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Ambiente
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24/06/2019, 16:45

Kenya, WWF, ecologia,



Africa.-A-tutto-biogas
Africa.-A-tutto-biogas


 In Kenya si fanno esperimenti sempre più innovativi e sempre più funzionali alla salvaguardia dell’ambiente. Gli ultimi prevedono l’utilizzo del biogas come fonte energetica per luci e cucine.



Il Kenya è un paese particolarmente attento all’ambiente. A Nairobi ha sede l’Agenzia delle Nazioni Unite UNEP. Il governo del Kenya, tra una miriade di politicanti, ha avuto tra le sue fila Wangari Maathai, già Viceministro all’Ambiente nonché primo Premio Nobel per la Pace donna. Insomma, il paese è un laboratorio a cielo aperto. Ora, grazie alle stufe di biogas finanziate dall’8x1000 della Chiesa Valdese costruite in due altipiani (Laikipia e Nyandarwa) nei pressi del Monte Kenya, è possibile creare energia con zero inquinamento

Ogni famiglia di etnia Kikuyu (la maggior etnia del Kenya che esprime anche il presidente Kenyatta) ma non solo ha, in zona rurale, come minimo 2 vacche in stalla che producono almeno 20 kg di letame al giorno. I contadini lo prelevano e lo miscelano con 20 litri di acqua. Questo composto viene introdotto in una cisterna biodigestore posta sotto terra (se in cemento) o per terra (se in plastica). Il liquame fermenta! Si estrae il giorno stesso il gas in grado di servire appieno un’abitazione e, quindi, la cucina con tanto di fiamma azzurra e la lampada a gas fornendo luce sufficiente per permettere ai giovani di studiare dopo cena o agli adulti di svolgere faccende domestiche mentre le donne cucinano senza più fumo da combustione.

L’impianto può essere di dimensioni maggiori  e, quindi, esteso a più case o baracche che forniranno, ognuna in quota parte, il letame delle proprie mucche o capre o... di produzione umana con un collegamento diretto wc - cisterna. Il letame degassificato è un ottimo concime per l’orto ed ecco realizzata appieno l’economia circolare: letame - gas - fertilizzante - orto - cibo - letame. Lo stato solido si mescola con lo stato liquido dal quale si estrae quello gassoso. 

Il progetto è realizzato da Tree is Life, una cbo (community based organization) della Diocesi di Nyahururu. La minuscola organizzazione opera con l’ong (organizzazione non governativa) delle Acli Trentine denominata Ipsia (Istituto Pace Sviluppo Innovazione Acli) che è presieduta dall’ingegnere ambientale ed esperto in cooperazione internazionale Giuliano Rizzi. Ebbene, Tree is Life e Ipsia avevano vinto in passato diversi premi e riconoscimenti statali grazie alla forte impronta innovativa per l’ambiente e furono addirittura ricevuti da Papa Francesco.

Sin qui a est del Monte Kenya. A nord il carcere di Meru s’è spinto ancora più in là sperimentando un biogas industriale dalle feci delle acque nere del penitenziario. La cosa permette l’illuminazione di tutte le aree comuni del penitenziario oltre al funzionamento di una cucina di dimensioni alberghiere (2.000 persone). In città già gira una battuta: "occhio che il sindaco ti vuole dentro; ha bisogno del tuo intestino per far funzionare il gassificatore!". Quest’ultimo, infatti, battute a parte, funziona proprio come un apparato digerente e nel giro di sole due ore è già in grado di produrre gas. Viene così risparmiata una quantità straordinaria di legname che, a sua volta, assorbe CO2 e produce ossigeno.

Gli stessi impianti sostenuti dalla Chiesa Valdese non vanno solo con le acque nere ma, da poco tempo, anche con gli scarti di cucina. In particolare: arance, avogado e bucce di banana. Triturando il tutto esce un succo ricco di metano che convogliato in una cisterna di plastica sotto serra, al fine di aumentare riscaldamento e conseguente gassificazione, può dare un’eccellente fiamma per cucinare e illuminare.  Così facendo si superano i retaggi culturali, non sempre facili da bypassare, che associano gas ed escrementi e relativa diffidenza che il metano prodotto non vada ad inquinare a sua volta il cibo.

