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01/05/2016, 14:33



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 "Faccio questa strada due volte al giorno, dal campo al porto e dal porto al campo". S. è un sudanese di 16 anni che abita in quella che viene chiamata la Jungle di Calais, insieme a Idomeni, il più grande campo migranti d’Europa situato a nord-est d



"Faccio questa strada due volte al giorno, dal campo al porto e dal porto al campo". S. è un sudanese di 16 anni che abita in quella che viene chiamata la Jungle di Calais, insieme a Idomeni, il più grande campo migranti d’Europa situato a nord-est della piccola città portuale che collega la Francia e l’Inghilterra. Il campo ospita ad oggi circa 5000 persone, la maggior parte ragazzi tra i 15 e i 25 anni provenienti da Afghanistan, Kurdistan, Eritrea, Pakistan, Iraq, Sudan, Egitto, e altri Paesi dell’Africa, giunti lì tutti con lo stesso obiettivo: raggiungere il Regno Unito per ricongiungersi a qualche familiare o semplicemente costruirsi un’esistenza migliore in un Paese di cui conoscono la lingua. Ma le politiche di David Cameron in fatto di immigrazione sono abbastanza eloquenti: paghiamo piuttosto 22 milioni di euro a Parigi per rafforzare i controlli a Calais, ma i migranti ve li tenete al di là della Manica. 

I quattro chilometri che collegano il porto al campo, che percorriamo in compagnia di S. e di alcuni suoi amici, sono gli stessi che ogni giorno decine di uomini e ragazzi, intrappolati in questo lembo di terra francese, percorrono nella speranza di riuscire a saltare su uno dei tanti tir diretti in Inghilterra. Jumpers li chiamano. S. e i suoi amici stanno ritornando al campo dopo l’ennesimo tentativo fallito. «Qualche tempo fa riuscire a passare era più facile, c’erano meno controlli, adesso è tutto militarizzato» ci dice Simon, attivista No Borders e insegnante di inglese ai migranti ritornato per qualche giorno a Calais. Facendo un giro in macchina lungo la strada che porta dal centro città alla Jungle non si può non notare la presenza di camionette e militari lungo tutto il perimetro di quella che inizialmente pensavamo essere un’area militare, rivelatasi poi il porto di Calais. Doppia recinzione, telecamere, militari ad ogni angolo e filo spinato. Ciò nonostante gli abitanti della Jungle resistono e ogni giorno per alcuni di loro potrebbe essere quello buono.

Ma la vita di attesa nella Jungle non è facile, soprattutto dopo la distruzione avvenuta lo scorso febbraio ad opera delle forze dell’ordine della parte sud del campo, quella più popolata. L’intenzione del Governo francese è quella di smantellare l’intera area. Nel frattempo le 3000 persone allontanate con la forza si sono spostate 100  metri più a nord, restringendo ancor di più i pochi spazi a disposizione. Altri - in pochi ci dicono alcuni volontari - accettano di salire sugli autobus, che partono ogni giorno da Calais, per essere trasferiti nei Centri di Accoglienza e Orientamento (CAO), presenti in tutta la Francia. 

I. un uomo indiano arrivato sei mesi fa a Calais nella speranza di ricongiungersi alla figlia che vive nel Regno Unito, ci racconta dello smantellamento: «ritornando a "casa" ho trovato i bulldozer intenti a demolire la mia abitazione. Senza preavviso, non mi hanno dato neanche il tempo di raccogliere le mie cose». I. è adesso bloccato nel campo a causa di una ferita alla gamba procuratosi durante l’ultimo tentativo di fuga, saltando da un tir per sfuggire ai controlli della polizia.

