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21/12/2018, 21:20

nuove generazioni, YOUNGO, UNFCCC, COP24, Nazioni Unite, ONU



Ai-posteri-l’ardua-sentenza


 Alla fine, anche i grandi riuniti alla COP24 hanno dovuto ascoltare le nuove generazioni. Alla fine della Conferenza sui Cambiamenti Climatici organizzata dall’ONU a Katowiche, YOUNGO prende la parola e sottolinea che il futuro è dei e per i giovani.



È sabato sera, e si sta per chiudere la COP24.Dopo che il presidente Michal Kurtyka ha letto il documento finale della COP24 e le relative decisioni, intervengono i giovani.Sono gli ultimi a parlare, un po’ per organizzazione e un po’ a rappresentare forse il mood che ha avuto questa COP24. Dopo aver aspettato quasi un giorno in più, aver sperato, aver sofferto la noia di ore interminabili, essersi indignati per conflitti non previsti, i ragazzi da ogni continente fa sentire fanno sentire uniti la propria voce.
"Avreste potuto già salvare il nostro futuro, ma avete deciso di non farlo", tuona Sebastiaan Rood dello European Youth Forum, a nome di Youngo, la rappresentanza giovanile presso la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). "Con la vostra mancanza di ambizione, state mettendo a repentaglio il nostro futuro", continua. "Noi stiamo facendo la nostra parte ed educhiamo i più piccoli a proteggere il pianeta."

Nonostante i risultati "non ambiziosi" di questa COP24, i giovani fanno capire che "il multilateralismo è comunque la miglior soluzione e ci crediamo", aggiunge Syaquil Suhaimi della Malaysia. I ragazzi nel loro discorso accorato cercano di smuovere le coscienze dei leader. Richiedono a gran voce impegni nazionali ambiziosi, che includano il disinvestimento dalle fonti fossili, una tassa sul carbone, trasporti sostenibili e le azioni per finanziare i paesi impoveriti nell’affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici.

"Siamo la prima generazione che subisce gli effetti dei cambiamenti climatici e l’ultima che può fermarlo", grida Sebastian. Syaquil gli fa eco così: "Non lasciate che siamo spacciati".

L’intervento di Youngo colpisce i leader e gli altri membri delle constituency, che si muovono per stringersi le mani. Elisabeth Köstinger, ministro della Sostenibilità e del Turismo dell’Austria, dà il cinque ai giovani con gli occhi un po’ lucidi. Più di una quindicina di giovani leader di diverse organizzazioni si uniscono in un coro che inizia piano ma che cresce dal fondo della sala fino a raggiungere il Presidente polacco della COP24:

"NOI SIAMO INARRESTABILI! UN ALTRO FUTURO E’ POSSIBILE!"
"NOI SIAMO INARRESTABILI! UN ALTRO FUTURO E’ POSSIBILE!"

Ed è così, con l’ultima speranza che scalpita che si chiude la COP24.


Domenico Vito
20/12/2018, 12:47

aran, coseentino, alberone, clima, ambiente, gilet, gialli, scala, conflitto



Gamberi-di-fiume-e-gilet-gialli:-conflitti-di-scala-nascosti-sotto-il-nostro-naso.--
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 Sentendo queste parole ho capito che questa storia non parla di un "bene" contro un "male" , come si è inclini a capire. Il conflitto che ci propone è invece molto più sottile del previsto...