Una tecnologia, quella del biogas, che ha recentemente vinto (giugno 2019) il "WWF youth award"! Una giovane imprenditrice camerunese - Monique Ntumngi - è stata premiata a Mombasa perchè ha fondato un movimento denominato "Ragazze verdi" formando più di 800 donne di 23 comunità diverse con l’installazione di 3000 impianti di biogas. Una vera e propria centrale atomica che ha combinato sviluppo sostenibile ed empowerment femminile.


Fabio Pipinato
21/06/2019, 18:01

magritte, rappresentazione, foucault, pittura, dipinto



L’insanabile-distanza-tra-realtà-e-rappresentazione---Foucault-interpreta-Magritte


 Cogliere la rete di similitudini può aiutare ad avere una visione più elastica e, nel migliore dei casi, a colmare (senza annullare) lo scacco dell’individualità.



Il filosofo con cui Magritte intrattenne più rapporti fu Foucault, che scrisse nel 1973 "Questa non è una pipa", un saggio sul pittore. Con questo scritto Foucault evidenziò alcuni aspetti importanti delle implicazioni figurative e filosofiche nella ricerca artistica di Magritte. È interessante notare che una produzione artistica che viene spesso considerata molto semplice e diretta, nasconda in realtà una visione molto specifica delle cose e della loro interpretazione.

Il bar delle Folies-Bergère, Édouard Manet, 1881-1882

Donna alla finestra, Caspar David Friedrich, 1822

Foucault afferma che il fatto che una figura dipinta somigli a una figura del mondo reale basta perché s’insinui nel gioco della pittura un enunciato banale: "Ciò che vedete è questo". Nel dipinto "Il bar delle Folies-Bergére" di Manet, ad esempio, la rappresentazione è coerente con il titolo, così come in "Donna alla finestra" di Friedrich. In entrambi i quadri i soggetti sono riconoscibili dall’osservatore, che può affermare con certezza che quello che vede è proprio un locale o una donna alla finestra.

Composizione VIII,  Vasilij Kandinskij, 1923 

A infrangere questo automatismo ha provveduto l’arte astratta, alla quale Foucault si riferisce facendo il nome di Kandinskij. I suoi quadri si incentrano non su oggetti del mondo esterno immediatamente riconoscibili, bensì su forme geometriche, linee, macchie, colori, oppure sul gesto stesso dell’esecuzione. In "Composizione VIII" l’osservatore non è sicuro di ciò che vede e può solo fare delle ipotesi su quale sia il vero soggetto della rappresentazione. Kandinskij ha dunque congedato in un gesto sovrano e unico la vecchia equivalenza tra somiglianza e affermazione: ha liberato la pittura dall’una e dall’altra. 

Golconda, Renè Magritte, 1953

Renè Magritte sembra porsi in controtendenza rispetto a innovatori come Kandinskij: la sua pittura sembra, più di ogni altra, legata all’esattezza delle somiglianze.Come potevamo confermare che la donna nel quadro di Friedrich era proprio una donna, ancora più facilmente riconosciamo la natura umana dei soggetti di Golconda, che sembrano ripetuti in serie. 

In realtà Magritte scardina l’equivalenza tra il fatto della somiglianza e l’affermazione di un legame rappresentativo. La pittura di Magritte infatti mantiene solo in apparenza uno stretto rapporto con la mimesi dell’oggetto: il pittore si impegna ad impedire in maniera sistematica la definizione immediata e la visione abitudinaria di quel che viene mostrato nel quadro. Lo scopo è quello di disingannare l’occhio dello spettatore, liberandolo dalla pigrizia di ogni percezione automatica. Magritte raggiunge il suo obiettivo con due espedienti: l’atmosfera misteriosa che caratterizza le sue opere e l’ambiguità dei titoli.L’atmosfera è misteriosa perché il dipinto è allo stesso tempo familiare per le figure che mette in scena e insolito per la giustapposizione di oggetti e ambientazioni. I titoli sono scelti in modo tale che l’osservatore non riesca a collocare i quadri in una regione familiare che l’automatismo del pensiero non mancherebbe di richiamare alla mente. Anche quando sembra esserci corrispondenza tra il titolo e il soggetto del dipinto, altri particolari intervengono a complicare le cose. 