Storie come quelle di I. e S. la Jungle è piena, ma non tutti sono ben disposti a raccontarle. Un senso di diffidenza negli sguardi che incrociamo si mescola al senso di accoglienza che si riserva ad un turista. E la sensazione è proprio quella di essere un turista a disagio.  Dopo qualche ora passata a girovagare per le vie del campo, nonostante le condizioni estremamente proibitive, sopraggiunge però un senso di normalità. Tutti ti salutano, c’è chi ti invita a mangiare nella sua tenda, chi ad entrare nel suo "negozio", chi ti offre un bicchiere di zuccheratissimo tè. La Jungle è davvero un lieu de vie come recitano le scritte sui teli di quasi tutte le baracche. 

Il viale principale della parte di campo risparmiata dai bulldozer la si potrebbe immaginare come la via commerciale più importante di una città. Le baracche più grandi sono adibite a ristoranti, si va dalla cucina afghana a quella indiana, con all’interno grandi tappeti su cui ci si siede scalzi. Altre baracche più piccole fungono da bar, caffè, shop di vario genere, barbieri e persino librerie. L’unica differenza è che sulle vetrine di negozi e ristoranti al posto di prezzi e menù si trovano messaggi di libertà e speranza. 

Nel nostro giro ci accompagna Maya, membro attivo dell’associazione locale di volontariato L’Auberge des Migrants  che si occupa della distribuzione di vestiti e generi alimentari.  Nel campo Maya conosce tutti, viene fermata di continuo da persone che la salutano o che hanno qualcosa da chiederle. È una persona che infonde serenità ma anche grande determinazione, con due grandi occhi azzurri e un telefono in mano che squilla di continuo. Ci porta su una collinetta di sabbia da cui è possibile vedere l’estensione del campo. Davanti i nostri occhi si apre una distesa di tende e baracche quasi galleggianti su una melma di fango e rifiuti. All’orizzonte la recinzione di filo spinato. Alla nostra destra svettano invece decine di container di un bianco accecante accatastati l’uno sull’altro. Si tratta del centro accoglienza costruito dal governo francese, costato 18 milioni di euro. «Dentro sono anche riscaldati» ironizza Maya. Quest’area interamente recintata, costruita nel mezzo della Jungle, è a tutti gli effetti una prigione. L’accesso è consentito ai migranti solo tramite un meccanismo di riconoscimento della misura del palmo della mano. I volontari non possono entrare. Non c’è nient’altro all’interno che container bianchi da 12 letti ciascuno per un totale di 1500 posti. Sono pochi quelli che hanno deciso di usufruirne, ogni forma di socializzazione e vita comunitaria lì dentro è praticamente inesistente. 

A pochi metri dai container si scorge un altro "quartiere", quello delle famiglie che vivono dentro i caravan. È qui che si concentra la parte femminile della popolazione della Jungle. Le donne rappresentano solo il 5 %. 500 sono invece i minori di cui 200 non accompagnati, per lo più ragazzini tra i 14 e i 17 anni, ma anche qualche bambino di 6.  Tra i minori che si contano nella Jungle c’è anche chi ha visto la luce nel campo stesso.

Alcuni volontari, dopo la distruzione della parte sud, hanno riproposto uno spazio dedicato a donne e bambini nel lato nord: un autobus vintage a due piani che il sabato diventa il centro di bellezza del campo. "Il beauty day", come lo chiamano i volontari, è un momento che è stato fortemente voluto dalle donne della Jungle in cui per qualche ora ci si dedica alla cura del corpo con massaggi e manicure.

Scopriamo però che l’uso di alcuni spazi del campo non è sempre così libero e spontaneo. Un volontario, che preferisce non essere citato, ci racconta di come le capanne usate per la vendita di prodotti o alimenti, i ristoranti, ed altri spazi commerciali vengano gestiti da alcune etnie che ne detengono il controllo. Come confermano anche altri abitanti del campo, sarebbero i pashtun a farsi pagare per la concessione di questi spazi-capanne. 