Della storia che vi raccontiamo oggi si sono occupate già molte testate, dal "Messaggero Veneto" a "Repubblica". Ha fatto notizia perché non tutti i giorni un ragazzo di 14 anni, nel 2016, decide di intraprendere un percorso che lo porterà per i successivi due anni e, si presume anche per quelli avvenire, a dedicarsi alla tutela dell’ambiente e alla lotta contro il cambiamento climatico. Aran Cosentino, classe 2002, ci contatta per raccontarci di come, due anni fa, abbia casualmente scoperto un progetto: la costruzione di una centrale idroelettrica alimentata dalle acque del torrente Alberone, che scorre proprio sotto casa sua. Scoperta che ha cambiato la sua vita, rendendolo uno dei fondatori del "Comitato Amici dell’Alberone". Gruppo  che si batte in nome della salvaguardia dell’ecosistema circostante il corso d’acqua. In specifico, dell’areale del gambero di fiume europeo, specie protetta poichè in via d’estinzione e che abita proprio una delle parti del torrente che sarebbero rimaste a secco con la costruzione della centrale idroelettrica.
 

Un’iniziativa molto nobile, un esempio di presa di posizione in età giovanile, di vera cittadinanza attiva, ma che, a mio avviso, racconta molto di più di quanto non si possa vedere superficialmente. Parlando con Aran, ciò che più mi ha colpito è stata una sua semplice frase: "Noi non siamo contro l’energia rinnovabile, ovviamente, sappiamo quanto sia importante uno sviluppo in questo senso per contrastare il cambiamento climatico, ma se un progetto non è ben pensato, per quanto giusto, diventa dannoso". Sentendo queste parole ho capito che questa storia non parla di un "bene" (la società civile che protegge i luoghi in cui abita) contro un "male" (la ditta che vuole realizzare un impianto idroelettrico), come si è inclini a capire. Il conflitto che ci propone è invece molto più sottile del previsto: un conflitto di scala in piena regola.
 

Mi spiego meglio, come abbiamo detto, a livello locale, l’ecosistema della zona dell’Alberone verrebbe danneggiato dai lavori proposti. Ampliando lo sguardo, tuttavia, se la notizia che ci fosse arrivata fosse stata "Nuova centrale idroelettrica in Friuli, altro passo per ridurre l’uso dei combustibili fossili", non sarebbe questo stato motivo di gran vanto e merito, vista l’importanza della lotta contro il cambiamento climatico?
 

Probabilmente senza rendersene conto, Aran, si è trovato in mezzo al principale punto di stallo dell’umanità contemporanea. Il surriscaldamento globale (a livello macro) minaccia la biodiversità (si stima che a causa delle azioni umane, negli ultimi 40 anni siano scomparse il 60% delle popolazioni animali) e le condizioni di vita di numerose popolazioni umane. Un progetto (a livello micro) volto a contrastare il peggioramento di tali condizioni non può non considerare le ripercussioni pratiche che la sua attuazione causerebbe nel contesto di realizzazione. Cioè, se progetti una centrale idroelettrica per ridurre l’uso di combustibili fossili, per contrastare il cambiamento climatico evitando che altre specie animali e vegetali si estinguano, non puoi dimenticarti di valutare se il tuo stesso progetto, una volta realizzato, contribuirà a mettere a rischio un ecosistema.
 

Tuttavia, mi domando, è sempre possibile trovare delle soluzioni che abbiano solo conseguenze positive? E se la risposta fosse no, come valutare quale tra i due "bene" in conflitto sia il migliore? E così, un avvenimento friulano, si può riscoprire fratello di un altro e ben più noto, nonché violento, atto di protesta: quello dei "Gilet Gialli" in Francia. Protesta nata a causa dell’aumento del prezzo del carburante deciso dal governo per contrastare l’uso dei combustibili fossili e che, seppur in termini economici e non ambientali, trae le sue radici da un conflitto di scala. A livello più alto, se chi usa i carburanti derivanti da combustibili fossili paga di più, non solo il loro uso si ridurrà ma il surplus di entrate potrà aiutare i lavori di ricerca contro il cambiamento climatico, tuttavia, a livello più basso, in un contesto di difficoltà economica e crisi generalizzata del lavoro, ridurre la propria disponibilità economica per qualcosa di cui non solo è difficile sentirsi direttamente responsabili ma anzi, di cui addirittura altri stati del mondo non si preoccupano (proprio per motivi economici) è sicuramente percepito come un’ingiustizia. Soprattutto senza che vi sia una vera, comoda e facilmente reperibile alternativa all’uso di carburanti di derivazione fossile.
 