L’arte della conversazione, Renè Magritte, 1963

Lo mostra ad esempio L’arte della conversazione: si riconoscono due minuscoli personaggi intenti forse a conversare, che occupano però un ruolo marginale nel quadro. Il soggetto principale sembra piuttosto essere la parete di blocchi di pietra che s’innalza presso di loro. Alla base della parete, alcuni di questi blocchi formano il vocabolo rêve (sogno). 

La pittura, quindi, non può instaurare rapporti di somiglianza tra segni pittorici e mondo reale. Scrive Magritte: "Le cose non hanno somiglianze tra loro, hanno o non hanno delle similitudini. Spetta soltanto al pensiero di essere somigliante. Esso somiglia essendo ciò che vede, intende o conosce, esso diventa ciò che il mondo gli offre". Si tratta di un passo tratto da una lettera indirizzata a Foucault. In essa Magritte sostiene che non andrebbero confusi i due concetti di somiglianza e similitudine, che il filosofo utilizza indifferentemente in Le parole e le cose (1966).
Con la sua lettera Magritte sembra inserirsi nel dibattito semiotico sull’iconismo che si accese negli anni sessanta e settanta del novecento. Si opponevano iconisti, tra cui Tomàs Maldonado, e iconoclasti, tra cui molti semiologi, come Umberto Eco e Algirdas Greimas. Gli iconoclasti sostenevano la sostanziale naturalità del rapporto di somiglianza tra immagini e oggetti rappresentati, mentre gli iconisti facevano leva sulla componenteculturale e convenzionale di questo rapporto. La somiglianza, fino a Peirce e oltre, è considerata una relazione tra due (o più) oggetti che condividono una proprietà. A riguardo, Umberto Eco metteva in dubbio il concetto di somiglianza e preferiva parlare di regole per la produzione di similarità, avvicinandosi al pensiero di Magritte.

Decalcomania, Renè Magritte, 1966

Magritte riteneva che un’immagine dipinta avesse solo similitudini possibili con aspetti del mondo visibile. Foucault nota che ci sono opere del pittore belga in cui la similitudine viene utilizzata contro la somiglianza. 

Un esempio è Decalcomania: sul lato sinistro c’è un uomo, visto di spalle, mentre osserva un paesaggio; a destra, una tenda rossa dovrebbe occultare per intero tale paesaggio, ma a sorpresa lo rende in parte visibile, perché presenta un ampio ritaglio che corrisponde esattamente alla figura dell’uomo. Questa, afferma il filosofo, è l’opera in cui meglio "... si coglie il privilegio della similitudine sulla somiglianza: questa dà da riconoscere ciò che è ben visibile, mentre la similitudine dà da vedere ciò che gli oggetti riconoscibili, le silhouettes familiari, nascondono, impediscono di vedere."

Concludendo, la pittura di Magritte si fonda su un’insanabile distanza tra realtà e rappresentazione: la realtà è una dimensione che può essere raggiunta solo dal pensiero, mentre la rappresentazione è un mondo a parte, chiuso in una rete di similitudini che possono solo tentare di indagare il mondo (in quanto inconoscibile) ma non possono emularlo. Quello di Magritte non è soltanto un discorso sull’arte, ma sul mondo: la realtà è complessa e nel tentativo di emularla irrompono delle complicanze che non possono essere trascurate.Va sempre considerata la presenza di una distanza, di uno scarto, tra quello che percepiamo e quello che possiamo trasmettere a riguardo. 