Durante il weekend il campo si popola di volontari, sono molte le associazioni e organizzazioni locali e internazionali che portano aiuti ai rifugiati. Oltre la già citata Auberge des Migrants, operano nel campo Help RefugeesCare4CalaisMedici Senza FrontiereJersey Calais Refugee Aid Group (JCRAG)SalamLa Vie Active e tante altre. La Vie Active, in particolare, gestisce il centro di accoglienza diurno Jules Ferry, adiacente il campo e si occupa, tra le altre cose, della distribuzione dei generi di prima necessità e del servizio docce. Lascia però molto esterrefatti scoprire, dopo una semplice ricerca su internet, che Jules Ferry fu un convintissimo propulsore della politica colonialista e imperialista francese in Africa del XIX secolo.

Dentro il campo è presente anche un centro legale gestito da avvocati e giuristi che offrono il loro supporto tecnico per dare informazioni adeguate riguardo la richiesta dei documenti. Carlos, un avvocato che si occupa di assistenza legale per i minori, comunica ad un ragazzino di circa 13 anni che è riuscito ad ottenere per lui le carte che gli permetteranno di entrare legalmente nel Regno Unito. Un evento normale che ha tutto il sapore dell’eccezionalità visto che ci troviamo nella Jungle di Calais. Sembra infatti che episodi come questo non siano molto frequenti, persino per i minori non accompagnati risulta molto difficile riuscire ad ottenere un visto per l’Inghilterra.

«Non sappiamo quando, se tra due mesi o meno, ma il Governo ci ha fatto capire che la Jungle verrà distrutta in toto, probabilmente senza preavviso» sono le ultime parole con cui ci saluta Maya. E con questa incertezza più di 5000 persone continuano a sopravvivere in attesa che l’Europa risolva non la crisi umanitaria ma la sua crisi d’umanità. 
12/12/2015, 20:00



Da-Parigi,-uno-storico-Accordo-sul-Clima


 Per la prima volta viene approvato un accordo globale sul clima che riunisce attorno a sé tutti i Paesi del mondo nell’affrontare il riscaldamento globale



Il 12 dicembre 2015 si è scritta una pagina di storia. Per la prima volta viene approvato un accordo globale sul clima che riunisce attorno a sé tutti i Paesi del mondo nell’affrontare il riscaldamento globale e le problematiche che stanno colpendo soprattutto i paesi più poveri e vulnerabili. 

Non è un accordo perfetto, non è ambizioso come si chiedeva, non è vincolante come si sperava, ma segna senza dubbio una svolta verso un mondo che può e deve liberarsi dall’era dei combustibili fossili."Una cosa sembra sempre impossibile finché viene realizzata": la frase dell’ex presidente sudafricano Nelson Mandela, che è stata per diverse volte rievocata durante la Conferenza ONU sul Clima a Parigi, è stata ripresa ancora una volta dal presidente della COP21, il ministro francese Laurent Fabius durante l’annuncio dell’ultima bozza del documento. Per Fabius, in questo 12 dicembre i negoziatori sono arrivati ad un "accordo ambizioso e equilibrato, giusto e dinamico". A dargli supporto davanti alla plenaria c’erano anche il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon e il presidente francese François Hollande. "Siamo davanti a un testo storico", ha aggiunto Ban Ki-moon. 

"Questo è il primo accordo universale sul clima", annuncia il presidente francese François Hollande. "Saremo giudicati per un testo non per una parola, non per il lavoro di un giorno ma per un accordo che vale per un secolo". Ma a sentire la voce che arriva da diverse piazze di Parigi durante le manifestazioni organizzate dalla società civile è proprio sulle parole che si gioca la vera partita. I manifestanti sono poco naif e altrettanto poco speranzosi che questo accordo cambierà le cose, poiché dietro alle parole del testo stanno gli interessi dei poteri forti del Pianeta. Del resto lo stesso Fabius ha parlato di "un testo che rappresenta il miglior equilibrio possibile in questo momento", il che non può che evidenziare che si tratta di un compromesso inevitabilmente al ribasso rispetto alle aspettative.