Questo ci dovrebbe insegnare che, quando si parla di temi di tale importanza, semplificare è sempre una scelta pericolosa. L’attenzione di Aran al suo ambiente ha permesso, per ora, di fermare un progetto che nasceva non come qualcosa di "sbagliato" ma sicuramente come qualcosa di ipovedente. Un progetto che, nonostante il giusto scopo, trascurava di prendere in considerazione delle variabili fondamentali per la sua realizzazione corretta. Bisogna imparare a valutare con precisione ogni situazione, nonostante la fretta che il tema impone attualmente, per limitare ogni danno al minimo. La richiesta che ci viene fatta come popolazione globale è grande ma è ciò che serve per evitare di consegnare alle generazioni future un mondo umanamente invivibile. Perché, infondo, come mi dice Aran prima di chiudere la telefonata: "Dobbiamo ricordarci di proteggere la Terra, perché ne facciamo tutti parte" e, aggiungo io, dobbiamo ricordarci che, per farlo, dei sacrifici sono necessari ma  non solo da parte di alcuni.


Rosa Maria Currò
 
 

18/12/2018, 16:01

cop, katowice, polonia



Bilancio-COP24:-Accordi-nel-campo-del-“possibile”-e-poca-volontà-politica


 Dopo due settimane di faticosi negoziati, la Conferenza ONU sul Clima (COP24) si è ufficialmente chiusa domenica scorsa, 16 dicembre, con un entusiasmo sul quale pochi avrebbero scommesso solo qualche giorno prima.



Dopo due settimane di faticosi negoziati, la Conferenza ONU sul Clima (COP24) si è ufficialmente chiusa domenica scorsa, 16 dicembre, con un entusiasmo sul quale pochi avrebbero scommesso solo qualche giorno prima. Un entusiasmo che ha portato ad una standing ovation dei rappresentanti dei quasi 200 governi riuniti a Katowice (Polonia) e ad un poco istituzionale salto del presidente Michal Kurtyka dal tavolo della plenaria. Motivo di tanta esaltazione è l’adozione del cosiddetto "Libro delle Regole" (Rulebook) dell’Accordo di Parigi che comprende l’insieme di meccanismi tecnici che lo renderanno operativo a partire dal 2020.

L’Accordo di Parigi si basa sui "Contributi Nazionalmente Determinati" (NDCs nell’acronimo inglese), ossia sui piani climatici che ogni Stato è chiamato a implementare dal 2020. L’obiettivo è di raggiungere un picco globale delle emissioni di gas serra nel più breve tempo possibile per poi intraprendere un percorso rapido di riduzione necessario a contenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2°C, rispetto ai livelli pre-industriali, e di fare gli sforzi per limitare l’aumento a 1,5°C.

L’Accordo pone in essere una struttura istituzionale che dovrebbe supportare e monitorare questo processo. Il cuore di questo meccanismo è il "Transparency Framework" che descrive come, quanto spesso e con che grado di dettaglio gli stati debbano rendere conto dei propri sforzi in termini di mitigazione, adattamento e finanza climatica. Il punto più controverso ha riguardato una possibile differenziazione dello sforzo di rendicontazione tra paesi sviluppati ed in via di sviluppo. È stata trovata compromesso, per il quale vengono stabiliti dei criteri comuni lasciando però un margine di flessibilità per i paesi in via di sviluppo che abbiano capacità limitate.