L’emulazione (intesa come somiglianza) risulta impossibile: è incomunicabile la nostra visione della realtà nella sua essenza. Cogliere la rete di similitudini può aiutare ad avere una visione più elastica e, nel migliore dei casi, a colmare (senza annullare) lo scacco dell’individualità.

Bibliografia 

Foucault, M., Questa non è una pipa, 1973
Marmo, C., Segni, linguaggi e testi. Semiotica per la comunicazione, 2014


Chiara Taiariol

03/06/2019, 15:44

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Matthias-Canapini:-Raccontare-il-mondo-camminando
Matthias-Canapini:-Raccontare-il-mondo-camminando
Matthias-Canapini:-Raccontare-il-mondo-camminando
Matthias-Canapini:-Raccontare-il-mondo-camminando


 Tiziano Terzani, tempo fa, affermava quanto ogni luogo fosse una miniera d’oro, e diquanto gli incontri e le conoscenze fatte durante il viaggio potessero trasformare anche illuogo più insipido in un meraviglioso teatro di umanità.



Tiziano Terzani, tempo fa, affermava quanto ogni luogo fosse una miniera d’oro, e di quanto gli incontri e le conoscenze fatte durante il viaggio potessero trasformare anche il luogo più insipido, più insignificante, in un meraviglioso teatro di umanità. 

Matthias Canapini, classe 1992, ha fatto tesoro di tali parole, viaggiando dal lontano oriente fino alle aride terre del sud Italia, messe alla prova dalla terra tremante; ha camminato per le violentate terre siriane e irachene, ridotte a colabrodo dai conflitti che da anni ormai le torturano, e riscoperto le storie ormai dimenticate che si celano per le strade di Sarajevo e nei piedi di coloro che intraprendono la rotta balcanica con il cuore gonfio di speranza, ma anche di dolore.
 

Con macchina fotografica e taccuino Matthias Canapini esplora i margini e le zone di confine, spesso disumanizzate e ridotte a fredde percentuali dai media ufficiali. Racconta storie di uomini e di donne che vivono la propria quotidianità in quei luoghi, da noi percepiti così lontani e così diversi, ma che in fondo non lo sono poi così tanto. "Può cambiare la fede, lo stile di vita, le abitudini. Ma la realtà dei fatti è che i luoghi di conflitto, i margini, sono abitati da studenti, fornai, lavoratori. Che sono proprio come noi".   

Il fotoreporter ha deciso di dare voce a quelle persone che difficilmente si sentono parlare, e di raccontare le storie di quei luoghi che, nonostante la fine della guerra, portano ancora le cicatrici delle sofferenze subite. Così, fa da testimone e narratore delle numerose storie che queste terre dimenticate ancora celano e custodiscono. 

Nei suoi libri (il cui ricavato della vendita serve a finanziare progetti di ricostruzione del post-terremoto in centro Italia) "Eurasia express. Cronache dai margini" (2017) , "Il passo dell’acero rosso. Alberi, pecore e macerie"(2018), "Confini, scatti a passo d’uomo" (2019), "Terra e dissenso. Voci in movimento", "Il volto dell’altro" (2016) e "Verso Est" (2016),  Matthias racconta storie lontane, che vengono da oriente, così come storie che nonostante siano più vicine, sono state comunque dimenticate: le storie che vengono dalle terre colpite dai terremoti del centro Italia e le testimonianze della guerra della Bosnia Erzegovina.  

Prossimamente verrà pubblicato da Aras Edizioni il nuovo libro di Matthias Canapini, "L’ovale storto. Ritratto poetico del rugby inclusivo". Un’opera che contiene storie tutte italiane di cui dovremmo essere a conoscenza e andarne fieri. Un viaggio sui campi da rugby italiani, che ci fa conoscere migranti, detenuti e persone con disabilità che hanno trovato nel rugby un meraviglioso strumento di espressione e inclusione sociale. 