Se firmato e ratificato dai 195 Paesi presenti alla Conferenza tra aprile del 2016 e aprile del 2017, il documento rappresenta un marco storico, sostituendo il Protocollo di Kyoto, del 1997. L’Accordo entrerà in vigore dal 2020 se sarà ratificato da almeno 55 Parti che devono rappresentare almeno il 55% del totale delle emissioni dei gas serra a livello globale. Per la prima volta dovrà valere sia per paesi più sviluppati che in via di sviluppo in base al principio di equità e di responsabilità comune delle Parti seppur differenziata in funzione delle circostanze nazionali.

Nell’Accordo di 31 pagine è racchiuso un delicato equilibrio tra gli interessi e le proposte delle 195 nazioni parti della convenzione. Nel lungo preambolo sono raccolte importanti considerazioni di principio, come la priorità di garantire la sicurezza alimentare e la lotta alla fame, il rispetto ai diritti umani, il diritto alla salute, i diritti dei popoli indigeni, delle comunità locali, dei migranti, dei bambini, delle persone con disabilità così come l’eguaglianza di genere, l’empowerment delle donne e l’equità intergenerazionale.

Ma quali sono i principali punti su cui c’è stato consenso?  Prima di tutto, l’Accordo propone di limitare l’aumento della temperatura "bene al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli pre-industriali" e di fare "sforzi per limitare l’aumento a 1,5 C° "(...) riconoscendo quindi che ciò ridurrebbe significativamente i rischi e gli impatti previsti. Naturalmente si tratta di un compromesso rispetto alla richiesta dei Paesi più vulnerabili e dei rappresentanti della società civile di inserire subito il limite di 1,5°C ma va riconosciuto che il limite più restrittivo viene comunque incluso nell’Accordo seppur solo come obiettivo verso cui indirizzare gli sforzi.Il punto chiave tuttavia è come si intende contenere il riscaldamento globale e quindi come si intende agire sulle politiche di mitigazione. 

Nell’Accordo si dice che "al fine di raggiungere l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura entro il limite stabilito, le Parti mirano a raggiungere un picco globale delle emissioni di gas serra nel più breve tempo possibile, riconoscendo tuttavia che ci vorrà più tempo per i Paesi in via di sviluppo, per poi intraprendere un percorso rapido di riduzione in modo da raggiungere un equilibrio tra le emissioni di origine antropica e la capacità di assorbimento nella seconda metà di questo secolo". Non ci sono quindi precisi riferimenti né rispetto alle percentuali di riduzione né rispetto ai tempi entro cui devono essere realizzati gli impegni se non rimandando ad un generico obiettivo a "metà secolo" entro cui arrivare di fatto ad una stabilizzazione.Il punto di partenza degli impegni di mitigazione sono i contributi nazionali, Intended Nationally Determined Contributions (INDCs), già espressi dalle Parti e che sono elemento fondante dell’accordo anche per il futuro. Tuttavia questi contributi nazionali fino ad oggi dichiarati consentirebbero, secondo stime già disponibili, un aumento delle temperature di circa 2,7-3,5 °C entro il 2100 rispetto all’era pre-industriale. Sono quindi palesemente insufficienti ma l’Accordo su questo non si esprime se non richiamando l’impegno e la responsabilità volontaria delle Parti di esprimere proposte di contributo nazionale più ambiziose e da revisionare ogni cinque anni.

L’Accordo prevede che le azioni di mitigazione e di adattamento ai cambiamenti climatici vengano finanziate attraverso fondi messi a disposizione dagli Stati sviluppati. Si partirà da una quota minima di 100 miliardi di dollari annuali: già questa è una dichiarazione molto ambiziosa considerando che al momento il fondo si attesta a solo 10,5 miliardi di dollari. Tuttavia non risulta chiaro dal documento l’anno a partire dal quale questi fondi dovranno essere versati. La questione chiave è riuscire ad eliminare e impegnare diversamente i finanziamenti e sussidi ai combustibili fossili tutt’ora esistenti, che insieme vanno a contribuire per 470 miliardi di dollari all’anno. Un’altra strategia sarebbe quella di imporre una tassa sulle transazioni finanziarie che vada a colpire le azioni di speculazione dunque e favorire la distribuzione delle risorse tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. 