Rispetto alla finanza climatica, un tema tradizionalmente controverso alle COP, è stato definito il processo per stabilire i nuovi target dal 2025 in poi, a continuazione dell’impegno attuale di mobilizzare 100 miliardi di dollari all’anno dal 2020 per supportare i paesi in via di sviluppo. Il linguaggio usato è, tuttavia, abbastanza vago e non stabilisce indicazioni precise sul tipo di risorse finanziarie per il raggiungimento del target. Maggiore chiarezza è stata invece raggiunta nella definizione di modalità per misurare il progresso nello sviluppo e trasferimento di tecnologia verso i paesi in via di sviluppo. Sono state infine specificate le modalità del Global Stocktake, ossia del meccanismo creato per aumentare l’ambizione delle azioni climatiche degli stati con cadenza quinquennale.

Non è stato invece raggiunto un accordo sui meccanismi di mercato volontari, che permettono agli stati di "vendere" il proprio surplus di azione climatica (es. il fatto di aver mitigato di più rispetto al proprio obiettivo). Il Brasile ha tenuto in ostaggio i negoziati su alcuni dettagli tecnici, motivo per cui la conferenza si è chiusa con un giorno e mezzo di ritardo, e si è quindi deciso di rimandare ogni decisione alla COP25.

È rientrato parzialmente l’allarme che aveva preoccupato l’ostruzione di alcuni Paesi (Stati Uniti, Russia, Arabia e Kuwait) al riconoscimento dell’importanza del Rapporto speciale sugli impatti a 1,5°C del Tavolo Intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC). Con una soluzione intermedia, nel testo finale non si da il "benvenuto" al Rapporto in sé, ma piuttosto al suo completamento tempestivo e si invita tutti i Paesi a farne uso nelle successive discussioni in seno alla Convenzione ONU sul Clima. Pare quindi che non si riesca proprio ad accettare da parte di alcuni Paesi l’appello della comunità scientifica rispetto all’urgenza di agire nella riduzione delle emissioni di gas serra se si vuole sperare di rimanere entro 1,5°C di riscaldamento globale e limitare così gli impatti sulla vita degli esseri umani e sugli ecosistemi. Tanto più che un altro rapporto tecnico, il Global Carbon Project, ha messo in evidenza come le emissioni di gas serra provenienti da combustibili fossili e industria siano tornate ad aumentare nel 2017 e siano in ulteriore probabile aumento per il 2018 del 2,7% circa lanciando pertanto un preoccupante segnale di come la strada intrapresa fosse assolutamente quella sbagliata.

Ci vorrà del tempo per analizzare nel dettaglio la complessa portata dei risultati raggiunti a Katowice. Si tratta indubbiamente di un passo avanti importante e di un buon risultato tecnico aver raggiunto la definizione del Rulebook. Al senso di sollievo per aver portato a casa un risultato dopo stremanti notti di negoziato, si aggiunge però l’amarezza per la mancanza di enfasi sulla necessaria urgenza e ambizione, due parole chiave e molte sentite in questa Conferenza. A Katowice è stato approvato quello che era possibile, e il "possibile" poco aiuterà nella soluzione della crisi climatica. Rappresentando le organizzazioni della società civile nei discorsi finali della Conferenza, il giovane Amalen Sathananthar, di The Artivist Network, è stato chiaro: "Nessuno si aspettava che la COP24 salvasse il mondo, ma ci aspettavamo di più. E noi ci meritavamo di più".

Sulla stessa linea si muove il bilancio del brasiliano Carlos Rittl, dell’Osservatorio del Clima: "Parigi ha definito un patto per limitare il riscaldamento globale e trattare le sue conseguenze. Katowice ha fornito gli strumenti per fare uscire l’Accordo dalla carta. Ma solo la volontà politica può portare velocità all’azione climatica nel grado necessario".

La prossima Conferenza delle Parti (COP25) si terrà nel 2019 in Cile mentre per la COP26 del 2020 il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha presentato ufficialmente la candidatura dell’Italia che si affianca a quella della Gran Bretagna. L’appuntamento del 2020 sarà di straordinaria importanza in quanto è prevista l’entrata in vigore operativa dell’Accordo di Parigi con la prima revisione degli NDCs.


Elisa Calliari, Paulo Lima e Roberto Barbiero
Foto: UNFCCC




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