La lezione che Matthias ci da nei suoi libri e nelle sue parole, è la necessità di parlare dei confini, non solo attraverso le storie di orrore e ingiustizie, che tendono essere le preferite dai media, ma anche e soprattutto attraverso le storie delle persone che i confini li abitano, e i numerosi esempi di progetti che questi muri stanno cercando di abbatterli. 

La lezione che Matthias ci da nei suoi libri e nelle sue parole, è la necessità di parlare dei confini, non solo attraverso le storie di orrore e ingiustizie, che tendono essere le preferite dai media, ma anche e soprattutto attraverso le storie delle persone che i confini li abitano, e i numerosi esempi di progetti che questi muri stanno cercando di abbatterli. 

Hoavuto occasione di conoscere Matthias a Bolzano, dove era ospite di un evento acura del Centro per la Pace e di fare due chiacchiere con lui, per farmi raccontare della sua vitaavventurosa, dei suoi progetti passati, presenti e futuri.

Raccontami un po’ di te e di che cosa ti occupi esattamente. 


Che cosa combino nella vita? Nella vita provo a raccontare storie, con taccuino e macchina fotografica. Ho iniziato a 19 anni dopo il diploma, quando sono partito per la Bosnia. Inizialmente avevo provato a studiare lingue orientali, ma dopo pochissimo tempo ho capito che non faceva per me. Sentivo una grande voglia di raccontare camminando, ho iniziato così la mia vita nomade. 

Sono partito per la Bosnia, dove ho incominciato a raccogliere le prime storie, soprattutto nelle zone minate attorno a Sarajevo. Volevo vedere cosa fosse rimasto dopo la guerra che è scoppiata l’anno in cui sono nato io, nel 1992. Ne avevo spesso sentito parlare, anche in famiglia, così ho deciso di documentarmi e approfondire la questione. Quello che è seguito in quel viaggio è stato il frutto di circostanze e incontri, che mi hanno portato a viaggiare lungo i Balcani, Turchia, Siria. 

Successivamente ho fatto un viaggio che mi ha portato dalla Cina all’Italia, utilizzando i mezzi pubblici, facendo una piccola eccezione per un aereo che ho preso per raggiungere in tempo una famiglia afgana e percorrere con loro a piedi un tratto della rotta balcanica, fino in Croazia. Sono stato all’estero fino ai 23 anni, quando ho sentito un forte richiamo verso casa, e la necessità di raccontare anche le nostre storie, quelle dei partigiani, del terremoto. Dopotutto tutto è un ciclo, e come vi è il momento di partire, vi è anche quello di tornare. 

Come organizzi i tuoi viaggi? E come decidi le mete? 


Generalmente mi faccio guidare sia da un mio interesse personale, sia dalle occasioni e conoscenze che mi capitano durante i viaggi. Ad esempio nel caso dell’Ucraina e Vietnam me li sono studiati prima. Nel caso invece del viaggio in centro Italia è stato molto di più esplorazione, e vi è da dire che spesso i viaggi più belli sono stati proprio quelli che ho organizzato poco. Molto spesso poi cerco di creare delle reti, con conoscenti, ONG italiane e del posto. Nel caso dell’Iraq mi sono appoggiato ad Emergency e all’associazione Un ponte per. In Mongolia, invece, ho collaborato con una associazione locale, trovata durante il viaggio. Spesso quando si tratta di enti locali è difficile contattarli dall’Italia, perché non hanno siti internet o sono poco aggiornati. 

Generalmente viaggio senza commissioni e non sono pagato per farlo. Questo mi permette di prendermi il tempo di cercare l’incontro con l’altro, senza forzare i tempi o forzare le persone a parlare perché ho una consegna da fare. É importante avere tempo, o meglio, prendersi tempo, perché ti permette di creare empatia. Ti permette di abolire l’idea che gli altri sono "solo gli altri" e cominci a pensare che gli altri in fondo sono come te. E in un contesto del genere come vorrei che l’altro si comportasse con me?   

