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08/10/2019, 15:52

displacement, nativi, popoli indigeni, Amazzonia, Bolsonaro, disboscamento, incendi, inquinamento, industria alimentare



LEILA-ROCHA:-LA-VOCE-DEI-GUARANI-A-TRENTO


 Leila Rocha è rappresentante dei Guarani, popolo nativo del Brasile amazzonico. All’inizio di ottobre, è stata a Trento per raccontare la storia della sua gente, in resistenza contro il governo Bolsonaro e i grandi latifondisti.



Il 6 ottobre si è aperto il Sinodo dell’Amazzonia voluto da PapaFrancesco. Quest’assemblea religiosa ha un duplice scopo. Da una parte, capirecome evangelizzare quelle persone spesso dimenticate dalla Chiesa perché vivonoin luoghi poco accessibili della foresta amazzonica. Dall’altra, cercare unavia per applicare un’ "ecologia integrale", ossia per generare un cambiamentoin tutti gli aspetti della vita collettiva e individuale tale da contrastarel’attuale crisi ambientale.  

Un ruolo importante in entrambe le situazioni è affidato alle donne: ilPontefice ha sottolineato più volte come siano le figure femminili ad animarela vita parrocchiale e sociale delle comunità amazzoniche. Va aggiunto, emerita di essere sottolineato, che molte delle più importanti lotte perla salvaguardia della maggiore risorsa ecologica della Terra e la difesa deipopoli che in essa vivono sono affidate alle donne, che mettono in questo giocoperverso tutte le loro energie fisiche e spirituali. 

Ecco, Leila Rocha è una di queste donne. E la sua voce una forma diquelle energie fisiche e spirituali. Perché i Guarani Ñandeva, popolo nativo amazzonico di cui Leila è membro, credeche l’anima risieda nella voce: ascoltare le parole di un indigeno guarani èentrare in contatto con la sua parte più spontanea e sincera, più vitale. Ètriste quindi che la storia di Leila parli di disperazione e morte.  

L’Amazzonia è soggetta a pratichedi disboscamento feroce, la più evidente delle quali (ma non l’unica) èl’incendio della selva. Il Governo Bolsonaro ha consegnato il Ministerodell’Agricoltura in mano a un rappresentante degli interessi dei grandilatifondisti. Quello stesso Ministero deve decidere i limiti delle areeprotette in cui vivono gli indigeni, che in quelle aree protette hanno le terredei loro antenati - la loro memoria e la loro eredità. Il Presidente ha poifacilitato l’uso delle armi da fuoco in tutto il territorio nazionale e haportato avanti un discorso di odio e razzismo contro i popoli originari delBrasile. Leila, ci presenta il suo popolo e la situazione che sta vivendo inquesto periodo così difficile? 
Mi chiamo Leila Rocha, vengo dal Mato Grosso del Sud e sonoun’indigena Guarani Ñandeva. Rappresento in realtà due etnie Guarani, Ñandeva eKaoiwá. Rappresento anche il Consiglio delle donne indigene guarani. La miacomunità, Ivy Katu, è situata nelle terre dei nostri antenati. E proprio perquesto, perché è stata la casa dei nostri predecessori, stiamo occupando un’areadi frontiera tra Brasile e Paraguay. Siamo il popolo della resistenza contro ilgoverno Bolsonaro, che sta uccidendo noi e la nostra terra.

Il Mato Grosso del Sud è lo Statobrasiliano che detiene il record di incendi divampati nella foresta amazzonicadurante l’ultimo anno. È uno degli Stati in cui il disboscamento illegale, chesignifica anche taglio degli alberi per sfruttare il legname e conversionedelle zone deforestate in grandi colture o pascoli, avanza in modo più rapido.Cosa sta succedendo nei vostri territori?
Nella mia zona non ci sono tanto incendi quanto taglio dialberi da parte dei grandi latifondisti. I fazendeiros(proprietari di terra) avvelenano la nostra terra, le nostre acque, il nostrosuolo. E sul cimitero dove riposano i nostri antenati, nella terra piena delsangue del nostro popolo che resiste alle loro minacce, piantano soia, mais ecanna da zucchero.

Deforestare l’Amazzonia significamettere a rischio non solo la vita, ma anche la cultura dei popoli nativi checi abitano. Qual è il cambiamento maggiore con cui i Guarani devonoconfrontarsi?
Siamo nativi, seguiamo forme di vita tradizionali che hannoassicurato la nostra sopravvivenza e il nostro benessere per secoli. Almomento, a causa dell’avvelenamento dell’acqua e del suolo, non riusciamo più acoltivare o trovare le piante medicinali che usiamo per curarci. Quindi la cosapiù compromessa è la nostra salute.