Una delle questioni sulle quali si è proceduto a rilento durante i negoziati è stata quella di "Loss and damage" (L&D), relativa alle perdite e danni residuali che si verificano nei paesi più vulnerabili al netto delle azioni di adattamento e mitigazione. Le piccole isole in via di sviluppo, principali promotrici dell’inclusione di L&D come un articolo a sé (e non come parte dell’adattamento), portano a casa una vittoria importante. L’articolo 8 su L&D manca tuttavia di alcune richieste dei paesi in via di sviluppo, come la costituzione di un meccanismo ad hoc per gestire il fenomeno dei migranti climatici. Inoltre, nella decisione relativa all’articolo, si specifica che quest’ultimo non potrà essere utilizzato come base giuridica per far valere richieste di compensazione per i danni derivanti dai cambiamenti climatici e dei quali i paesi industrializzati sono storicamente responsabili. Una postilla esplicitamente richiesta dagli Stati Uniti, e alla quale i paesi in via di sviluppo potrebbero aver ceduto per vedere l’obiettivo dei 1.5 °C menzionato nell’accordo. Molti sono i punti ancora da approfondire e chiarire rispetto a quanto espresso nel nuovo accordo e senza dubbio molta è la strada da fare e l’attenzione che dovrà essere posta perchè gli obiettivi dichiarati possano essere concretamente perseguiti ma è chiara la consapevolezza che già da oggi inizia una nuova tappa per l’umanità. 

Cristina Dalla Torre, Elisa Calliari, Paulo Lima e Roberto Barbiero
05/01/2015, 17:19



I-principali-risultati-della-COP20-di-Lima-


 Una sintesi degli elementi fondamentali emersi nel documento conclusivo della Conferenza



I lavori della COP20 di Lima si sono chiusi con l’approvazione del "Lima Call for Climate Action" un documento che esprime di fatto un appello sulle azioni da intraprendere e traccia le tappe dei prossimi mesi in vista dell’obbiettivo già prefissato di approvare definitivamente un nuovo accordo sul clima a Parigi in occasione della Conferenza del 2015 (COP 21) che tuttavia entrerà in vigore solo a partire dal 2020.

Un timido passo avanti per molti commentatori, troppo poco e poco coraggioso per tanti altri. Le ragioni sono probabilmente da entrambe le parti. Di positivo c’è la consapevolezza da parte di tutti i Paesi della necessità e convenienza di giungere ad un accordo sul clima nonostante siano ancora forti le divergenze riscontrate anche durante la conferenza di Lima. Dall’altra parte viene criticata la lentezza di un processo che rimanda ogni possibile azione concreta rivolta a tagliare le emissioni dei gas serra restando pressoché indifferente agli appelli del mondo scientifico sull’urgenza di agire per limitare gli impatti dei cambiamenti climatici attesi.

L’obiettivo finale dovrebbe essere quello di contenere il riscaldamento globale entro i 2°C rispetto all’epoca pre-industriale che consentirebbe di limitare le sue conseguenze in termini di impatti sul pianeta. Tale obiettivo implicherebbe necessariamente di contenere le concentrazioni di gas serra entro limiti stimati e quindi di stabilire una riduzione delle emissioni di gas serra che dovrebbe vedere un impegno differenziato dei singoli Stati in quote di riduzione che vanno negoziate e che sono attualmente all’origine degli attriti tra Stati con interessi diversi.

Molto forte è apparsa inoltre la critica della società civile che pur presente a Lima con una folta rappresentanza di associazioni, organizzazione non governative e movimenti, è stata poco ascoltata. I principi di solidarietà, giustizia ed equità sono rimasti infatti ai margini delle discussioni più importanti.