Aproposito del rispetto dell’altro mi ricordo bene un padre siriano, che stavafuggendo dal paese dove aveva lasciato la famiglia, che alla mia richiesta diraccontarmi la sua storia mi aveva chiesto il perché. Perché lui, avrebbedovuto raccontarmi la sua terrificante storia? Mi ha fatto riflettere molto. 

E la tua famiglia cosa ne pensa dei tuoi viaggi?


Fin da piccolo ho sempre viaggiato con la mia famiglia, infatti i miei primi ricordi legati al viaggio sono proprio legati a loro, ai miei genitori che mettevano in macchina me e i miei due fratelli e ci portavano verso nord, verso la Normandia, Irlanda, Scozia. Erano viaggi spartani, viaggi zingari, dove si viaggiava per campeggi e il contatto con la terra era molto forte. Quando viaggio, inoltre, mi piace pensare di non farlo mai solo, con me ci sono sempre la mia famiglia, i miei amici e tutta la rete di contatti che mano a mano si crea. 

Cosa pensi che sia cambiato ora nel mondo del fotogiornalismo e del viaggio, rispetto ad una volta?


Così d’istinto ti direi la fretta. E il tempo che dedichiamo ad informarci. Al giorno d’oggi i momenti che giornalmente dedichiamo all’informazione sono sempre meno e per questo dev’essere sintetica e immediata. Vedo sempre meno lentezza nel narrare le storie e nel mondo del giornalismo, che inoltre stato fortemente influenzato dal fatto che chiunque può generare informazione, semplicemente avendo a disposizione uno smartphone. Inoltre sono sempre meno gli inviati ufficiali. Vedendo ad esempio i reportage di Internazionale,  sono sempre di più le fotografie scattate da reporter del posto. Inoltre, penso vi sia una grande necessità di fare informazione di qualità e soprattutto neutra, che lasci libertà di pensiero al lettore, aspetto apparentemente semplice ma spesso "dimenticato". 

Qual è stata una delle esperienze che ti è rimasta più impressa durante i viaggi?


Una delle esperienze più drammatiche da me vissute durante i viaggi è stata sicuramente in Vietnam, dove ho appreso che nonostante la guerra fosse finita nel 1975, in un tempo che appare lontano anche ai miei genitori, gli effetti della tragedia sono tutt’ora visibili. Visitando alcuni ospedali del paese mi è stata mostrata l’eredità lasciata dall’agente arancio, una sostanza defoliante a base di diossina, sganciata durante la guerra. Secondo le stime, al giorno d’oggi, 5 milioni di persone sono ancora contaminate da queste sostanze, e i bambini nati con malformazioni dovute alla contaminazione sono innumerevoli. Soltanto nel 2075, ovvero 100 anni dopo la fine della guerra, si pensa termineranno gli effetti e le conseguenze, di un agente occupato per meno di 10 anni.  Avere memoria e diffondere queste informazioni non è un modo per denigrare il paese, sottolineando gli orrori tuttora presenti, ma è una testimonianza che serve a ricordare e ricordarci di dire un grande NO alla guerra!

Ai giovani che hanno voglia di viaggiare e conoscere il mondo, ma hanno un po’ di paura cosa diresti? 


Fate quello che vi rende felice. Tutti abbiamo delle catene, che ci bloccano. Sono le paure, le insicurezze. Quando sono partito mi ricordo che mia madre mi ha detto: "Fregatene delle convenzioni! Rompi i confini, le convenzioni e buttati nel mondo per capire chi sei". Se sogni di fare il contadino e finisci a fare l’impiegato, potrai essere il migliore impiegato del mondo, ma la terra ti mancherà sempre. Il viaggio per me è servito anche a questo. Attraverso i miei diari, i miei scritti, racconto sì gli altri, ma racconto anche me stesso, perché l’incontro con l’altro permette di capire moltissimo anche sul proprio conto. L’invitoche faccio, è dunque questo. Di seguire ciò che si vuole fare. Perché nellavita siamo tutti appesi ad un filo, e se ti deve capitare qualcosa, capiterà,che tu sia qui o dall’altra parte del mondo. 


Roberta Pisani 


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