono state coinvolte 21 di compagnie estere (Francia, Repubblica Ceca, Ungheria, Belgio, Norvegia, Finlandia, Regno Unito, Cina, Corea del Sud) e 10 compagnie italiane. Oltre agli spettacoli, sono stati organizzati anche 20 appuntamenti tra incontri e conferenze, 6 stage e workshop per amatori, professionisti e semi-professionisti con artisti internazionali. In totale, sono state raggiunte circa 13mila persone. Ringrazio l’Ufficio Stampa del Festival che è stato molto disponibile e ha accordato questa interessante intervista. 

Se questo articolo ha acceso in voi la curiosità sull’argomento vi suggerisco di consultare uno degli articoli di Giorgio Cuscito, disponibile su Limes: “Il clima di Pechino non dipende dall’accordo di Parigi”.



Lisa Anzelini

Fotografia: Giulia Gai



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