In quanto portavoce del suopopolo, i Guarani Ñandeva e Kaiowá, che responsabilità sente o ha a livellopersonale?
Sono rappresentante del mio popolo e sono qui per raccontarela nostra situazione, che è tragica: abbiamo un alto tasso di suicidi e omicidicausati da attacchi con armi da fuoco. Non vogliamo lasciare le nostre terre: acausa del dislocamento forzato, molti si tolgono la vita impiccandosi. E, serimaniamo, ci aggrediscono e uccidono. (Circail 45% degli indigeni uccisi in Brasile sono Guarani). Tre anni fa, unadecina di mezzi armati dei sicari assoldati dai latifondisti ha assaltato eammazzato un nostro leader. (Si riferisceal massacro di Caarapó, in cui circa 200 cammionette trasportantimitragliatrici e uomini armati hanno assaltato una comunità guaranì kaoiwá inresistenza). Il Governo brasiliano non fa nulla, non rispetta gli indigenie le nostre forme di vita tradizionali. Ci getta ai lati della strada, dopoaverci espulso dalle nostre terre originarie. Sopravviviamo grazie agli spiritidei nostri antenati: siamo connessi agli spiriti dei nostri nonni e bisnonni e,attraverso loro, riusciamo a resistere in queste condizioni.
Per me è molto difficile assistere a questa situazione. Sonotestimone di questa mattanza, le persone muoiono di fronte a casa mia...

Quali sono invece le nostre responsabilità, quelle della società civileeuropea?
Sono qui per chiedere aiuto perché non voglio più vedere ilmio popolo ucciso con le armi da fuoco. Noi indigeni non abbiamo mezzi perdifenderci, non abbiamo i soldi per comprare le armi e non abbiamo luoghi doveandare a denunciare i crimini commessi contro di noi. Le autorità sonoconniventi con chi ci uccide. Il governo Bolsonaro ha liberalizzato l’uso dellearmi anche per facilitare le operazioni violente che i grandi latifondisticonducono contro di noi: ha liberalizzato l’uso delle armi per legittimarel’omicidi degli indigeni nel Mato Grosso del Sud.
Vi chiedo aiuto per denunciare il governo affinché sirispettino i diritti degli indigeni e la nostra esistenza. Stiamo morendo, nelMato Grosso del Sud. Anche perché siamo lontani dalle nostre terre natali.Chiediamo che la nostra terra torni a vivere. Ora è morta a causa dei veleni edel disboscamento. Amiamo la nostra terra, la amiamo davvero molto, e tutto ciòche desideriamo è tornarvi per piantare anche solo un albero che resti inpiedi. 


Non è una risposta diretta alla domanda: Leila nonattribuisce colpe, preferisce essere rispettosa. Prima di iniziare a parlare,ride e si copre il viso con la mano. Confessa che si vergogna a parlare diresponsabilità dell’Europa. Però questa responsabilità esiste e ha avuto(continua ad avere) conseguenze inquietanti.

La soia, il mais, lo zucchero e le carni prodotte nelleterre natali degli indigeni brasiliani sono destinate, spesso per la maggiorparte, al mercato occidentale. I trecentocinque popoli nativi e aglisessantasette popoli liberi (cioè incontattati) che abitano il Brasile hanno aloro disposizione circa il 13% del territorio nazionale. Di esso, il 98,8% ènell’Amazzonia che sta morendo a causa dell’irresponsabilità e dell’ingordigiadi un sistema di cui le società occidentali sono i promotori principali.

I popoli muoiono con lei, la loro cultura muore con lei. Labiodiversità custodita dalla foresta muore. In Amazzonia ci sono infatti circaottantamila specie vegetali, delle quali circa quarantamila contribuiscono inmodo determinante a regolare il clima e il ciclo dell’acqua a livello globale.Il 60% circa dell’Amazzonia si trova in Brasile: se il Brasile continua abruciare, tagliare, avvelenare le piante pluviali, provocherà un ulterioregrave dissesto alla situazione climatica mondiale. Senza contare che dovealberi e sottobosco non crescono più ci sono campi coltivati e pascoli, legatia un’industria (quella alimentare) che è tra i primi responsabili di emissionidi CO2. Nemmeno noi, seppur lontani, scampiamo agli effetti del cambiamentoclimatico prodotto in questa regione del Pianeta.

Ma al di là dei sinodi pastorali, dei datidemografico-catastali e delle verità scientifiche, è giusto e doverosoconsiderare il diritto-dovere morale di sostenere chi chiede aiuto. È giusto edoveroso reagire a quello che le parole di chi è in difficoltà come Leila e ilsuo popolo non raccontano - per rispetto, forse per paura, sicuramente perumanità. E cioè: noi stiamo consumando il genocidio fisico e culturale deipopoli nativi di una terra oggi chiamata Brasile.

Basta.   


Carlotta Zaccarelli
Interprete: Veronica Risatti
Foto: Guilherme Cavalli/Cimi


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