La realtà è che il documento finale di Lima non prende una posizione sulle decisioni più difficili per Parigi: non è stata innanzitutto decisa la forma legale per l’accordo 2015. Questioni essenziali come Loss and Damage, finanza, nonchè il contenuto e la natura degli impegni di mitigazione, sono stati relegati alla decisione del prossimo anno.

Ma vediamo in sintesi quali sono i principali elementi emersi nel documento conclusivo di Lima:

1 -  Su forte domanda dei Paesi in via di sviluppo è stato incluso nel testo il principio secondo il quale sia i Paesi sviluppati che i Paesi in via di sviluppo hanno la responsabilità comune di agire per ridurre le emissioni dei gas serra, ma considerando le rispettive diverse capacità finanziarie e infrastrutturali. Nonostante ciò i paesi sviluppati e l’UE non hanno accettato una differenziazione su base storica, poiché la quantità di emissioni di paesi come la Cina ha reso inadeguata l’applicazione di questo criterio.

2 - Al fine di trovare una soluzione allo stallo delle trattative su come procedere alla definizione degli impegni di riduzione dei gas serra è stato introdotto un approccio che invece di stabilire un target globale e definire, a cascata, gli impegni di riduzione dei singoli Paesi, prevede di chiedere ai singoli Stati di proporre volontariamente i propri Piani per la riduzione delle emissioni di gas serra, per poi considerarli tutti insieme e capire a livello mondiale quale gap rimanga da colmare per centrare l’obiettivo globale. Il documento di Lima ribadisce pertanto l’invito a tutte le Parti a comunicare i rispettivi obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni (Intended Nationally Determined Contributions INDCs) entro la fine del mese di marzo 2015, al fine di favorire "la chiarezza, la trasparenza e la comprensione". Le informazioni fornite possono includere informazioni quantificabili, come tempi e/o periodi di attuazione, la portata e la copertura, i processi di pianificazione, i presupposti e gli approcci metodologici, compresi quelli per la stima e la contabilizzazione delle emissioni di gas serra di origine antropica. Tali obiettivi saranno pubblicati sul sito del Segretariato delle Nazioni Unite per il cambiamento climatico (UNFCCC) che preparerà entro il 1 novembre 2015 una relazione di sintesi sull’effetto complessivo dei piani comunicati dalle P

3 - Nel documento è stato inserito come allegato un testo che contiene gli elementi considerati di riferimento per la formulazione di una prima bozza del trattato da negoziare alla COP21 di Parigi. Tale prima bozza sarà resa pubblica entro il mese di maggio 2015.

4 - È stato menzionato nel paragrafo preliminare il meccanismo stabilito a Varsavia nel 2013 del "Loss and Damage", fondamentale per proteggere i paesi in via di sviluppo particolarmente vulnerabili agli effetti negativi dei cambiamenti climatici al fine di ricevere compensazioni Tuttavia questa menzione ha pochissima forza legale poiché non è contenuto nel testo operativo bensì nel preambolo.

5 - Il documento esorta i paesi sviluppati a fornire e mobilitare maggiore sostegno finanziario ai paesi in via di sviluppo per ambiziose azioni di mitigazione e di adattamento. Le risorse raccolte nel cosiddetto Fondo verde per il clima ("Green Climate Fund"), stabilito a Copenhagen nel 2009, per aiutare i paesi poveri a tagliare le loro emissioni di gas serra e ad adattarsi al cambiamento climatico, hanno già superato i 10 miliardi di dollari. La discussione è sembrata tuttavia focalizzata più sul problema dell’entità delle risorse da impegnare che sulle modalità di un loro utilizzo efficace. 

Un percorso quindi che appare ancora molto lungo e difficile per arrivare a raggiungere un accordo vincolante a Parigi ma che tuttavia sembra possibile per il fatto che tutti hanno ormai chiaro che un accordo sul clima sia indispensabile.


Roberto Barbiero, Osservatorio Trentino sul Clima


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